Partito Comunista Internazionale

[RG-45] Significato e valore delle nostre ricerche sul corso delle economie capitalistiche

Categorie: Economic Works, Industrialization, Stalinism, TRPF, USSR

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Si è voluto in questo rapporto dare in rapida traccia un riassunto di tutta l’opera di critica economica compiuta nel secondo dopoguerra dal nostro Partito Comunista Internazionale per combattere lo stalinismo russo e i suoi seguaci fuori di Russia, nonché per dimostrare che la reale economia russa nulla ha a che fare col socialismo, ma è tanto capitalista e mercantile quanto quella di tutti i paesi occidentali sviluppati; e per condurre un confronto tra gli svolgimenti dell’economia, e soprattutto della produzione industriale, nell’URSS, e il contemporaneo svolgimento nei paesi dichiaratamente capitalisti, riferendo tutta la discussione e l’indagine ai criteri fondamentali della dottrina economica di Marx e di Engels e alla sua rivendicazione da parte di Lenin e della III Internazionale nei suoi primi anni gloriosi, il tutto con particolare riguardo alla dimostrazione della legge storica per cui il tasso d’incremento della produzione industriale, riferito all’anno, obbedisce ad una legge di decrescenza nel tempo, e ciò tanto nei capitalismi occidentali storici quanto nel neo-capitalismo russo, che il nuovo opportunismo stalinista tenta di gabellare per il socialismo, o addirittura il comunismo, teorizzato da Marx e da Lenin.

La svolta con la quale l’Internazionale Comunista di Mosca e di Lenin disertò la sua posizione di baluardo della vera teoria rivoluzionaria marxista, vilmente tradita dalla II Internazionale revisionista e socialpatriotta, e degenerò nella direzione di un nuovo socialpatriottismo e di un nuovo più grave tradimento di marca revisionista ed opportunista aggravata, noi la riferiamo al novembre del 1926, quando si riuniva a Mosca la VII Sessione del Comitato Esecutivo allargato dell’I.C.

In tutti i precedenti Congressi ed Esecutivi Allargati, la Sinistra marxista italiana aveva già portata la sua voce in difesa del puro marxismo rivoluzionario e contro le prime manifestazioni di una tattica troppo aperta ed elastica che faceva presentire l’avvento di un nuovo opportunismo rinnegatore, opponendosi già nel VI Allargato del marzo 1926 alle posizioni di Stalin e simpatizzando con l’opposizione di sinistra del partito russo e col suo principale esponente Leone Trotsky.

Nel VII Esecutivo Allargato venne in discussione il fondamentale problema dei compiti economici del potere proletario in Russia, e Stalin, appoggiato tra i grandi capi russi quasi dal solo Bucharin, che era passato dalla sua parte, sostenne che il partito russo dovesse dedicarsi unicamente alla costruzione dell’economia socialista nella sola Russia, oltre che alla eventuale difesa militare dello stato rivoluzionario se una coalizione di stati capitalisti avesse deciso di assalirlo per sconfiggere e distruggere le conquiste della rivoluzione.

La tesi opposta fu svolta in discorsi storici e memorabili da Zinoviev, che era stato fino allora il segretario dell’I.C., da Kamenev e soprattutto da Trotsky, i quali sostenevano che compito principale del partito comunista russo e dell’I.C. doveva invece essere lo sviluppo della lotta proletaria in tutto il mondo per rovesciare i poteri borghesi e capitalistici in tutti gli stati, potendo solo questa essere la base per iniziare l’avvento dell’economia socialista non già in un solo paese o nella sola Russia, ma in tutto il mondo in cui già si era sviluppata l’economia capitalista.

Le due tesi inconciliabili furono da quel momento storico irrevocabilmente contrapposte, ma sventuratamente la soluzione stalinista conservò il predominio nella direzione dell’I.C., cui sola preoccupazione divenne quella di eliminare i veri rivoluzionari della Sinistra da tutti i partiti comunisti aderenti.

