Partito Comunista Internazionale

L’unità sindacale dei bonzi spiana la strada al fascismo aperto

Categorie: CGIL, Fascism, Italy, Union Question

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Abbiamo già dichiarato in precedenti articoli sull’unificazione sindacale come questo progetto controrivoluzionario favorisca la conquista dell’organizzazione proletaria da parte dello stato borghese.

Giovanni Mosca, segretario della CGIL, dichiara su Rassegna sindacale del 1º maggio, che l’autonomia sindacale «potrebbe anche definirsi quale ricerca ed affermazione di un ruolo nuovo del sindacato in termini anche di potere, in una società democratica che a vent’anni dalla sua definizione costituzionale vede ancora accentrato nel triangolo partiti-governo-parlamento il reggimento generale del paese». Come si vede, tutta la politica opportunista è incentrata sulla prospettiva di inserire il sindacato nell’apparato statale e questo conferma quanto noi diciamo da sempre: che il sindacato non può avere posizioni autonome da «partiti e governi». L’organizzazione economica esprime indubbiamente una realtà di classe che scaturisce dalla necessità immediata che gli operai hanno di difendersi dallo sfruttamento, ma nello stesso tempo essa esprime anche i limiti in cui la lotta di classe può essere costretta quando si vuol separare l’aspetto immediatamente economico delle agitazioni dalla loro sostanza politica, riflessa nel programma del partito di classe.

Il sindacato rappresenta l’elemento spontaneo nello scontro fra proletariato e borghesia, ed è proprio questa sua natura spontanea che riflette l’impossibilità da parte del proletariato di possedere la coscienza dei propri fini di classe ma solo quella delle sue necessità immediate, e che impedisce quindi una collocazione autonoma del sindacato.

Quando il capitalismo va verso una crisi generale le cui dimensioni e profondità impongono alla borghesia di togliere al proletariato qualunque illusione di convivenza pacifica fra capitale e lavoro, la politica di riforme dei dirigenti politici e sindacali viene sconfessata dai fatti stessi; il proletariato tende allora a collegarsi con il suo partito non attraverso una trasformazione qualitativa dell’«individuo» operaio, ma attraverso un consenso sempre più largo della classe alle parole d’ordine e alle rivendicazioni che i comunisti rivoluzionari, sotto la direzione del partito, agitano nei sindacati e sui posti di lavoro. Le agitazioni operaie non potranno più essere svincolate dal loro contenuto politico: più il capitalismo avrà bisogno della pace sociale per tentare di risolvere la crisi economica in cui si dibatte, più ogni sciopero ed ogni rivendicazione costituiranno la massa d’urto capace di mettere immediatamente in difficoltà l’apparato statale borghese e andrà maturando quel momento storico in cui borghesia e proletariato dovranno misurarsi reciprocamente in uno scontro frontale senza compromessi. È evidente, quindi, che l’organizzazione economica è un’arma molto importante nella lotta che il proletariato conduce contro la borghesia, ma la storia ha dimostrato e dimostra tutt’oggi che quest’arma può servire anche la causa della conservazione capitalistica e della controrivoluzione.

Nel corso della crisi rivoluzionaria che si profilò nel 1919, la borghesia, favorita dalla debolezza dei partiti proletari che non approfittarono della situazione favorevole, reagì mobilitando le sue bande di repressione che dovevano appoggiare l’apparato statale insufficiente da solo a mantenere l’ordine borghese. Il fascismo infatti non agitava una propria ideologia ma demagogicamente rivendicava sul piano economico il concetto liberale della non ingerenza dello stato nell’economia e la libertà di azione nelle aziende, allo scopo di attrarre a sé gli strati piccolo-borghesi oppressi dal grande capitale per organizzarli in funzione antiproletaria. In questa prima fase il fascismo non si presenta immediatamente nella sua forma violenta e dittatoriale; pur dando alla borghesia l’organizzazione fortemente centralizzata di cui essa ha bisogno, esso cerca di guadagnare la fiducia del proletariato costituendo organizzazioni economiche operaie in concorrenza con i sindacati di classe. A queste organizzazioni economiche si aderisce sulla base della professione, per cui esse a differenza dai sindacati liberi non rappresentano più la sola classe operaia, ma elementi provenienti da tutte le classi.

