Il commercio fattore di… pace
Categorie: Italy, Tariffs, Trade Wars, USA
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La Stampa del 27 aprile informa che il Dipartimento del Tesoro americano ha posto un dazio di compensazione di 22,40 dollari la tonnellata sulle importazioni dall’Italia di unità di acciaio per piloni di trasmissione dell’elettricità. La motivazione è che l’Italia concede alla esportazione di tale materiale una sovvenzione sotto forma di facilitazioni tributarie (dette «restituzioni d’imposta» o «restituzioni di confine») che andrebbero al di là di quelle consentite dall’accordo generale sulle tariffe e sul commercio. L’Italia protesta, inutile dirlo, con veemenza affermando che le restituzioni di confine non sono sovvenzioni, ma «un provvedimento rettificativo reso necessario, nel caso di esportazioni, da un regime fiscale che, come quello italiano, è tuttora fondato in buona parte sull’imposizione indiretta».
È una notiziola di poche righe che si presta a sfatare alcuni miti. Nell’anno 1947, sconfitti quei regimi che, a detta dei democratici, erano, con i loro dumping, colpevoli di ogni turbamento dell’equilibrio del mercato mondiale, gli Stati Uniti ed altri 22 paesi conclusero a Ginevra un accordo doganale, il GATT (General Agreement on Tariffs and Trade), che aveva uno scopo quanto mai edificante: dare una disciplina unitaria alla liberalizzazione del commercio internazionale attraverso la diminuzione delle tariffe doganali e l’aumento graduale dei contingenti, fino alla loro abolizione.
Pareva quindi che, sconfitti i mostri nazifascisti, smembrati i grandi cartelli tedeschi, ridimensionati i trust giapponesi dalle autorità occupanti, pareva che si dovesse buttare una volta per sempre nel cestino la politica protezionistica di un tempo e avviarsi verso una «leale concorrenza», visto che ormai nessuno più la insidiava. Il GATT doveva sostituire alle trattative bilaterali fra gli Stati trattative multilaterali, per facilitare, si diceva, la ricerca di un interesse comune, e dare maggiore stabilità al commercio internazionale.
Ma è nella logica di questi accordi fra Stati smentire nelle norme particolari le pompose dichiarazioni generali di principio. Infatti, fu introdotta una «clausola di salvaguardia», per cui ogni Stato è in grado di modificare i propri impegni quando un prodotto estero minaccia un’industria nazionale. Inoltre, veniva lasciato intatto il sistema delle preferenze doganali (esempio classico il Commonwealth). Il GATT vietava, è vero, l’introduzione di nuove preferenze e l’accentuazione di quelle esistenti: ma, in merito a ciò, nessuno può affermare che tale divieto abbia dato esiti tangibili.
Erano anche proibite le restrizioni quantitative al commercio internazionale. Le eccezioni erano restrizioni a favore dell’agricoltura, mentre, in caso di difficoltà della bilancia dei pagamenti, ciascun paese poteva ricorrere a restrizioni quantitative mediante imposizione di contingenti di esportazione. L’accordo risale al 1947. Oggi se ne celebra il ventennale con l’accusa che l’America fa all’alleata Italia di violarne le norme praticando il famigerato dumping esattamente come gli imperialisti Giappone e Germania…
Il dumping è definito come «vendita di merci all’estero a prezzi inferiori che in patria per porre in difficoltà le imprese similari». La «restituzione d’imposta» è fatta alle imprese esportatrici, le quali possono così vendere all’estero a un prezzo inferiore che in Italia, in quanto liberate da un forte carico fiscale.
Si possono trarre le seguenti conclusioni. Nonostante le periodiche smentite dei politicanti e degli economisti, il commercio mondiale, lungi dall’unire le nazioni, è veicolo di discordie, conflitti, e infine guerre. Nessuna nazione può permettersi di liberalizzare completamente il proprio commercio, neppure la più potente. Le illusioni sorte nell’immediato dopoguerra, quando i massacri di uomini e le distruzioni di enormi forze produttive lasciavano un ampio margine di ricostruzione al capitalismo, sono svanite. L’Europa, prostrata, non rappresentava allora alcun serio pericolo per gli Stati Uniti, ma adesso la lotta per i mercati è sempre più aspra e palese, i provvedimenti restrittivi di oggi si trasformeranno in guerre doganali domani, e, dopo ancora, la borghesia sarà costretta a tentare di risolvere i suoi problemi con un terzo grande macello imperialistico. Spetta al proletariato darle la risposta che merita!