Ribadendo i chiodi: Il “trifoglio” – farsa dei “costruttori” del partito
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Esiste, e non da oggi, un variopinto sottobosco di «ricostruttori del Partito». Solita premessa: troviamoci insieme, discutiamo, scambiamoci esperienze, noi che stiamo tutti da uno stesso versante. La necessità del Partito, affermano questi signori, è stata sentita da moltissimi compagni; e di gruppi che si definiscono «Partito», ce ne sono parecchi: l’esperienza di questi anni ha dimostrato che questi gruppi tendono sempre più a chiudersi e irrigidirsi nelle loro posizioni, senza che nessuno riesca a «fagocitare» l’altro, restando quindi minoranze settarie. Da qui la necessità che su di una base comune, da tutti accettata, inizino le discussioni per la formazione di un qualcosa che, essendo più numeroso, non sia soltanto un gruppo, la cui tattica, nata da uno «scambio di esperienze, sia più digeribile alle masse operaie, e che finalmente liquidi confusioni che possono nascere dal proclamare da più parti «quasi» le stesse cose. La parola d’ordine sarebbe insomma il superamento di questa «fase pulviscolare del movimento comunista». Senza voler mettere in dubbio la buona fede di chi questo ingrato compito si è assunto, c’è da chiedersi se costui, o costoro, hanno ben capito cosa sia il Partito, come si formi, quale leggi regolino il suo sviluppo, quali siano le sue finalità. Perché altrimenti l’appello a ricostruire oggi il Partito? Forse che questa esigenza non c’era all’indomani della cosiddetta «liberazione», o ancora più indietro, negli anni bui dello stalinismo? Che una bufera controrivoluzionaria senza precedenti abbia distrutto dalle radici una organizzazione di battaglia che sembrava definitiva, non fa fatica ammetterlo; quali però siano state le conseguenze su una «tradizione», sul filo rosso e programmatico che lega e scandisce tutte le tappe dello sviluppo del movimento appare meno chiaro, anzi non risulta per niente a questi cultori del «compagni riuniamoci». Qual è infatti il Partito che costoro intenderebbero ricostituire, in che modo si dovrebbe legare a tutta la passata esperienza?
Marx chiarisce in una lettera a Freiligrath cosa ha da intendersi per partito: «La lega, come la Società delle Stagioni, e cento altre società, non è stato se non un episodio della storia del Partito, che nasce spontaneamente dal suolo della società moderna», ed allora: «Ho cercato di eliminare il malinteso che mi farebbe intendere per “partito” una Lega morta da anni o una redazione di giornale sciolta da dodici anni. Io intendo il termine “Partito” nella sua larga accezione storica, cioé come prefigurazione della società futura, dell’Uomo futuro, dell’Essere umano, che è il vero Gemeinwesen dell’uomo. E’ l’attaccamento a questo Essere, che nei periodi di controrivoluzione sembra negato dalla storia (come oggi la rivoluzione sembra alla generalità un’utopia), è questo attaccamento che permette di resistere. La lotta per restare su questa posizione è la nostra azione». La tesi 12 delle “Considerazioni sull’organica attività del Partito quando la situazione è storicamente sfavorevole” (datate 1965), ribadisce lo stesso concetto: «Partito storico e partito formale. Questa distinzione sta in Marx ed Engels, ed essi ebbero il diritto di dedurne che, stando con la loro opera sulla linea del partito storico, disprezzavano di appartenere ad ogni partito formale. Da ciò nesun militante odierno può inferire il diritto ad una scelta: di avere le carte in regola col «partito storico”, e infischiarsi del partito formale». O di fare viceversa, si può aggiungere. Poi, più oltre: “Marx dice: partito nella sua accezione storica, nel senso storico e partito formale od effimero. Nel primo concetto è la continuità, e da esso abbiamo derivato la nostra tesi caratteristica della invarianza della dottrina da quando Marx la formulò non come invenzione di un genio, ma come scoperta di un risultato della evoluzione umana».
