Mutato il pelo, per l’opportunismo, resta il vizio Pt.2
Categorie: Maoism, Stalinism, TRPF
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Il centro di gravità del filocinesismo, come abbiamo detto nell’articolo precedente, è costituito da una tesi sui « mutamenti di struttura » del capitalismo dopo la seconda guerra mondiale, che distrugge il catastrofismo rivoluzionario e la teoria dell’instabilità generale e permanente del capitalismo nella fase imperialistica, bestia nera di tutti gli avversari della dottrina marxista. Lo spirito insurrezionalista che i neostaliniani inseriscono nei loro documenti e discorsi, come tutto il cianciare sulla « zona delle tempeste », è solo una maldestra operazione per tentar di dare una nuova verginità alla vecchia baldracca del riformismo opportunista.
Nel « Programma d’azione » di « Nuova unità », si legge:
« Dopo la seconda guerra mondiale sono avvenute alcune trasformazioni nelle strutture capitalistiche. Gran parte della produzione si è concentrata nelle mani di pochi grandi gruppi monopolistici che, pur tra violenti contrasti, dominano i mercati del loro campo. L’intervento statale è ormai ammesso ed anzi richiesto dalla borghesia con certe « programmazioni » dello sviluppo economico. Sono stati approntati strumenti per tempestivi interventi anticiclici, che hanno potuto operare in specie là dove sia mancata la lotta politica della classe operaia. Anche la legge del massimo profitto funziona con alcuni accorgimenti (che non ne modificano la sostanza) determinati dalla necessità di avere almeno un minimo di sicurezza per poter vendere sul mercato ciò che si è prodotto. Date le modificazioni precedentemente indicate, il sistema capitalistico può adoprarsi, almeno per un certo periodo, ad evitare profonde crisi di sovrapproduzione generale ».
Questo brano è un capolavoro di gesuitismo e nel leggerlo si ha la stessa sensazione che provava Trotsky scorrendo le opere di Stalin; pare di ingoiare delle setole di porco sminuzzate.
Rinascita di Bernstein…
Siamo davanti al classico stile teorico vigliacco dell’opportunismo, consistente nell’affermare una tesi minimizzandola attraverso una pietosa altalena concettuale. Gli strumenti anticiclici avrebbero potuto operare « in specie là dove … », e non si dice che cosa sia accaduto o sarebbe potuto accadere « là dove non … ». La balorda legge del massimo profitto funzionerebbe con alcuni accorgimenti (del tutto misteriosi) che però non ne modificherebbero la sostanza. E, alla fine della dotta dissertazione sui « mutamenti di struttura (sic!) del capitalismo dopo la seconda guerra mondiale », ecco la luminosa sintesi: « date le modificazioni precedentemente indicate » (che i filocinesi, da bravi piccoli borghesi con animo liberale, scorgono nel demone del monopolio e dell’interventismo statale) il sistema potrebbe evitare « almeno per un certo periodo » (grazie della concessione!) profonde crisi.
Non si può, a questo punto, fare a meno di ricordare le parole del vecchio volpone opportunista di Bernstein: 1) « È da vedere se con la crescente estensione dei mercati, la rapidità di informazione sulla situazione dei mercati e il progressivo aumento dei rami produttivi, si avrà in un prossimo avvenire a che fare con crisi generali del tipo di quelle precedenti, o piuttosto non si facciano valere in primo luogo solo crisi internazionali limitate a determinati gruppi d’industria ». 2) « Non mi è mai venuto in mente di dire che non ci saranno o non ci debbano più essere rivoluzioni, come non mi è mai venuto in mente di affermare che non ci saranno più crisi … Non mi è mai venuto in mente di dare ad intendere che non siano più attendibili grandi crisi generali: ho solo … posto in questione la prossimità di una tale crisi ».
Queste citazioni sono tratte da due articoli del 1899. Programma di azione del 1966 o invarianza dell’opportunismo dal 1899 ad oggi?
