Non aumento della produttività, ma riduzione dell’orario di lavoro
Categorie: Labor productivity, Union Question
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Tutto l’opportunismo sindacale e politico, ormai avallato e protetto dallo Stato capitalista, ha perduto ogni freno. Convinto di avere ormai nelle mani una classe operaia dispersa e soggiogata, esso dichiara « superato » il marxismo per intervenute condizioni « nuove »: un capitalismo di « tipo nuovo » il cui impero non occorre più distruggere, ma che potrebbe essere modificato e migliorato per il bene di tutti, per realizzare cioè la famigerata « coesistenza pacifica » tra le classi. Ci serviamo delle loro parole per dimostrare, non a noi che ne siamo convinti da un secolo, ma agli operai, che il marxismo è valido oggi quanto ieri, smascherando il tradimento dei dirigenti sindacali e politici che operano per la conservazione del sistema di sfruttamento capitalistico, essendosi ormai inseriti nella crescente schiera di coloro che vivono del plusvalore estorto al lavoro dell’unica classe produttrice.
Citando Marx che dice: « quanto più cresce la forza produttiva del lavoro, tanto più può essere abbreviata la giornata lavorativa, e quanto più può essere abbreviata la giornata lavorativa, tanto più potrà crescere l’intensità del lavoro », noi troviamo queste parole perfettamente adatte al nostro 1967: a dimostrazione della falsità di quanto capitalisti ed opportunisti sostengono, cioè che col progresso tecnico sono migliorate le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia – scambiando per « miglioramento di vita » la relativa maggior disponibilità di prodotti.
Nella fase di accumulazione primitiva, il lento processo produttivo dato dalla mancanza di automazione, costringeva il capitalismo a realizzare il suo profitto con la massima estensione della giornata lavorativa. Gli operai lavoravano dieci e più ore al giorno, di cui un terzo andava a ricostituire il loro salario e la parte più grossa andava al profitto. Col passaggio della giornata lavorativa a otto ore, lo sviluppo tecnologico progredisce enormemente. Le macchine sempre più perfezionate assumono nel modo capitalistico di produzione un ruolo gigantesco, e relegano il lavoratore nella posizione di appendice della macchina. Tutto questo non è progresso: lo è solo per gli opportunisti e per il capitalismo, non per noi marxisti, perché la classe operaia, lungi dall’aver migliorato la sua esistenza, viene così sottoposta a un ritmo di lavoro massacrante, portato all’esasperazione.
Sotto il capitalismo, lo sviluppo tecnologico consente infatti la massima intensificazione della produttività; si contrae così il tempo di lavoro necessario all’operaio per riprodurre la sua forza lavoro (il salario) ed aumenta in rapporto la parte del sopralavoro, intensificando lo sfruttamento a favore della larga parte destinata al profitto. Le macchine anziché alleviare la fatica degli operai, sono, in mano al capitalismo, e proprio per la sua esigenza di accrescere costantemente la massa dei prodotti e quindi del profitto, l’arma con cui schiaccia sempre di più il proletariato sottoponendolo ad uno sfruttamento senza precedenti.
Prendiamo ad esempio l’industria tessile e quanto in merito scrivono gli stessi opportunisti, le cui analisi, come è loro costume, non si fondano mai sul lungo processo storico, bensì su brevi periodi di tempo, ma che servono tuttavia a smascherarli. Essi dicono (Rinascita N. 10 del 10-3-1967): « Se esaminiamo ciò che è avvenuto fra il ’65 ed il ’66 in una parte del grande settore tessile chimico, cioè nell’industria tessile tradizionale, ci accorgiamo che non vi è stata soltanto una rapida ripresa produttiva ma che sono anche rapidamente aumentati i livelli di produttività … ».
Estendendo questo ragionamento a tutti i settori dell’industria, noi diciamo che la ripresa produttiva, il superamento della crisi in cui l’economia si è trovata dal ’61 al ’65, è stato possibile proprio grazie all’ulteriore aumento della produttività, grazie alle migliaia di licenziati che l’aumentata intensificazione del lavoro ha mandato ad accrescere l’esercito di riserva che permette al capitalismo il contenimento dei salari.
Ancora da Rinascita: « La percentuale di fibre sintetiche nella produzione tessile è in costante aumento … La maggior resistenza alle rotture del filato, propria di queste fibre, eleva la resa produttiva di qualsiasi macchina, e rende possibile un’assegnazione estremamente alta di macchine a ciascun operaio. Il lavoratore è obbligato ad uno sforzo permanente di controllo e di deambulazione, e questa operazione è cresciuta a dismisura fino ai limiti della sopportabilità umana ».