Una organizzazione quindi di uomini, su di un programma non da essi inventato o preso a prestito, ma dalla storia scelto, e definitivamente. L’organizzazione di allora non è più, ma la continuità del programma non è stata spezzata, e proprio per la strenua difesa fattane dalla Sinistra su tutti i piani, teorico, programmatico, tattico. In un insieme di tesi sono stati ordinati i dati programmatici, non con la pretesa di avere scoperto alcunché di nuovo da ascrivere a merito di qualche cervello potente, ma per rinsaldare l’antica “catena del marxismo rivoluzionario”, perché il tradizionale filo rosso condensasse, l’esperienza di fatti e generazioni, da trasmettere a generazioni più giovani, per sistemare i dati permanenti del programma, che i nuovi avvenimento hanno soltanto confermato. Le tappe di questa lotta, dopo il 1921 si chiamano anche Tesi di Roma, Tesi di Lione, Lavoro della frazione all’estero nell’interguerra. Natura, funzione e tattica del Partito comunista, Tesi caratteristiche del Partito, Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del Partito comunista mondiale nel II dopoguerra. In tale continuità storica di posizioni e di indirizzo, invarianti al mutar di tempi, di uomini e di situazioni, i marxisti rivoluzionari vedono chiaramente il partito, il partito di sempre. E’ in tutto l’arco dello scontro di classe la riprova che il proletariato abbandona il suo programma nei periodi di disfatta: questo è allora mantenuto saldo da un’esile minoranza, ma non esce da ciò indebolito, o negato in alcuna parte, che anzi proprio in tali situazioni esso si rafforza e conferma: e questo è provato dalla lotta condotta dal ’26 ai merdosi giorni nostri. Il nucleo di militanti che rimane stretto – quale che sia il numero! – su queste posizioni, sa benissimo che le basi per la rinascita alla scala mondiale del movimento, che la ricostruzione del partito come organizzazione estesa, non è demandata alla volontà, o da strani pasticci basati sulla formula dell’incontriamoci, ma proprio ad un acuirsi di tensioni sociali, fino al loro esplodere, al sommuoversi di larghe masse umane sotto la spinta di fatti materiali, del cui determinismo i comunisti non hanno alcun dubbio, essendo una conquista teorica e pratica del determinismo materialistico, in faccia alle scuole borghesi e piccolo borghesi, la conoscenza dello sviluppo delle forze produttive, la certezza delle cicliche crisi generali del capitalismo, da cui il nostro catastrofismo rivoluzionario. Proprio da queste crisi larghe masse saranno poste, volenti o no, non è un fatto di “coscienza” sulla strada della rivoluzione, ove hanno da ritrovare le posizioni di sempre, il loro partito, la loro tradizione di lotta. Tale determinismo non significa però una fatalistica attesa degli avvenimenti, perché compito fondamentale del Partito è il far penetrare nel corpo della classe le posizioni della rivoluzione, che le deformi dottrine e pratiche dell’opportunismo hanno soppiantato. Dalle Tesi caratteristiche del Partito datate 1951 (nn.8 e 9):
«Il Partito, malgrado il ristretto numero dei suoi aderenti, determinato dalle condizioni nettamente controrivoluzionarie, non cessa il proselitismo e la propaganda dei principi in tutte le forme orali e scritte, anche se le sue riunioni sono di pochi partecipanti e la stampa di limitata diffusione». E poi ancora la 9:
«Gli eventi, non la volontà o la decisione degli uomini, determinano così anche il settore di penetrazione delle grandi masse, limitandolo ad un piccolo angolo dell’attività complessiva. Tuttavia il Partito non perde occasione per entrare in ogni frattura, in ogni spiraglio, sapendo bene che non si avrà la ripresa se non dopo che questo settore sarà grandemente ampliato e divenuto dominante».
Le vicende storiche hanno selezionato, scolpito, ribadito, non a tavolino in una discussione, ma nel fuoco della lotta tutta una serie di dati che solo la nostra corrente, la Sinistra comunista, ha saputo leggere in maniera coerente alla teoria marxista. Le vicende storiche hanno tracciato alla classe proletaria una strada sul quale solo la nostra corrente ha saputo rimanere. E’ questo il percorso storico reale del partito di classe che si codifica in testi ed in tesi teoriche, perché la teoria non è altro che la codificazione dell’esperienza della lotta di classe proletaria alla scala mondiale. Il partito è questo corpo di dottrina, e perciò di esperienza storica del proletariato. E rispetto a questo corpo unitario di dottrina, di teoria, di programma, di norme tattiche non ci possono essere “distanze” più o meno grandi. O lo si accetta tutto o non se ne accetta alcuna parte. La figura del comunista in percentuale o in via di divenire un comunista al cento per cento per virtù di illuminazione didattica non è mai esistita e tanto meno esiste oggi.