A distanza di più di mezzo secolo, eccoci riproposto dai « rivoluzionari » filocinesi il leit motiv caro al cuore di tutti i traditori del marxismo: l’insorgere di elementi nuovi nella struttura economica del capitalismo, che non potevano essere previsti da Marx e che pertanto richiedono nuove elaborazioni politiche e tattiche. Il trucco è semplice: basta … « dimenticare » il nesso inscindibile, magistralmente analizzato da Lenin, tra la concentrazione monopolistica e l’imperialismo, e datare la comparsa dei monopoli … da dopo la seconda di due guerre imperialiste (quando ormai Lenin stesso — imbalsamato — era stato ridotto a un’icona inoffensiva).
Il monopolio: una novità d’oggi?
Ma lo spettro del comunismo fa sentire la sua voce terribile anche da entro tombe apparentemente «sicure». Ecco che cosa dice Lenin nell’Imperialismo a proposito degli «ultimi Mohicani della borghesia democratica»: «Tutta questa critica [alla politica aggressiva delle grandi potenze] temeva di riconoscere l’indissolubile legame tra l’imperialismo e i trusts e quindi tra l’imperialismo e le basi stesse del capitalismo; temeva di unirsi alle forze create dal grande capitalismo nel suo sviluppo». Ed ecco ancora come il metodo marxista lega dialetticamente tra di loro i macroscopici fenomeni che germinano come muffe sul corpo in dissoluzione dei rapporti di produzione borghesi: «La concorrenza diventa monopolio. Il risultato che ne deriva è un immenso processo di generalizzazione e di socializzazione della produzione… La concentrazione arriva a un punto tale che diventa possibile inventariare approssimativamente tutte le risorse in materie prime (come, per esempio, tutti i giacimenti minerari di un paese e anche, come vedremo, di parecchi paesi o del mondo intero). Viene parimenti steso un inventario approssimativo dei mercati, e i trusts se li dividono attraverso contratti. La mano d’opera qualificata è monopolizzata; i migliori ingegneri sono assunti; il monopolio mette la mano sulle vie di comunicazione: ferrovie in America, società di navigazione in Europa e in America. Nella sua fase imperialistica il capitalismo si avvicina strettamente alla più completa socializzazione della produzione. Fa, per così dire, entrare i capitalisti, malgrado la loro volontà e la loro coscienza, in un ordine sociale che segna la transizione fra la libertà di concorrenza e la socializzazione della produzione. Quest’ultima diventa sociale, ma costituisce una proprietà privata. I quadri della libera concorrenza formalmente riconosciuta sussistono e il giogo di un pugno di burocrati sul rimanente della popolazione si fa più pesante, sempre più soffocante, sempre più intollerabile».
Il monopolio, il controllo dei mercati, la programmazione, roba degli ultimi venti anni? Ma via, poveri untorelli della controrivoluzione, andatevi a nascondere!
Da dove trae origine questo sforzo di presentare il fenomeno monopolistico come un fatto indipendente e posteriore di più di mezzo secolo al sorgere della politica di aggressione delle grandi potenze? Ricordiamo che Lenin constata un ampio sviluppo dei monopoli dal 1870 al 1890, e dichiara che dopo tale data essi «diventano una delle basi dell’intera vita economica. Il capitalismo si è trasformato in imperialismo».
Per i filocinesi è necessario insinuare l’idea che, pur continuando da parte delle maggiori potenze mondiali la politica di aggressione e di rapina ai danni dei paesi sottosviluppati, per quanto riguarda le zone del globo economicamente sviluppate si stia invece aprendo una fase di stabilità sociale, anche se, per un resto di pudore o meglio per vigliaccheria, non la dichiarano eterna al pari di Bernstein. Infatti scrivono: «Anche le enormi ricchezze rapinate, in lunghi periodi di dominazione, da tutti i paesi imperialisti, compreso il nostro, ai paesi cosiddetti “sottosviluppati”, rappresentano una delle valvole di sicurezza per dare sfogo alle crisi incipienti… Si è creata così, sia pure tra i più acuti contrasti, una internazionale capitalistica per fronteggiare le proprie interne contraddizioni e in funzione repressiva delle lotte popolari per l’indipendenza e il socialismo».