Questo riferimento storico non deve essere inteso nel senso di una completa identificazione tra l’opposizione di sinistra di Trotsky in Russia e l’opposizione della Sinistra italiana ed internazionale, in quanto le nostre prime denunce contro la tattica troppo elastica e flessibile, falsamente definite come leniniste si erano gli anni precedenti urtate alla resistenza anche dello stesso Trotsky, che aveva contro la Sinistra europea sostenuto Zinoviev nelle sue formule equivoche sul fronte unico e sul governo operaio. Sulle stesse questioni della degenerazione dello Stato russo, la nostra critica non combacia del tutto con quella di Trotsky perché non abbiamo mai condivisa la spiegazione che, dopo la conquista del potere da parte della classe lavoratrice contro lo stato feudale e borghese, si fosse formata in Russia una nuova forza controrivoluzionaria operante come una nuova classe, e che essa si ravvisasse nella burocrazia dell’apparato statale e magari dello stesso apparato del partito.

Le due opposizioni a Stalin e ai suoi seguaci coincidevano solo nel sostenere che la sciagurata formula della costruzione del socialismo in un solo paese significava l’abbandono deciso di ogni fiducia nella rivoluzione proletaria internazionale, alla quale lo stesso Lenin aveva sempre dichiarato che si dovesse subordinare la rivoluzione russa e la stessa salvezza dello Stato da essa formato.

Le asinerie di Stalin

L’errore economico sociale di Stalin condusse storicamente ad un ancor maggiore errore nel senso tattico e politico perché, quando divampò la II guerra mondiale da tempo prevista dai comunisti e da Lenin, Stalin non esitò a schierare la Russia al fianco di una delle due alleanze capitaliste, prima con Hitler, poi con l’Intesa democratica, sebbene vada detto per una giusta valutazione di Stalin che la sua visione storica era diversa da quella di un semplice blocco con l’una o l’altra parte, perché egli pensava o mostrava di pensare ad una prospettiva in cui una Russia sola patria del socialismo, accresciuta di forza economica, si sarebbe parimenti accresciuta di forza militare fino al punto di affrontare e battere in due guerre successive i due schieramenti in cui si era divisa la borghesia mondiale.

Ma il rinnegamento di tutte le posizioni teoretiche e programmatiche sul terreno dell’economia e dei principi fondamentali del marxismo non potevano non condurre allo stesso disastro in cui era rovinata la vecchia Internazionale per aver dato credito alle formule della difesa della patria nazionale e del progresso democratico, in cui gli stalinisti ed anche i poststalinisti russi hanno fatto naufragare miseramente tutte le formidabili energie rivoluzionarie che si erano destate dopo la storica rampogna di Lenin ai traditori del 1914 e dopo le prime vittorie proletarie in Russia, che non dovevano essere abbandonate solo per le gloriose disfatte in Germania Ungheria ed anche Italia.

Oggi, gli stessi comunisti cinesi non danno mai, nelle loro critiche ai capi sovietici, che accusano di un nuovo revisionismo, peso sufficiente a quella prima infame svolta: e loro stessi da autentici allievi di Stalin, da molti anni rivendicano il compito del tutto analogo di costruzione del socialismo nella sola Cina, perdendo così ogni diritto di lottare per un ritorno a posizioni puramente classiste e rivoluzionarie.

Purtroppo i cinesi hanno dimenticato che uno dei primi crimini dell’Internazionale di Mosca ormai soggiogata da Stalin, fu di ingiungere ai gloriosi lottatori operai e contadini del primo comunismo cinese che entrassero nel partito controrivoluzionario e borghese di Ciang Kai Scek, fornendo una ultima prova che i democratici piccoloborghesi sono sempre pronti a prendere il posto della borghesia e di ogni classe reazionaria per annegare nel sangue la rivoluzione socialista e comunista.

Tornando alla Russia, la prima opera cui si dedicò la dirigenza stalinista fu di rinvigorire la grande industria, sola base per una futura armata nazionale da rovesciare sull’Europa e sul mondo realizzando la celebre esportazione con le baionette della rivoluzione, sempre avversata dalla nostra scuola come si può vedere dai nostri testi storici a proposito degli errori sulla « guerra santa rivoluzionaria ».

Stalin e il suo movimento si volsero oltre che all’industria anche all’agricoltura, anzi pretesero di avere conculcata l’opposizione russa anche per giungere alla pretesa e falsa collettivizzazione delle campagne, perseguita con l’espropriazione dei contadini ricchi.