«Il Partito, quindi, si contraddistingue da tutti gli altri apertamente nemici o cosiddetti affini, ed anche da quelli che pretendono di reclutare i loro seguaci nelle file della classe operaia, perché la sua prassi politica rifiuta le manovre, le combinazioni, le alleanze, i blocchi che tradizionalmente si formano sulla base di postulati e parole di agitazione contingenti comuni a più partiti. Questa posizione del Partito ha un valore essenzialmente storico, e lo distingue nel campo tattico da ogni altro, esattamente come lo contraddistingue la sua originale visione del periodo che presentemente attraversa la società capitalistica» (da Natura, funzione e tattica del Partito rivoluzionario della classe operaia, 1945).
Sono queste conclusioni definitive per il Partito, che la nostra organizzazione ha fatto proprie, e che non hanno da esser “discusse” con chicchessia; o si accettano, e ci si pone su una linea ben precisa, o si è perfettamente liberi di seguire le proprie inclinazioni, e il vento che tira.
Quanto distante sia dall’unica concezione del partito che sia lecita ad un marxista rivoluzionario, chi quegli accorati appelli al “riuniamoci” pubblica, ogni riga dei nostri testi lo indica,il “discutiamone” è l’epitaffio che il Partito ha messo sulla tomba di tutti i ricostruttori: passati, presenti e futuri.
«Per accelerare la ripresa di classe non sussistono ricette bell’e pronte. Per fare ascoltare ai proletari la voce di classe non esistono manovre ed espedienti, che come tali non farebbero apparire il Partito quale è veramente, ma un travisamento dalla sua funzione, a deterioramento e pregiudizio della effettiva ripresa del movimento rivoluzionario, che si basa sulla reale maturità dei fatti e del corrispondente adeguamento del Partito, abilitato a questo, soltanto dalla sua inflessibilità dottrinaria e politica.
La Sinistra italiana ha sempre combattuto l’espedientismo per rimanere sempre a galla, denunciandolo come deviazione di principio e per nulla aderente al determinismo marxista.
Il Partito, sulla linea di passate esperienze si astiene, quindi, dal lanciare ed accettare inviti, lettere aperte e parole di agitazione per comitati, fronti, ed intese miste, con qualsivoglia altro movimento o organizzazione politica» (Dalle “Tesi caratteristiche del Partito”, 1952).
Se la linea di costituzione e di demarcazione del partito di classe da tutti gli altri raggruppamenti politici anche richiamantisi alla classe proletaria, alla lotta rivoluzionaria e perfino alla tradizione della Sinistra comunista è quella che abbiamo tracciato ne discende una conseguenza nel campo dell’azione pratica. Come il partito di classe, organo di combattimento “compatto e potente indispensabile alla conduzione della rivoluzione” non si costituirà dal convergere su una “piattaforma comune” di più raggruppamenti tutti più o meno sedicenti marxisti e sedicenti rivoluzionari, ma vive fin da oggi solo ed esclusivamente nel nucleo ristrettissimo di quei proletari che militano sulla base delle posizioni contenute nei testi che abbiamo citati, così il rafforzamento di questo nucleo, il suo ritorno a contatto e alla testa delle masse proletarie non avverrà attraverso le manovre, gli approcci, i contatti con gruppi e forze presuntemente affini che non esistono e non possono esistere, ma attraverso l’incontro tra la coerente impostazione teorica, programmatica e tattica del partito attuale ed il “ribollire della realtà sociale” cioè il ritorno del proletariato alla battaglia di classe, ritorno che sarà determinato non dalla “volontà” di chicchessia, ma dalle contraddizioni del modo di produzione capitalistico che spingeranno la classe proletaria a muoversi ed a lottare. Ma se a questo si crede e questo si rivendica ne discende, e tutte le nostre tesi lo dicono, che il partito esclude qualsiasi azione, fronte o manovra comune ad altri raggruppamenti politici anche sul terreno pratico e immediato. Miserabile deformazione della tattica del fronte unico adottata dalla Sinistra, l’idea che si possa divergere sul terreno della teoria, del programma, dei principi e convergere sul piano dell’azione pratica anche per rivendicazioni immediate. Dal 1921 la sinistra ha combattuto la tattica del “fronte unico politico”, dei blocchi fra forze di segno politico diverso su qualsiasi terreno. La Sinistra contrappose e contrappone a questa visione aberrante e stupida che vedrebbe delle forze politiche mantenere le loro diverse caratteristiche di principio pur agendo insieme nella pratica, la tattica del “fronte unico sindacale” detto anche per gli immemori, “fronte unico dal basso” con la quale si chiamavano ad unirsi intorno a determinate rivendicazioni interessanti la vita delle masse proletarie non gli altri partiti o raggruppamenti politici, ma i proletari aderenti ad altri partiti o a nessun partito e militanti nei sindacati. Lo scopo di questa tattica preconizzata ed attuata dalla sinistra era di dimostrare praticamente agli operai in lotta che gli altri partiti non solo erano contro la rivoluzione, ma perfino contrari alla difesa delle condizioni di vita e di lavoro degli operai e che solo il partito comunista era in grado di condurre la lotta della classe anche per i suoi interessi immediati. Lo scopo era dunque di strappare agli altri partiti politici i loro aderenti proletari dimostrando loro nella pratica dell’azione all’interno degli organismi di classe che la politica di questi partiti era contraria agli interessi anche più limitati degli operai stessi. Non si lanciò mai da parte del partito comunista diretto dalla sinistra un appello al PSI o agli anarchici, perché convergessero con i comunisti in una qualche “azione pratica” “fermo restando le divergenze di principio”. Sapevamo troppo bene, e fu la base della nostra lotta dal 1922 al 1926 contro la tattica preconizzata dall’Internazionale, che in questo modo avremmo avallato di fronte agli operai l’idea che questi partiti avessero qualcosa di proletario e di rivoluzionario; e sapevamo altrettanto bene che in questo modo prima o poi sarebbe andata a farsi benedire anche la ” divergenza sui principi” ridotta a pura entità culturale. Furono gli operai comunisti militanti nei sindacati (frazione sindacale comunista) a proporre agli operai socialisti ed agli operai anarchici militanti negli stessi sindacati l’unione delle rispettive forze per un’azione pratica comune sul terreno sindacale, cioè nella lotta sindacale che coinvolge per definizione gli operai iscritti a qualsiasi partito o a nessun partito. Ognuno è libero di seguire “qualsiasi altra strada dalla nostra diverga”, ma a nessuno è concesso di mistificare sotto il manto della Sinistra Comunista posizioni ed atteggiamenti che con la Sinistra non hanno mai avuto e non hanno nulla a che fare. Ognuno è libero di pensare che la Sinistra “ha sbagliato” e di tacciare la nostra tradizione di astrattismo e di talmudismo, ma nessuno è libero di contrabbandare sotto la bandiera della Sinistra e del partito comunista internazionale che ne è l’espressione attuale, la merce avariata dei fronti unici politici. Miserabile parodia delle posizioni stesse dell’Internazionale comunista la quale aveva a che fare con forze politiche aventi un seguito reale in milioni di operai che la situazione spingeva sul terreno della lotta (la stragrande maggioranza delle masse proletarie di tutti i paesi europei) e non con gruppuscoli velleitari i cui legami con la classe sono meno che nulli ed in una situazione riesce ancora a bloccare qualsiasi azione di lotta anche parziale da parte del proletariato.
«Il partito, quindi, si contraddistingue da tutti gli altri, apertamente nemici o cosiddetti affini, ed anche da quelli che pretendono di reclutare i loro seguaci nelle fila della classe operaia, perché la sua prassi politica rifiuta le manovre, le combinazioni, le alleanze, i blocchi che tradizionalmente si formano sulla base di postulati e parole d’ordine contingenti comuni a più partiti…”.
Il Partito sulla linea di passate esperienze si astiene, quindi, dal lanciare ed accettare inviti, lettere aperte e parole di agitazione per comitati, fronti ed intese miste, con qualsivoglia altro movimento e organizzazione politica…».
Ognuno è libero di restare o di andare, ma il restare o l’andare deve essere saggiato al fuoco non delle etichette o delle promesse, ma di queste precise, chiare, conosciute e comprensibili da tutti, enunciazioni della nostra tradizione di Partito.