Partito Comunista Internazionale

O dittatura mondiale dell’imperialismo o dittatura rivoluzionaria del proletariato

Categorie: Capitalist Wars, Imperialism, Pacifism, Racial Question, USA, Vietnam, World War II

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Da tre anni gli USA tentano di paralizzare e infine schiacciare l’insurrezione nazionale vietnamita ricorrendo alla tortura sistematica e freddamente progressiva di tutto un popolo, che una schiacciante superiorità economica e quindi militare permette loro. Invano, fino ad oggi.

L’orrore di un intervento militare condotto con la solita brutalità delle conquiste coloniali, ma con la potenza tecnica resa possibile dall’«automazione», solleva nel mondo un coro di ipocrite o ingenue proteste: troppo «mostruoso», «inspiegabile», «assurdo», «pernicioso», è tutto ciò; è necessario che finisca al più presto, e che il corso «normale» delle cose riprenda; è necessario che i popoli sottosviluppati conquistino tutti la suprema dignità dell’indipendenza nazionale, e che la pace venga assicurata!

Sotto l’apparente diversità dei discorsi di destra e di sinistra a favore del Vietnam dai moniti solenni degli uomini di Stato e dei politici di professione fino alle vociferazioni «radicali» degli «estremisti» cinesi, si ritrova sempre un fondo comune. Durante il comizio pacifista che, il 15 aprile, riunì a New York e a Los Angeles 200.000 manifestanti (fra cui moltissimi negri), il pastore Luther King riassunse queste posizioni comuni dichiarando: «Diversi milioni di patrioti americani respingono questa guerra e si rifiutano di assumerne la responsabilità morale… La nostra nazione è sempre più l’oggetto del disprezzo del mondo intero. Il rispetto che ci eravamo guadagnati ai tempi in cui la via che seguivamo era giusta va rapidamente scemando… Gli americani non hanno esitato a sacrificare la loro vita in mille battaglie in cui autentici interessi americani erano in gioco. Nel suo significato più profondo, l’immoralità di questa guerra risiede nel fatto tragico che nessun interesse vitale americano è in pericolo».

In altre parole, secondo Luther King (ma chi lo sconfesserà?), l’America si sarebbe guadagnata il «rispetto» dell’umanità partecipando alla «giusta» guerra antifascista per la democrazia, la libertà e l’indipendenza delle colonie (promessa nella Carta Atlantica del 1941…), pur difendendo i propri interessi onesti (linguaggio familiare ai «comunisti» di filiazione staliniana); rispetto che avrebbe accresciuto ancor più fondando l’ONU e giocando a un benevolo liberalismo di fronte ai primi moti di indipendenza nazionale in Africa e in Asia, che coincisero appunto con il crollo dei tradizionali imperi coloniali (Inghilterra e Francia conservano tuttora il bruciante ricordo del fallimento della spedizione di Suez nel 1956). Oggi, per la sola ottusa cecità dei governanti americani (come direbbe lo stesso Ho Chi Minh, che parla l’identico linguaggio) tutto ciò è rimesso in questione, il disprezzo succede al rispetto, senza neppure che un «interesse vitale» sia in gioco!

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In questa presentazione dei fatti, propria del cretinismo democratico, non c’è nulla che regga.

La guerra spietata condotta dagli Stati Uniti nel Vietnam non è un accidente e, meno ancora, un errore. L’errore e l’assurdo risiedono nel campo del democratismo piccolo-borghese che disgraziatamente ha appestato il movimento operaio internazionale e che rimane eternamente sordo alle lezioni della storia — anche se sanzionate dai milioni di cadaveri di due guerre mondiali e, fra l’una e l’altra (e dopo la seconda), di una gragnuola di campagne coloniali, per non parlare di quelli accumulati dall’oppressione e dalla fame crescenti dei popoli del Terzo Mondo.

Nel Vietnam, gli USA difendono non solo interessi americani, ma qualcosa di più: il sistema mondiale imperialistico. E appunto a loro tocca difenderlo con estrema energia perché di questo sistema essi sono la chiave di volta: il gendarme mondiale dell’imperialismo. I galloni, essi se li sono guadagnati nella seconda guerra mondiale con l’aiuto di tutti gli «antifascisti» democratici, «comunisti» in testa, che oggi piangono sulle conseguenze normali di una guerra, ma che, allora, «comunisti» sempre in testa, si spelavano le mani nel plaudire al trionfo del «liberatore» in arrivo dalla Grande Democrazia americana alleata alla Grande Patria del socialismo.

La prima guerra mondiale fu interrotta dalla rivoluzione di Ottobre 1917 e dai contraccolpi delle folgoranti parole d’ordine da essa lanciate a tutti i proletari in uniforme: «Abbasso le nazioni! Viva l’internazionalismo proletario! Trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile per la dittatura del proletariato!». Nel corso della seconda guerra mondiale come ai tempi delle grandi manovre preparatorie della guerra di Spagna, la borghesia poté invece proseguire senza ostacoli la sua opera di distruzione e di morte. Se la rivoluzione russa aveva squassato il mondo borghese, il proletariato occidentale non poté abbatterlo: vinta in Europa e in Oriente, la rivoluzione imputridì in Russia. Il nazionalismo borghese di Stalin liquidò l’internazionalismo di Lenin, e i partiti che continuavano a proclamarsi «comunisti» si fecero i gerenti dell’unione sacra dei socialtraditori nella prima carneficina mondiale. Gli eserciti imperialisti non ebbero migliori ufficiali di reclutamento. 