Le asinerie di Stalin
Per suffragare la loro argomentazione, ricorrono poi agli insegnamenti del loro maestro Stalin sulla legge del massimo profitto, che già fecero buona prova di sé quando si trattò di giustificare il macello controrivoluzionario in cui, per opera dei traditori del marxismo, furono gettati inermi i proletari nel 1939-45. Scriveva Stalin nel 1952: «Non è vero che la legge economica fondamentale del capitalismo contemporaneo è la legge della diminuzione del tasso medio di profitto» – «Il capitalismo monopolistico non può contentarsi del profitto medio ma cerca il massimo profitto».
Ciò a cui Stalin tendeva era di mettere in soffitta la legge economica fondamentale da cui i marxisti fanno dipendere il carattere inevitabile delle profonde crisi di sovrapproduzione in cui periodicamente precipita il capitalismo e da cui può uscire solo con le guerre, ovvero con immense distruzioni di forze produttive. Operato l’invio in soffitta di questa chiave marxista del divenire capitalistico, il conflitto svoltosi nel ’39-’45 non era una normale guerra imperialistica e il programma leninista della trasformazione della guerra fra Stati in guerra civile per la presa del potere da parte del proletariato era superata dai tempi. Gli stati nazionali in lotta tra di loro non erano più legati dalla confederazione contro il proletariato mondiale, ma, secondo Stalin, ci saremmo trovati dinanzi all’urto tra un’astratta democrazia, non meglio definita, e quella parte della borghesia che si sarebbe lasciata dominare da istinti ancestrali di tipo feudale o peggio ancora. (il che però non spiega minimamente il patto Ribbentrop-Molotov e la spartizione della Polonia). E per arrivare a confutare il marxismo, Stalin usava il metodo caro a tutte le carogne controrivoluzionarie di ridurre la tesi dell’avversario ad una formulazione semplicistica e risibile per disfarsene subito con aria di superiorità.
La legge enunciata da Marx e da Lenin come causa fondamentale delle crisi e delle guerre che travagliano la società moderna non consiste infatti nella pura e semplice constatazione della caduta del saggio medio del profitto con l’aumentare del capitale costante (materie prime e mezzi di produzione) impiegato rispetto al capitale variabile (salari).
Occorre soffermarsi un po’ su questo punto. Poniamo c = capitale costante, v = capitale variabile e p = plusvalore. Il rapporto tra p e il capitale totale anticipato (c+v) esprime il saggio di profitto. Il rapporto tra p e v esprime il saggio del plusvalore. Crescendo c rispetto a v e restando invariato il saggio del plusvalore, cade il saggio del profitto. Ma Marx stesso dice che questo è un mero risultato logico e che quindi un’opportuna variazione dei fattori considerati come costanti può esercitare un’azione contraria. La cosiddetta legge della massimizzazione del profitto consiste proprio nel constatare che, in condizioni di monopolio e con la politica imperialistica, è possibile realizzare un sovraprofitto tale da compensare l’aumento del capitale costante. La legge su cui invece Marx e Lenin basano la tesi dell’instabilità generale e permanente del capitalismo è quella della caduta tendenziale del saggio medio di profitto, e non della sua semplice caduta. Questo non è un gioco di parole. Mentre la seconda si ricava per così dire a tavolino, la «tendenza» alla caduta del saggio medio di profitto si riscontra invece nell’analisi di tutto l’insieme dell’economia capitalistica, nell’intero processo di produzione, circolazione e riproduzione mondiale.
Addio crisi?