Che cosa contrappongono i sindacati opportunisti a questa realtà? Essi rivendicano un diverso orientamento dell’intervento statale; ma nell’interesse di chi?
Lo dice chiaramente Novella su Rassegna sindacale del 25-3-67: « Noi intendiamo per dinamica della produttività sociale la espansione quantitativa e qualitativa dei mezzi di produzione e la crescita dell’efficienza di tutti i settori dell’economia … Uno sviluppo economico rapido, continuo, equilibrato esige che il rapporto profitti-investimenti sia controllato ed indirizzato in modo tale da qualificare tutte le articolazioni del processo di accumulazione al fine di utilizzare tutte le risorse del paese, e ciò anche attraverso una lotta coerente contro tutti gli sprechi che volatilizzano tanta parte del reddito nazionale in attività non produttive », ecc ….
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Proseguire in questa citazione non porterebbe che a confermare sempre più la chiara politica collaborazionista di coloro che pur si dichiarano rappresentanti degli interessi del proletariato, e che in effetti si sono affiancati alla borghesia nel cercare la strada migliore per consolidarne il potere.
Gli investimenti, quali che siano i loro « orientamenti », significano appunto espansione dei mezzi di produzione; significano cioè più macchine, più automazione, più sfruttamento, a tutto beneficio di quel reddito nazionale che tanto sta a cuore ai servi del capitalismo. Essi rivendicano la riduzione di una o due ore di lavoro alla settimana, che, anche se ottenuta nessun vantaggio porterebbe agli operai e non intaccherebbe minimamente il profitto; contemporaneamente avallano il lavoro straordinario, e fondano la loro « piattaforma contrattuale » sulla contrattazione del macchinario, sulla riduzione dei ritmi di lavoro.
Lo sviluppo tecnologico, l’automazione, e le sue estreme conseguenze, che Marx definisce come « il modo materiale di esistenza del capitale », sono indispensabili al capitalismo proprio perché non produce beni d’uso, ma merci, e la concorrenza sul mercato lo costringe ad abbassare continuamente i costi di produzione mantenendo così il più basso possibile il costo del lavoro. Tutto questo il capitalismo lo realizza con l’aumento vertiginoso della produttività, ossia col massimo sfruttamento della forza lavoro. Come il salario degli operai rappresenta mediamente il minimo necessario perché possano riprodurre la loro forza lavoro, e questo è dimostrato ancor più dal fatto che gli operai sono costretti ad erogare il lavoro straordinario per raggiungere il minimo per la loro sopravvivenza, così l’assegnazione del macchinario non è al limite minimo, ma al massimo che l’operaio possa sopportare; ed il massimo è rappresentato sia dai 50 telai, ad esempio, che il padrone tenta di imporre, sia dai 40 telai che i sindacati accettano nel firmare i loro accordi.
Sessanta anni fa, la classe operaia ottenne con le sue lotte la giornata lavorativa legale di 8 ore, realizzando quella che Marx chiamò « una vittoria dell’economia politica del proletariato sull’economia politica del capitalismo ». Ma è una vittoria che l’opportunismo ha rivolto a tutto vantaggio del capitalismo non riproponendo più alla classe operaia, in sessant’anni di vorticoso aumento della produttività, la battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro alla scala sociale. Anzi, abbiamo dimostrato che solo il capitalismo ha vinto, e che gli operai lavorano oggi le stesse 10 ore di un secolo fa ma in ancor più disumane condizioni di sfruttamento. I livelli di produttività sono in costante aumento in tutti i settori della produzione per cui rivendicare solo la riduzione del carico di lavoro corrisponde a cercare un compromesso che lasci immutata la forma sociale di sfruttamento.
S’impone invece a tutto il proletariato la rivendicazione storica della riduzione drastica e generale della giornata lavorativa, contemporaneamente all’abolizione del lavoro straordinario, che i sindacati opportunisti non proporranno mai alla classe operaia perché esce dalla pura contrattazione economica da essi condotta, che consente di contenere le lotte operaie, e trasferisce invece l’attacco su un piano politico in cui tutto il proletariato si troverebbe mobilitato in uno scontro aperto col suo nemico di classe, in una lotta che miri a colpire la forma sociale di sfruttamento. Più che mai oggi questa sarebbe una vittoria dell’economia politica del proletariato sull’economia politica del capitalismo, come preannuncio della vittoria della rivoluzione proletaria!