Giacché la seconda guerra mondiale fu una «normale» guerra imperialistica, che non dovette nulla al fanatismo e alla megalomania del mostro-Hitler così come la guerra del Vietnam non deve nulla alla cocciutaggine di Johnson e ai complotti degli «avvoltoi del Pentagono». (È così difficile d’altronde, ai «comunisti» che un tempo si rallegravano del trionfo del «moderato» Johnson sul bellicista Goldwater, capire che, se il capitalismo genera necessariamente la guerra, genera contemporaneamente tutte le «mostruosità» che le sono legate?). Nazioni dallo sviluppo industriale impetuoso, ma prive di sbocchi e di colonie (Germania e Giappone), si urtarono contro le metropoli di smisurati imperi coloniali (Francia e Inghilterra). Le «democrazie» sconfissero il «fascismo», ma a prezzo di distruzioni che le lasciarono temporaneamente prive di forze: i loro imperi non sopravvissero, e fu la «decolonizzazione» tanto vantata dai democratici, per i quali il non plus ultra del progresso è la nazione sovrana, dotata della sua polizia, del suo esercito e dei suoi diplomatici. L’URSS, da parte sua si gettò sul bottino delle democrazie popolari, a compenso dei milioni di cadaveri di operai e contadini russi che i diplomatici «sovietici» allegramente calpestavano per intervenire alle riunioni dell’ONU come, prima, della S. d. N., «il covo dei briganti» stigmatizzato da Lenin. 

Risparmiato dalle distruzioni, inesauribile fornitore di armi di ogni specie durante il conflitto, l’imperialismo americano restò il grande vincitore del massacro. I dollari del piano Marshall affluirono nel Vecchio Mondo, il gigantesco arsenale produttivo si riconvertì e poté continuare nel suo ritmo infernale per far fronte alle esigenze della ricostruzione. Il colonialismo europeo era moribondo: attraverso i sussulti drammatici della sua agonia, l’imperialismo yankee occupò il posto lasciatone vuoto. Per un processo ineluttabile, il liberatore democratico divenne il guardiano dell’ordine borghese in tutto il mondo.

Nessuno, oggi, pensa di negare che il divario tra lo sviluppo dei paesi industrializzati e quello dei paesi sottosviluppati sia cresciuto invece di ridursi. Che cosa significa questo, se non che la liberazione puramente politica, intesa come indipendenza formale delle nazioni, non risolve nessuno dei problemi posti dalla dominazione mondiale dell’imperialismo? Del resto, la semplice indipendenza formale diventa oggi aleatoria (se mai fu duratura), come lo prova tragicamente il caso del Vietnam. I rapporti fra le grandi potenze sono cambiati. La vittoria totale degli Stati Uniti nella guerra li costrinse a rimettere in sesto l’Europa non per solidarietà democratica, ma per bisogno d’ordine e per consentire alla macchina del profitto oltre Oceano di continuare a marciare, finché l’Europa del mercato comune, trascinata dalla Germania federale che ora segue a ruota gli USA nella corsa al mercato mondiale, divenne un concorrente, come, sebbene in grado minore lo divenne l’URSS e come lo sarà dopodomani la Cina, intorno alla quale appunto perciò, la Russia e l’America vanno già stendendo un cordone sanitario.

Ecco il contesto storico che determina il conflitto vietnamita. Le insurrezioni nazionali non possono non prodursi; l’imperialismo non può più impedirle, allo stadio raggiunto dalla concorrenza inter-imperialistica; ma nemmeno può schiacciarle totalmente, così come esse non possono liberarsi dalla sua stretta mortale. Al fondo di questo circolo vizioso, la crisi e la guerra attendono: l’imperialismo non conosce altra «soluzione».

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Così stando le cose, reclamare a gran voce l’indipendenza del Vietnam, o raccogliere un miliardo per fargliene dono, è, nel migliore dei casi, pascersi di frasi vuote, chiudersi gli occhi e le orecchie per evitar di capire che la questione vietnamita, come questione isolata è insolubile.

Far credere il contrario, anche involontariamente, significa rinviare l’unica soluzione fornita dall’intervento rivoluzionario del proletariato nei principali paesi imperialistici. Luther King lo sa e, da bravo uomo d’ordine, si affretta a dissociare il movimento dei negri d’America dall’agitazione pacifista. Alcuni, apparentemente più radicali, propongono l’invio di brigate internazionali nel Vietnam. La proposta inversa sarebbe più seria! Se il Vietnam languisce non è certo per mancanza di combattenti, né perché la loro decisione vacilli; languisce perché l’imperialismo ha le spalle sicure — grazie, fra l’altro, alla complicità di fatto di tutti i dirigenti del movimento operaio, politico o sindacale.

Ecco il vero problema. Nessun entusiasmo generoso ma vago, può contribuire a risolverlo. Non esiste miracolo storico. Le rivoluzioni, come i partiti di cui esse hanno bisogno per compiersi, non si fabbricano a volontà. Occorre la lotta tenace di un’avanguardia che, con la sua incrollabile fedeltà ai fini generali del movimento comunista, sappia tirare le lezioni dalle lotte passate e soprattutto dalle sconfitte passate. Una di queste lezioni fondamentali è che non esiste terza via fra la dittatura mondiale dell’imperialismo e la dittatura rivoluzionaria del proletariato, e che ogni concessione alla democrazia, alla fiaba dell’«uguaglianza delle nazioni indipendenti», rafforza la prima e quindi riduce le probabilità di vittoria della seconda.

Non v’è altro «aiuto» possibile al Vietnam, e a tutti gli altri popoli oppressi, che quello di lavorare alla ricostruzione del partito comunista. La via è lunga e difficile. Ma è la sola. La caratteristica fondamentale dell’opportunismo, scrisse un giorno Trotsky, è l’incapacità di attendere!