Il marxismo cioè dimostra (si ricordi la critica di Lenin all’ultra-imperialismo di Kautsky) che il monopolio non è un dato assoluto della società capitalistica tale da affastellare in un unico blocco tutte le forze economiche congelandone la dialettica, ma la concentrazione avviene contraddittoriamente, accentuando gli squilibri tra settore e settore, tra nazioni avanzate e nazioni arretrate, riproponendo su scala macroscopica quelle stesse condizioni di concorrenza e contrasto precedenti alla formazione del monopolio e del sovraprofitto e annullandone pertanto gli effetti contrari alla caduta del saggio medio. Così Lenin analizza magistralmente il fenomeno: «Il fatto che i cartelli allontanino le crisi è una storia bella e buona degli economisti borghesi disposti a giustificare a qualsiasi costo il capitalismo. Al contrario, il monopolio, creandosi in “taluni” rami dell’industria, aumenta, intensifica il caos proprio dell'”insieme” della produzione capitalistica. Lo squilibrio tra lo sviluppo dell’agricoltura e quello dell’industria, già caratteristico per il capitalismo, aumenta. La situazione già privilegiata dell’industria maggiormente coalizzata, cioè la grande industria… soprattutto quella del carbone [oggi si direbbe del petrolio e dell’energia elettrica] e del ferro — provoca negli altri rami della produzione “una mancanza ancor più acuta di organizzazione concertata”». E riportiamo ancora una citazione da un altro testo, Marxismo e revisionismo, che dimostra come per cinesi e per russi valga il detto che il bue dice cornuto all’asino: «Per quel che concerne la teoria delle crisi e la teoria del crollo, per i revisionisti le cose sono andate ancor peggio. Soltanto per un brevissimo periodo di tempo e solo persone di vista ben corta potevano pensare a rimaneggiare i principi della dottrina di Marx sotto l’influenza di alcuni anni di slancio e di prosperità industriale. La realtà ha dimostrato ben presto ai revisionisti che le crisi non avevano fatto il loro tempo: alla prosperità ha tenuto dietro la crisi. Sono cambiate le forme, l’ordine, la fisionomia delle singole crisi, ma le crisi continuano ad essere parte integrante del regime capitalista. I cartelli e trusts mentre hanno concentrato la produzione ne hanno aggravato nello stesso tempo, agli occhi di tutti, l’anarchia, hanno aumentato la incertezza del domani per il proletariato e l’oppressione del capitale, inasprendo così in modo inaudito le contraddizioni di classe… Occorre soltanto non dimenticare gli insegnamenti che la classe operaia ha ricevuto da questa instabilità da intellettuali». Parole profetiche: da tutto questo ciclo infernale il capitalismo non può uscire, esso può solo, mediante una gigantesca distruzione di forze produttive, in uomini e mezzi, tale da provocare uno “svecchiamento” delle sue sovrastrutture, prolungare la propria agonia di un’altra ora.
È appunto nel carattere tendenziale della legge fondamentale che governa la società contemporanea individuato dal marxismo, che riposa la potenza dialettica della nostra dottrina, cioè la capacità di cogliere l’essenza dell’attuale modo di produzione e di rivelarne tutto l’orrore. L’orrore di una società condannata ormai, nella sua fase putrescente, a ripercorrere infinite volte, quale novello Tantalo, lo stesso cammino lastricato di morti e di rovine fumanti. Un orrore a cui può porre fine solo il colpo di maglio della collera proletaria che, latente ma terribile, si sta accumulando al polo negativo della società.
Contro questa soluzione gordiana che i giri viziosi della fase imperialistica stanno ormai preparando al capitalismo, si levano dunque vanamente i sofismi degli epigoni filocinesi dei Bernstein e dei Kautsky che presentano l’imperialismo come una “politica volontaria” dei borghesi destinata ad attenuare con “successo” le contraddizioni dilaceranti il sistema e che si adoperano per seminare nelle file del proletariato internazionale la sfiducia nelle proprie forze, per sottomettere il movimento operaio al movimento delle borghesie nazionali dei paesi del Terzo Mondo, e per frapporre tra il proletariato e la rivoluzione un periodo transitorio i cui falsi scopi intermedi avrebbero il solo risultato di fornire carte vincenti all’avversario di classe.
Lenin nel 1916 definiva l’imperialismo come “ultima fase del capitalismo” per sottolineare che in questa fase solo un passo divide l’umanità dal comunismo: la rivoluzione proletaria con l’abbattimento violento dello stato borghese e la sua sostituzione con l’apparato dittatoriale comunista.