Il fascismo tenta così di separare il proletariato dalle organizzazioni rivoluzionarie, sostituendosi ad esse per condurlo sul piano della collaborazione di classe con una tattica semi-democratica. Questo espediente non riuscirà però ad eliminare le ragioni di fondo che hanno spinto gli operai in lotta aperta contro la borghesia, e che risiedono nella crisi economica, cioè in fatti materiali irreversibili; il fascismo non potrà migliorare le condizioni di vita del proletariato, rappresentando esso stesso la forma organizzativa con cui la classe dirigente cerca di mantenere il proprio dominio sulla classe operaia.

La violenza e la dittatura aperta scioglieranno il nodo storico a favore della borghesia; le Camere del Lavoro verranno distrutte e gli operai obbligati con la forza ad entrare nei sindacati fascisti, ormai incorporati nell’apparato statale di cui il fascismo ha assunto la direzione. La classe operaia sarà fisicamente unificata in un’unica organizzazione economica, ma questa unificazione fisica, lungi dal corrispondere ad uno sviluppo dell’unità di classe del proletariato segnerà invece la fine di ogni conflitto sociale.

Oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, l’operazione si sta ripetendo; dopo un ventennio democratico in cui l’opportunismo, degno erede del fascismo, ha salvaguardato lo sviluppo dell’economia capitalistica facendo difendere agli operai gli obiettivi borghesi della ricostruzione delle aziende e dell’efficienza produttiva, la crisi bussa di nuovo alle porte del sistema capitalistico, restringendo i margini di profitto con cui la borghesia poteva mantenere i salari degli operai ad un livello sufficiente a contenere le lotte del proletariato entro limiti strettamente sindacali e di pacifica trattativa.

L’unificazione sindacale, preludio del sindacato di stato, di cui l’opportunismo si vanta come di un ulteriore sviluppo dell’unità proletaria, può essere invece assimilata alla prima fase del fascismo, e rappresenterà il mezzo con cui la borghesia si assicurerà nuovamente la pace sociale di cui avrà bisogno in un futuro non troppo lontano.

La prassi con cui si cerca di realizzare il sindacato unico dimostra anche che un sistema di produzione quale quello capitalistico storicamente maturo per essere abbattuto, può invece invertire o ritardare momentaneamente il corso storico raffinando la sua tattica nelle sovrastrutture politiche e imparando la lezione non tanto del presente quanto del passato delle lotte e delle sconfitte del proletariato.

Infatti, se cinquant’anni fa la borghesia volle soffocare l’ondata rivoluzionaria e risollevarsi dalla crisi produttiva, dovette ricorrere all’impiego della violenza distruggendo materialmente le organizzazioni rivoluzionarie e le Camere del Lavoro, dimostrando almeno al proletariato momentaneamente sconfitto che le organizzazioni operaie sono un pericolo che la borghesia teme al punto di doverle annientare. Oggi, sono gli stessi dirigenti della CGIL aiutati dai partiti «di sinistra» che preparano per il capitalismo le armi della controrivoluzione, cercando di diluire l’organizzazione economica di classe in una corporazione che del fascismo abbia tutte le stigmate meno, per ora, quella troppo pericolosa della camicia nera, e non certo per uno scrupolo dottrinario bensì per cercare, come tentò il fascismo stesso, di compiere l’operazione con il consenso della classe lavoratrice.

Opporsi all’unificazione sindacale risponde quindi a due necessità fondamentali per il proletariato: conservare la propria organizzazione di classe, che l’accidente storico vuole oggi in mano a dirigenti opportunisti e in cui il partito potrà reclutare l’esercito proletario rivoluzionario, ed accelerare la crisi capitalistica negando alla borghesia la tregua sociale che essa intende ottenere con un sindacato legato agli interessi del suo apparato statale.