Questa politica dello stalinismo vantò di avere realizzato la forma colcosiana e lo stesso ultimo scritto di Stalin sui problemi del socialismo, del 1952, dove rivelava che ancora in Russia, sebbene ogni opposizione fosse già stata soffocata nel sangue delle famosissime purghe, si levavano voci per denegare ogni carattere socialista alla struttura del colcos, che risulta dalla combinazione di due settori, uno di piccola proprietà borghese-contadina e l’altro di proprietà non sociale, ma puramente cooperativa nello stretto senso borghese, perché il colcos come azienda vende i suoi prodotti sul mercato e detta le sue condizioni allo stesso stato che si pretende socialista oltre che popolare.

Stalin respinge con indignazione la proposta di alcuni compagni di espropriare il colcos per attuare un socialismo integrale, e dimentica che non solo Trotsky, ma proprio Lenin aveva ben previsto che la storica alleanza tra proletari e contadini russi si sarebbe nel futuro storico sciolta per dar luogo ad una lotta di classe e ad una guerra civile. Ma evidentemente lo stato ed il partito, come li aveva voluti il tradimento staliniano, stavano dalla parte dei contadini contro gli operai dell’industria e delle città, che con bassissimi salari dovevano pagare a caro prezzo gli alimenti prodotti nelle campagne.

Al testo di Stalin che abbiamo citato contrapponemmo il nostro Dialogato con Stalin apparso nel 1953, anno della sua morte.

Difendevamo le tesi marxiste, che Stalin aveva infrante soprattutto per affermare, anche davanti ai dubbi sollevati da alcuni suoi seguaci, che una economia socialista, come quella che pretendeva esistesse e funzionasse in Russia, poteva e doveva produrre merci, ossia obbediva alla legge del valore di scambio.

Ricorremmo a Marx, Engels, Lenin per dimostrare all’aberrante Stalin che la produzione e lo scambio delle merci sono la caratteristica ed il sintomo principale che l’economia attraversa la fase storica del modo capitalista di produzione, e che quanto si pretendeva di aver costruito in Russia era dunque puro e schietto capitalismo mercantile. Stalin prendeva aperta posizione contro altre ben note leggi di Marx, principalmente quella della tendenza storica alla discesa del tasso del profitto del capitale, pretendendo che la storia avesse smentito Marx e che il capitalismo moderno, anziché vedere discendere il saggio del profitto, tendesse all’aumento della massa del profitto.

Come rispondemmo, e come meglio sarà detto nella prossima seconda edizione del Dialogato con Stalin che stiamo preparando Stalin bestemmiava il suo Marx e dimenticava che lo aveva sempre ignorato: Marx nel Libro III de Il Capitale aveva previsto in tutte lettere che, attraverso la discesa del saggio del profitto, si sarebbe attuata storicamente una salita della massa del profitto capitalistico che corrispondeva alla fase dell’imperialismo, poi studiata da Lenin, sul quale a torto marcia Stalin pretendeva di appoggiarsi.

Ci servimmo invece proprio di passi di Lenin per stabilire che il capitalismo è una delle forme storiche mercantili, che il postcapitalismo, ossia il socialismo, sarà la prima a non essere più mercantile, tesi centrale di tutta l’opera di Marx che Stalin rinnega quando ammette trionfalmente le merci ed i valori di scambio in Russia, dimostrando che solo sulla dottrina marxista della merce e del mercato si è potuto costruire tutta la dottrina di Lenin sull’imperialismo ed anche tutta la critica di lui all’origine della prima guerra mondiale non da conflitti tra ideologie storiche, ma proprio da quella contesa per la conquista dei mercati mondiali in cui chiaramente la politica staliniana tendeva a schierare la gloriosa Russia rivoluzionaria.