La risposta anticipata di Lenin
Ecco invece come i filocinesi, che pretendono di appiccicarsi l’etichetta leninista, “scoprono” dopo quarant’anni una nuova fase propedeutica alla rivoluzione, in cui al proletariato dei paesi avanzati spetterebbe solo il ruolo di una miserabile comparsa: «Oggi, pertanto, il compito fondamentale del campo del socialismo e degli autentici comunisti, dei marxisti-leninisti di tutto il mondo, è quello di approfondire la contraddizione fondamentale tra i popoli rivoluzionari dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina e gli imperialisti, per privare questi ultimi delle loro basi militari e delle loro maggiori fonti di ricchezza e di materie prime… Solo in questo modo salterà l’internazionale capitalistica. Salterà la sua attuale organizzazione economica, politica e militare. Gli imperialisti non potranno così operare sull’andamento delle crisi. Fra l’altro, si creeranno le condizioni oggettive, nei paesi di capitalismo avanzato, per l’approfondimento delle contraddizioni tra gli stessi paesi imperialisti». (Citiamo sempre dal “Programma d’azione” di “Nuova unità”).
Che aggiungere ancora?
Basti l’invettiva di Lenin contro il tradimento di Kautsky, tenendo presente che mentre per Kautsky un capitalismo senza crisi era una prospettiva d’avvenire, i filocinesi invece vivono già nel futuro di Kautsky: «In questa tendenza a evadere dall’imperialismo di oggi e a passare ai sogni di un’epoca di “ultraimperialismo”, della quale non sappiamo nemmeno se sia realizzabile, non c’è un briciolo di marxismo. In questo ragionamento, il marxismo è ammesso per la “nuova fase del capitalismo”, sulla cui realizzabilità il suo stesso inventore non vuol giurare, mentre, per il momento attuale, per la fase attuale del capitalismo, egli ci offre non il marxismo, ma la tendenza piccolo borghese e profondamente reazionaria ad attutire le contraddizioni. Ci fu un tempo in cui Kautsky prometteva di essere marxista nel movimentato e catastrofico periodo sopravveniente, che fu costretto a prevedere e definì chiaramente scrivendo la sua opera nel 1909 sulla prossima guerra. Ora, quando è assolutamente evidente che questo periodo è arrivato, Kautsky, di nuovo, non fa che promettere di essere marxista nella prossima epoca dell’ultraimperialismo, che non sa neppure se ci sarà [i filocinesi promettono di essere marxisti quando sarà crollata “l’internazionale capitalistica”]. In altre parole, abbiamo quante promesse vogliamo che egli sarà marxista a un certo punto, in un’altra epoca, ma non nelle attuali condizioni, non al momento presente. Per il domani abbiamo il marxismo a credito, il marxismo come messa, il marxismo posticipato, e per l’oggi abbiamo una teoria opportunistica piccolo borghese — e non solamente una teoria — il cui scopo è di attenuare le contraddizioni esistenti. È qualcosa del genere dell’internazionalismo per l’esportazione che prevale ai nostri giorni tra gli ardenti — mai così ardenti — internazionalisti e marxisti che simpatizzano con ogni manifestazione di internazionalismo nel campo nemico, in qualunque posto fuori che nel proprio paese o tra i propri alleati; che simpatizzano con la democrazia fino a che essa rimane una promessa dei loro alleati; che simpatizzano con “l’autodeterminazione delle nazioni”, purché non si tratti di quelle dipendenti dallo stato che ha l’onore di avere tra i suoi cittadini i simpatizzanti — in una parola, si tratta di una delle mille e più varietà di ipocrisia che prevalgono ai nostri giorni» (Prefazione di Lenin all’Imperialismo di Bucharin).
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Nel prossimo articolo analizzeremo come si venga articolando la “nuova” elaborazione programmatica per questa strana fase del capitalismo la cui “scoperta” è appannaggio esclusivo dei geni del filocinesismo, o meglio un plagio senza stile da Kautsky. E vedremo come il “programma d’azione” non costituisca per nulla una “nuova elaborazione”, ma riproponga senza alcuna originalità il classico e tetro gradualismo riformista.