In memoria degli eroici operai e contadini cinesi vittime nel 1927 dell’aberrante politica stalinista
Indici: Cina
Categorie: China, CPC, Kuomintang, Third International, Trotsky
Questo articolo è stato pubblicato in:
Nel numero scorso abbiamo ricordato il martirio dei proletari di Shanghai, sacrificati sull’altare dell’alleanza con il Kuomintang (e, peggio, della sudditanza ad esso).
Fu quello il primo anello di una feroce catena di eccidi che dalle città si estese alle campagne e da queste rifluì biecamente in quelle, mentre l’Internazionale e il PCC insistevano nel frenare le masse e nel deplorarne gli «eccessi» per non guastare i «buoni rapporti» col nazionalismo borghese.
Fra i tanti discorsi che con appassionata irruenza tenne in quel periodo Trotsky perorando la causa parallela dell’approfondimento della rivoluzione in Cina e del vigoroso ritorno all’autonomia del movimento proletario inglese imprigionato contemporaneamente nelle maglie del Comitato anglo-russo di unità coi sabotatori tradunionisti e laburisti dello sciopero minerario, riportiamo il brano dedicato alla Cina del poderoso discorso tenuto al 1º agosto 1927 di fronte al CC e alla CC di controllo del partito russo, che è insieme una sintesi della criminale politica di servile accodamento al Kuomintang nel decisivo biennio 1926-27 e una fiera rampogna contro l’opportunismo annidatosi al vertice dell’Internazionale.
«Esaminiamo nel suo insieme tutta la linea di condotta seguita nella tattica o meglio nella strategia, in Cina.
Il Kuomintang è il partito della borghesia liberale durante la rivoluzione; della borghesia liberale che si trascina dietro gli operai e i contadini, e poi li tradisce. Conformemente alle vostre direttive il Partito Comunista, malgrado tutti i tradimenti, resta nel Kuomintang e si sottomette alla sua disciplina borghese. L’insieme del Kuomintang entra nell’I.C. e non si sottomette alla sua disciplina: non fa che approfittare del suo nome e della sua autorità per ingannare gli operai e i contadini cinesi.
Il Kuomintang copre i generali-agrari che tengono in pugno i soldati-contadini. Alla fine dello scorso ottobre, Mosca esige che la rivoluzione agraria non si estenda per non spaventare i proprietari terrieri che comandano l’esercito. E questo diviene, per conseguenza, una società di mutua assicurazione dei piccoli e grandi proprietari terrieri.
I signori non hanno nulla da obiettare al fatto di qualificare la loro campagna militare come nazionale e come rivoluzionaria, a condizione che il potere e la terra restino nelle loro mani. Il proletariato, che costituisce una forza rivoluzionaria giovane, potente, per nulla inferiore a quella del nostro proletariato nel 1905, è costretto a mettersi agli ordini del Kuomintang!
Mosca dà ai liberali cinesi il seguente consiglio: «Emanate una legge sulla organizzazione di un minimo di milizie operaie». E ciò avviene nel marzo 1927! Perché si dà alle sfere superiori il consiglio: «Date un minimo di armamento», e non invece, alla base, la parola d’ordine: «Armatevi al massimo»? Perché un minimo e non un massimo? Per non «spaventare» la borghesia, per non provocare la guerra civile. Ma questa inevitabilmente si è accesa, si è rivelata infinitamente più crudele, ha sorpreso gli operai senz’armi, e li ha annegati nel sangue.
Mosca è intervenuta contro la creazione di soviet «dietro l’esercito» (come se la rivoluzione fosse il dietro), «per non disorganizzare le retrovie» di quegli stessi generali che due giorni dopo massacrarono gli operai e i contadini.
Abbiamo noi rafforzato la borghesia e i proprietari terrieri, costringendo i comunisti a sottomettersi al Kuomintang, e coprendo quest’ultimo con l’autorità dell’I.C.? Sì li abbiamo rafforzati. Abbiamo indebolito i contadini frenando lo sviluppo della rivoluzione agraria e dei soviet? Sì, li abbiamo indeboliti. Abbiamo diminuito le forze degli operai con la parola d’ordine, no, diciamo piuttosto con il rispettoso consiglio alle sfere superiori borghesi: «Armamento minimo» e «niente soviet»? Sì, le abbiamo diminuite. È forse strano che abbiamo subito una sconfitta, dopo di aver fatto tutto il possibile per render più difficile la vittoria?
Voroscilov ha dato la spiegazione più giusta, più coscienziosa e più franca, di tutta questa politica: «La rivoluzione contadina avrebbe potuto intralciare la marcia dei generali verso il nord». Voi avete frenato la rivoluzione nell’interesse di una campagna militare. È esattamente così che lo stesso Chang-Kai-scek vedeva le cose. L’espansione della rivoluzione, guardate un po’, avrebbe potuto rendere più difficoltosa la campagna del generale «nazionale»! Ma la rivoluzione è di per sé una vera marcia degli oppressi contro gli oppressori. Per favorire la spedizione del generale, voi avete rallentato la rivoluzione, e creato il disordine nelle sue file. Per conseguenza la campagna dei generali si è rivolta non solo contro gli operai e i contadini ma anche (e proprio per questa ragione) contro la rivoluzione nazionale.