Le false posizioni di Stalin da noi denunciate nel vecchio testo sui problemi economici del socialismo fin dal nostro Dialogato con Stalin del 1953, erano state riaffermate dallo stesso Stalin prima della sua morte naturale, ed anche prima della sua morte politica nel memorabile XX Congresso in cui prevalse Krusciov. Infatti vi è un rapporto di Stalin del 10 marzo 1939, pronunciato al XVIII Congresso del P.C. dell’U.R.S.S., anche se tale documento è stato reso noto in Italia solo dopo la seconda guerra in quanto l’edizione degli stalinisti risale al 1952 – a parte il fatto che le note idee di Stalin sono contenute anche nelle sue prime opere diffuse subito dopo finita la seconda guerra come I principi del leninismo ed altri. Il discorso che citiamo è importante perché già contiene uno specchietto statistico in cui si confronta la produzione industriale in Russia e negli altri paesi del mondo come USA, Inghilterra, Francia, Germania, Giappone, dando gli indici degli anni dal 1934 al 1938 e assumendo l’indice 100 per la produzione di ogni paese nell’anno 1929. Al XX Congresso, per quanto si siano rinnegati Stalin e le sue enormità teoriche e politiche, si seguì questa falsariga nel presentare il confronto tra le economie occidentali e quella russa; e, come dimostrammo ulteriormente nel nostro Dialogato coi Morti, riferito appunto al XX Congresso russo del 1956, nulla si seppe dire per denunciare il completo antimarxismo di questo metodo di confronto tra le economie capitalistiche e la pretesa economia socialista.

Le cose rimesse a posto

Le parole di Stalin che seguono immediatamente il citato prospetto sono le seguenti: « Da questo prospetto risulta che l’Unione Sovietica è l’unico paese al mondo che ignora le crisi e la cui industria è in ascesa continua. Da questo prospetto risulta poi che negli Stati Uniti in Inghilterra e in Francia, è già incominciata e si sviluppa una grave crisi economica ». Tale considerazione viene poi estesa al Giappone e all’Italia. Lo specchio di Stalin, modello ed origine di tutti quelli che dopo hanno pullulato, contiene il grave errore della scelta arbitraria dell’anno di riferimento. Infatti l’anno 1929 era proprio quello in cui si aprì la grandiosa crisi economica americana, che fu risentita in tutta l’Europa ed in un certo senso anche in Russia, e per conseguenza la scelta dell’anno di riferimento era troppo favorevole a tutti i sistemi capitalistici e sarebbe bastato scegliere un altro anno qualsiasi per ottenere risultati ben diversi.

Da detto specchio si può infatti desumere che, arrivando all’ultimo anno considerato che è il 1938, vigilia della seconda guerra, nella sola Russia la produzione si era quasi quintuplicata nei nove anni, mentre negli altri paesi era diminuita in quanto, ad esempio negli Stati Uniti il 100 di partenza del 1929 era divenuto il 72 nel 1938. Coloro che si vantavano di avere sconfessato Stalin come capo e maestro perseverarono diabolicamente nel suo errore antimarxista centrale, che era questo: Nei paesi capitalisti la produzione discende col tempo, mentre all’opposto nei paesi socialisti essa aumenta, considerando quindi il programma socialista come quello di giungere ad una struttura economica in cui la produzione industriale possa diventare grandemente maggiore di quella degli anni precedenti, analogamente al fatto che nell’epoca borghese era stata molto più potente che in quella feudale. È dunque un socialismo mentito che si riduce alla peggiore apologia della civiltà borghese e dell’economia produttiva capitalista, marciando in direzione totalmente opposta a quella gloriosamente segnata da Marx e da Lenin.

Noi denunciammo quindi come falso l’antistalinismo del XX Congresso e dei suoi protagonisti, che non erano altro in tutti i campi che scimmiottatori e perfino peggioratori dello stesso Stalin. Infatti, nel rapporto di Nikita Krusciov al XX Congresso del Partito Comunista Russo, svoltosi dal 14 al 25 febbraio 1956, vi è la brutta copia dello specchio originario di Stalin e lo si trova a pagina 13 dell’edizione Editori Riuniti. L’anno di partenza è sempre il 1929 per il quale vige l’indice 100, e gli indici successivi si spingono fino al 1955, ultimo anno precedente il Congresso. Il periodo è quindi di 26 anni, ossia, come dice il testo, di 1/4 di secolo. La conclusione che noi subito confutammo nella nostra stampa è la stessa di Stalin. Infatti nei 26 anni la produzione russa è divenuta 20 volte maggiore, mentre quella ad esempio degli USA poco più del doppio. Viene anzi formato il molto artificioso indice complessivo dei paesi capitalistici, che è ancora più basso, perché in 26 anni va da 100 a 193, al quale basso livello si atterrebbe nella detta fonte proprio l’Italia che presenta per il 1955 l’indice 194. Il migliore indice dei paesi non russi è per il momento quello degli Stati Uniti, che è 234, mentre molto minore è quello dell’Inghilterra e della Francia, la quale ultima dà solo 125.

