[RG-45] Prima breve cronaca della RG di Firenze 30 Aprile-1 Maggio 1967
Categorie: Economic Works, General Meeting, Life of the Party, Party History, PCd'I, TRPF, Union Question
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Con inizio alle ore 10,30 di domenica 30 aprile e termine alle ore 13,30 di lunedì 1º maggio, si è tenuta a Firenze, nella sede locale, la prima riunione generale 1967 del nostro Partito. L’organizzazione era rappresentata praticamente al completo, con larga partecipazione anche delle sezioni di lingua non italiana, e la diligenza e l’impegno con cui i compagni fiorentini avevano curato in tutti i particolari la sistemazione logistica dei convenuti hanno permesso alla riunione di svolgersi in buon ordine e con la massima regolarità, malgrado gli intoppi derivanti dalle condizioni di salute o dall’assenza involontaria di alcuni relatori. Essa è coincisa con l’uscita del n. 38 della rivista «Programme Communiste», che si è potuta distribuire insieme con gli opuscoli in lingua francese sulla Questione parlamentare nell’Internazionale Comunista e con il numero di aprile del «Prolétaire», a conferma dell’intenso lavoro che si è svolto, pur fra le difficoltà della situazione esterna, dopo l’ultimo incontro di Natale, e che continua con l’abituale tenacia sostenuta dall’entusiasmo e dall’attiva collaborazione di tutte le nostre forze, per deboli numericamente che siano. Il bilancio rappresentato da questi dati di fatto è decisamente favorevole, e i compagni presenti ne hanno tratto impulso per consacrare tutte le loro energie alla salvaguardia e al potenziamento dell’organo insostituibile della preparazione rivoluzionaria del proletariato, il Partito.
Diamo qui di seguito una cronaca molto succinta dei temi svolti nei rapporti che, nella loro veste integrale, saranno successivamente pubblicati su queste colonne.
Economia marxista
Il primo è consistito, nella sua prima parte, nella sintesi di un testo assai elaborato, predisposto dalla sezione di Napoli, che costituisce un prezioso apporto alla comprensione e allo studio dell’economia marxista. Il testo non è stato possibile leggerlo perché avrebbe occupato molto più tempo di quello disponibile, in quanto si sarebbe reso necessario svolgere le varie formule algebriche e numeriche di cui è ricco. I relatori si sono quindi limitati a leggere i passi salienti e le opportune citazioni dal Capitale, in particolare dal III Libro, che si occupa appunto della «legge della discesa tendenziale del tasso di profitto», argomento centrale dello studio di partito, avvalendosi inoltre di una tabella costruita su dati di Marx, dalla quale appare evidente il meccanismo dialettico della legge della discesa del tasso di profitto, e nella quale la validità storica di questa legge fondamentale dell’economia capitalistica, negata da Stalin e trascurata o contestata da epigoni ed economisti borghesi, risalta prepotentemente dalla correlazione delle varie grandezze, tra cui la dipendenza tra saggio di profitto e composizione organica del capitale in rapporto direttamente proporzionale; cioè, nella misura in cui diminuisce il rapporto tra capitale variabile, o salari, e capitale costante, o materie da lavorare, ovvero nella misura in cui aumentano le materie prime in relazione al lavoro necessario, diminuisce il tasso di profitto.
L’importanza di questo lavoro non è solo teorica, vale a dire di dimostrazione della validità della teoria marxista, ma anche pratica, cioè di conferma della validità del programma rivoluzionario marxista che postula la caduta violenta del regime capitalistico, la cui struttura poggia appunto su rapporti economici e sociali contraddittori la cui soluzione non può essere che la catastrofe. A confortare storicamente la legge economica e il dettato del programma, la relazione si è conclusa nella seconda parte con una nuova lettura dei dati statistici che corredano il lungo studio di partito sulle principali economie capitalistiche, i quali mettono in luce solare come il corso dell’economia capitalistica, tanto nei cicli brevi quanto in quelli lunghi, sia contrassegnato dalla generale tendenza alla decrescenza dei ritmi produttivi, da cui non sfugge nemmeno la Russia cosiddetta socialista. Di qui trae origine la politica imperialistica del capitalismo mondiale che, nello sforzo sovrumano di contrastare la mortale azione della legge della discesa del saggio di profitto, sconvolge l’economia mondiale, schiaccia popoli e nazioni deboli, alimenta focolai di guerra e prepara un nuovo eccidio esteso a tutto il pianeta. Il complesso rapporto terminava con la constatazione evidente che la lotta vittoriosa contro l’imperialismo per la rigenerazione dell’umanità può essere condotta solo sulla base del programma rivoluzionario marxista così come scaturisce dalla teoria originaria e come ci è tramandato dalla Sinistra comunista, respingendo ogni tentativo di correggere, rettificare o peggio «arricchire» la nostra dottrina.