Se avessimo assicurato a tempo un’autonomia completa del Partito Comunista, se lo avessimo aiutato ad armarsi di una sua stampa e di una tattica giusta, se gli avessimo dato come parole d’ordine: «Armamento massimo degli operai», «Espansione della guerra contadina nelle campagne», il Partito Comunista si sarebbe ingrandito non ogni giorno, ma ogni ora; i suoi quadri si sarebbero temprati nella fiamma della lotta rivoluzionaria. Bisognava lanciare la parola d’ordine dei soviet fin dai primi giorni del movimento di massa. Si sarebbe dovuto, dovunque la minima possibilità si presentasse, passare alla effettiva instaurazione dei soviet e attirare in essi i soldati. La rivoluzione agraria avrebbe portato il disordine negli eserciti pseudo-rivoluzionari, ma avrebbe nello stesso tempo contaminato le truppe controrivoluzionarie del nemico. Solo su questa base, – rivoluzione agraria e soviet, – si sarebbe potuto gradualmente forgiare un esercito veramente rivoluzionario, cioè un esercito operaio e contadino.
Compagni, abbiamo sentito qui un discorso di Voroscilov che parlava non in veste di commissario del popolo alla guerra e alla marina, ma di membro del Politburo, e io dico: «Questo discorso è in sé una catastrofe, esso vale una battaglia perduta».
Durante l’ultimo Plenum del Comitato Esecutivo dell’I.C., in maggio, quando, dopo di aver finalmente registrato il passaggio di Chiang Kai-sek nel campo della reazione, voi puntavate su Wang ching-wei e poi su Tang Yu-hang-ci, io scrissi una lettera al Comitato Esecutivo. Era il 28 maggio: «Il fallimento di questa politica – dicevo – è assolutamente inevitabile». E che cosa proponevo? Leggo testualmente: «Il plenum avrebbe agito correttamente facendo una croce sulla risoluzione Bucharin e sostituendola con un’altra concepita in poche righe: 1) i contadini e gli operai non devono fidarsi dei capi del Kuomintang di sinistra, ma instaurare i loro soviet unendosi ai soldati; 2) i soviet devono armare gli operai e i contadini avanzati; 3) il Partito Comunista deve assicurarsi un’autonomia completa, crearsi una stampa quotidiana, dirigere la creazione dei soviet; 4) le terre dei proprietari terrieri devono essere immediatamente confiscate; 5) la burocrazia reazionaria deve essere senza indugio soppressa; 6) i generali traditori e i controrivoluzionari in genere devono essere fucilati sul posto; 7) bisogna orientarsi nell’insieme verso l’instaurazione di una dittatura rivoluzionaria, attraverso Consigli dei deputati operai e contadini». Ed ora confrontate: «Niente guerra civile nei villaggi»; «non spaventiamo i compagni di strada»; «non irritiamo i generali», «minimo di armamento agli operai», ecc. E questo sarebbe bolscevismo! E il nostro atteggiamento è qualificato dalle tesi del Politburo… di menscevico! Dopo di aver capovolta la vostra posizione, vi siete fermamente decisi a chiamare nero il bianco. Solo c’è per voi una disgrazia: il menscevismo internazionale da Berlino a New York approva la politica cinese di Stalin-Bucharin, e in piena conoscenza di causa, solidarizza con la vostra linea di condotta nella questione cinese.
Intendiamoci: non si tratta affatto di tradimenti individuali di militanti cinesi del Kuomintang, di condottieri cinesi di destra e di sinistra di funzionari sindacali inglesi, di comunisti cinesi o inglesi. Quando si viaggia in treno, sembra che sia il paesaggio a spostarsi. Tutta la disgrazia consiste nel fatto che avete avuto fiducia in coloro che non avrebbero mai dovuto ispirarvela; che avete sottovalutato l’educazione rivoluzionaria delle masse, la quale esige prima di tutto che si inoculi in loro la diffidenza verso ogni spirito del giusto mezzo in generale. La virtù cardinale del bolscevismo è di possedere questa diffidenza in un grado supremo. I partiti giovani devono ancora acquisirlo e assimilarlo, mentre voi avete agito e continuate ad agire nel senso diametralmente opposto. Voi inoculate nei giovani partiti la speranza che la borghesia liberale evolva più a sinistra, e la fiducia nei politici liberali-operai delle trade-unions. Voi ostacolate la educazione dei bolscevichi inglesi e cinesi. Ecco l’origine dei «tradimenti» che ogni volta vi prendono «alla sprovvista!»
Fu l’ultima grande battaglia in difesa dell’internazionalismo rivoluzionario, prima che lo stalinismo, dopo di aver legato le mani ai comunisti cinesi, imbavagliasse e ammanettasse per sempre l’opposizione russa.
I maoisti di oggi, che levano fumi d’incenso alla memoria di Stalin, non sono che i macabri eredi della rivoluzione tradita, sgozzata e, infine, vilipesa del cruciale 1927, tomba in cui tutto il movimento proletario d’Occidente e d’Oriente fu sepolto nell’illusione che mai più risollevasse la testa.