Fin dai giorni del XX Congresso svolgemmo la nostra critica marxista di queste banali falsificazioni, che furono poi compendiate nel volume Dialogato coi Morti, dopo che nelle nostre riunioni generali di partito e nei nostri resoconti avevamo dato procedimenti statistici degli indici della produzione industriale per tutti i paesi, considerati cominciando da quelli dei più antichi e classici, come soprattutto l’Inghilterra.

Stabilimmo anzitutto che il vero confronto tra paese e paese, o tra periodo di molti anni e altro periodo dello stesso paese, può farsi seriamente solo riferendosi al saggio di incremento annuo della produzione industriale. Formammo un prospetto di lavoro in cui, per i vari possibili tassi di incremento annuo della produzione industriale indicati in cifre percentuali, era calcolato l’incremento corrispondente per numeri variabili di anni che figuravano nel prospetto. Con l’uso di tale elaborato si può, sapendo il tasso annuo e il numero degli anni, leggere subito l’incremento relativo per il periodo di quei tanti anni, e viceversa, dato l’incremento percentuale di periodo e il numero di anni del periodo, leggere il saggio annuo di incremento.

Le leggi che presiedono a simili ricerche, e delle quali mai i russi si erano occupati, sono esposte in quelle nostre pubblicazioni e nei nostri prospetti statistici e diagrammi e soprattutto riepilogate nel Dialogato coi Morti che reca a pagina 127 un prospetto generale storico. Secondo tale prospetto le cifre di tutti i paesi, ivi compresa naturalmente anche la Russia che dimostra di avere puramente una delle tante economie capitaliste, sono riferite ad 8 principali periodi storici: pace, anni 20, 1880-1900; imperialismo, anni 13, 1900-1913; prima guerra, anni 1913-1920; ricostruzione, anni 9, 1920-1929; crisi, anni 3, 1929-1932; ripresa, anni 5, 1932-1937; seconda guerra, anni 9, 1937-1946; ricostruzione, anni 9, 1946-1955.

Conclusioni generali

Le conclusioni generali sono queste: Il ritmo di incremento di ogni paese decresce col tempo ed è alto per i capitalismi storici al loro inizio come per le riprese produttive che seguono le grandi guerre distruttive e le grandi crisi generali. La dimostrazione di questi principi è più evidente ancora che nel quadro descritto, che riporta incrementi di periodo e i corrispondenti incrementi annui medi, ove si ricorra anche ai nostri prospetti statistici dati alle riunioni e nei quali ci siamo sforzati di spingerci storicamente più indietro, fino agli albori del sistema capitalistico in Europa e in America partendo dalla metà del secolo XIX.

In ricerche posteriori che anche si trovano nella nostra stampa abbiamo dimostrato che basterebbe sostituire per l’indice 100 di partenza l’anno 1929 di bassissima produzione con l’anno 1932 di produzione in aumento, per ottenere periodo per periodo o paese per paese indici di incremento molto diverso e che maggiormente ancora smentiscono la pretesa preminenza russa. Uguale dimostrazione abbiamo dato prendendo come anno di partenza il 1945 e dimostrando che la Russia ha man mano ceduto il primo posto o uno dei primi posti alla Germania, al Giappone e perfino all’Italia. Abbiamo inoltre estesa la dimostrazione con prospetti molto eloquenti a tutti gli indici annui della produzione russa ufficialmente forniti, ed anche a quelli relativi alle successive serie di piani quinquennali o, quantomeno, di quinquenni.

Naturalmente tale ricerca è in continuo corso nel nostro movimento o nella nostra stampa, e indubbiamente nell’avvenire presenteremo altri quadri statistici ed altri diagrammi grafici da cui emergerà la prova che i fatti storici dell’economia confermano i criteri da noi affermati e difesi traendoli dall’autentica dottrina marxista e svergognando i suoi falsificatori.