Partito rivoluzionario e azione economica
Il secondo rapporto, sul tema: Partito rivoluzionario e azione economica, ha preso l’avvio dagli stessi dati di partenza per ribadire l’antitesi inconciliabile fra capitale e lavoro, antitesi da cui scaturisce in una dinamica che nessuno sforzo di conciliazione è in potere di reprimere e, meno ancora, di eliminare, l’urto fra le due classi fondamentali della società contemporanea, borghesia e proletariato: come nell’Indirizzo inaugurale dettato da Marx nel 1864 per l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, è vero oggi come e più di allora «che nessun perfezionamento delle macchine, nessuna applicazione della scienza alla produzione, nessun progresso dei mezzi di comunicazione, nessuna nuova colonia, nessuna emigrazione, nessuna apertura di nuovi mercati, nessun libero scambio [brevi righe in cui è condensata e messa alla gogna l’intera ideologia della classe dominante, se ne faccia portavoce in questi anni il papa o l’uomo di cultura, il parlamentare e il ministro o il loro lacchè opportunista], né tutte queste cose prese insieme, elimineranno la miseria delle masse lavoratrici: che anzi, sulla falsa base presente, ogni nuovo sviluppo delle forze produttive del lavoro inevitabilmente deve tendere a rendere più profondi i contrasti sociali, e più acuti gli antagonismi». Da questa premessa, che si intrecciava agli sviluppi del primo rapporto, il relatore è passato a ricordare in un’ampia sintesi la battaglia sostenuta in seno alla I Internazionale da Marx e da Engels per rivendicare di fronte ai bakuninisti il principio che ogni lotta di classe è lotta politica, pone quindi inevitabilmente il problema del potere e degli organi e strumenti per conquistarlo nel finale scontro violento fra classi antagoniste («nella sua lotta contro il potere unificato delle classi possidenti il proletariato può agire come classe solo organizzandosi in partito politico autonomo, che si oppone a tutti gli altri partiti costituiti dalle classi possidenti») e di qui è partito per illustrare la posizione costantemente tenuta ed affermata dal marxismo, dai primordi fino a Lenin, alla III Internazionale e alla Sinistra comunista, che non è già di negare le lotte economiche immediate della classe operaia (e le organizzazioni che da esse storicamente sono sorte), ma di operare in esse per elevarle al grado di battaglie (e organizzazioni di battaglia) politiche dirette verso l’obiettivo finale della distruzione del regime del lavoro salariato, e di permearle di quel programma comunista, di cui è depositario unico e insostituibile il Partito.
La Sinistra Comunista e il fascismo
In questa seconda parte, che si è spinta fino a trattare i problemi di azione pratica interessanti la vita vissuta della nostra organizzazione (impegnata bensì in un’opera prevalente di restaurazione della dottrina sepolta sotto le macerie accumulate dalla controrivoluzione mondiale, ma aliena dal considerare quest’opera come avulsa da una costante azione di propaganda, proselitismo e agitazione), il rapporto si è organicamente collegato a quello con cui la riunione si è chiusa, ricordando l’enorme e rigorosamente impostata attività svolta in campo sindacale dal P. C. d’Italia nel 1921-22, quando lo dirigeva la Sinistra. È seguito quello che possiamo considerare come l’inizio, la prima parte, di una più ampia relazione sul tema, – tutt’altro che accademico, anzi materiato di esperienze vive e sanguinose della lotta di classe, – della Sinistra comunista di fronte al fascismo. Più che di un inquadramento teorico generale della questione del significato storico del fascismo nel quadro dell’evoluzione del regime capitalistico, si è trattato di una rievocazione, da un lato, degli eventi che si susseguirono dal 1919 al 1922 in Italia, a riprova pratica dell’azione congiunta della democrazia classica e del neonato fascismo nello schiacciamento di un proletariato combattivo, minacciosamente in piedi negli anni di pace come lo era stato negli anni di guerra, e, dall’altro, della risposta che all’offensiva del capitale, condotta sul duplice binario delle blandizie democratiche e della violenza «regolare» e «irregolare», diede il P. C. diretto dalla Sinistra chiarendo ai proletari la vera natura del fascismo, e quindi operando affinché fosse ben presente e indiscutibile ai loro occhi come due regimi, lungi dal contraddirsi, stiano o cadano insieme, ma operando praticamente affinché il guanto di sfida lanciato dalla borghesia sul terreno della violenza fosse non già respinto in nome del «ritorno alla legalità» e relativi patti di pacificazione, ma raccolto a viso aperto contrapponendo «alla preparazione la preparazione, all’organizzazione l’organizzazione, all’inquadramento l’inquadramento, alla disciplina la disciplina, alla forza la forza, alle armi le armi». La storia di questo periodo ardente, che si intreccia in modo indissolubile alla storia del movimento comunista internazionale, è stata ripercorsa mostrando come la via tracciata allora dalla Sinistra, e seguita senza mai tentennamenti, fosse la sola da cui si potesse attingere la certezza di una vittoriosa controffensiva proletaria o, se questa fosse stata battuta in campo aperto, la garanzia di una sua gagliarda ripresa fuori dai miasmi del pacifismo, del riformismo e del democratismo, contro le suggestioni del «governo migliore», del governo democratico «forte» (cioè in grado di far rispettare quella legge che noi siamo chiamati ad infrangere), è intorno all’unica bandiera: «Viva il governo forte della dittatura comunista».
I temi strettamente collegati di questi rapporti sono di un così vivo e bruciante interesse per i compagni, e così importanti per il sano sviluppo del nostro movimento, che si è riconosciuta la necessità di farne oggetto di trattazione ulteriore in riunioni successive, sulla scia dell’entusiasmo e della passione con cui tutti i militanti presenti li hanno seguiti in questi giorni di fraterno incontro, non a caso coincidenti con quel Primo Maggio che noi vogliamo non tricolore ma rosso, non nazionale e patriottardo, ma rivoluzionario ed internazionalista.