Partito Comunista Internazionale

La voce dell’emigrante

Categorie: Immigration, Switzerland

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Le restrizioni che il governo svizzero va lentamente applicando alla emigrazione della manodopera colpiscono soprattutto gli operai italiani che ne rappresentano la maggioranza.

È un processo di assestamento iniziatosi circa tre anni or sono con tendenza ad accelerare il ritmo via via che i mercati mondiali cominciavano a saturarsi. Relativamente agli altri paesi, l’Italia in coda, la Svizzera rappresentava un mercato dove la forza lavoro trovava e trova tuttora livelli salariali fra i più alti d’Europa. Anche questa condizione andrà lentamente modificandosi in stretta connessione con la sempre più aspra lotta di concorrenza.

Il mercato interno, che ha limitate possibilità di assorbimento data la piccolezza del paese, non può dare all’apparato produttivo quella velocità nella trasformazione tecnologica che hanno invece i grandi complessi industriali della Germania, dell’Inghilterra e della Francia. Non si possono arrischiare temerari investimenti specie in condizioni già in partenza sfavorevoli. A parte alcuni complessi industriali legati al grande concerto produttivo europeo e il robusto cartello dell’industria chimica di Basilea, il tessuto produttivo svizzero si regge sulla media e piccola industria e su una notevole rete artigianale molto qualificata e molto bene organizzata dal punto di vista tecnologico. L’apparato distributivo è a livello americano: i Supermarket sono diffusissimi. I due più potenti sono la Migros e il Konsumverein, che hanno tutti e due una rete distributiva estesa a tutto il paese.

Il livello qualitativo professionale della classe operaia indigena può considerarsi senz’altro elevato. Ad aumentarne il tono ha contribuito anche l’afflusso della mano d’opera specializzata e qualificata italiana, inseritasi, si può ritenere, stabilmente nel tessuto produttivo del paese.

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Attualmente, compresi gli stagionali, il contingente italiano si aggira intorno al mezzo milione. Prospettive? Per il momento, lenta ma graduale riduzione in concomitanza a quanto avviene in Germania. La classe dominante svizzera sa che, quando si aprirà la grande crisi internazionale, potrà manovrare la valvola di sfogo degli immigrati facendoli rientrare ai loro paesi di origine. Per ora, la navicella naviga senza scosse mantenendo la velocità di ritmo produttivo della forza lavoro sullo stesso livello dei paesi industrialmente più potenti, anche se a scapito della qualità del prodotto, come del resto avviene in tutto il mondo.

A parte gli specializzati e i qualificati già inseriti, la mano d’opera italiana dà, con quella spagnola, una percentuale altissima di manovalanza. E questa, naturalmente, assolve tutti i lavori più gravosi, più sporchi, più malsani e, occorre dirlo?, meno retribuiti.

Tra operai indigeni e operai immigrati (italiani, spagnoli, turchi, greci, ungheresi e, in minor numero, austriaci e germanici) non corre nessun legame di solidarietà di classe, ma v’è piuttosto una ostilità che spesso rasenta l’odio. L’odio stupido e imbecille del nazionalismo, che finisce per contagiare ambo le parti; è come un focherello che arde sempre e dal quale basta un fiato ben orchestrato per far divampare la fiammata. Purtroppo, gli operai svizzeri non mostrano per ora alcuno spirito di classe. Ognuno bada ai fatti suoi (vulgo interessi) personali e familiari. E ognuno non si fida dell’altro anche se lavorano insieme. Sono dei benpensanti o meglio dei non pensanti, col cervello, in fatto di politica, sempre in vacanza. E si badi che quasi tutti leggono un giornale; ma è il giornale locale, del campanile, della parrocchia. La protesta, la scarica degli istinti aggressivi, si dirige perciò quasi sempre contro gli immigrati, «colpevoli» dell’aumento del fitto delle case, del caro vita, di tutto ciò che l’opinione pubblica non gradisce o di cui si sdegna. Anche nelle fabbriche, se qualcosa non va, è quasi sempre «colpa» degli immigrati, italiani in testa.

Religioni? Questo è l’unico campo nel quale il libero cittadino svizzero sia veramente libero. Ce ne sono per tutti i gusti; dalla Christian Science alle religioni orientali. E tutte prosperano con sommo diletto spirituale (?) della classe dominante.

Sindacati? Ormai, non ci crede più nessuno, neanche i giovani elvetici. Gli italiani sono stati i primi a schifarsene, poi gli spagnoli, i quali, pregni dell’odio di classe accumulato sotto il regime franchista, credevano, appena messo piede sul suolo elvetico, di trovare nel sindacato l’organismo da tanto tempo agognato per la difesa dei loro interessi, ma, appena giunti a contatto con la cosiddetta realtà, hanno dovuto amaramente constatare che nessuna differenza esisteva, nelle funzioni che essi esplicano, tra sindacati franchisti e svizzeri.

Le quarantaquattro ore settimanali, il sabato libero, le due settimane di ferie per tutti, sono stati sì concordati coi sindacati ma dopo ch’erano stati stabiliti a priori dagli organismi padronali che, volenti o nolenti, adottano ancor oggi il metodo paternalistico così caro alla tradizionale e campanilistica mentalità elvetica, e rimasto integro allo stato più «puro» nella gratifica natalizia.

A completare il quadro, ricordiamo l’opera su grande scala che svolge, sotto la protezione delle autorità locali e con l’appoggio di quelle italiane, la chiesa cattolica attraverso le Acli che, come un polipo, muovono tutti i loro tentacoli per la tutela, la protezione, la difesa dei bisogni e dei diritti dell’emigrante italiano in terra straniera. E, dove non possono i tentacoli del potere spirituale, arriva la Colonia Libera. Dopo le canzonette nostalgiche della mamma e della patria lontana, ballo sino al mattino!