Partito Comunista Internazionale

A 40 anni dal massacro di Shanghai

Categorie: China, CPC, Kuomintang, Shangai Commune, Trotsky

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Il 22 marzo 1927, i proletari di Shanghai, da quindici giorni in aspra lotta nelle strade e nelle piazze contro il bieco regime del locale «signore della guerra», si impadronivano della immensa città e, fedeli agli ordini di stretta collaborazione con il partito nazionalista del Kuomintang, impartiti dall’Internazionale stalinizzata, ne consegnavano generosamente le chiavi a Chang Kai-shek. Esattamente venti giorni dopo, il 12 aprile, il losco figuro che Stalin aveva dato ordine di appoggiare perché offriva un «ponte verso gli uomini di affari» e, in ogni caso, la prospettiva era di «spremerlo come un limone, per poi buttarlo via», procedeva al disarmo dei proletari ingenuamente postisi ai suoi servigi, massacrava chiunque resistesse, e instaurava un potere di ferro sulle spalle di coloro ai quali soltanto doveva la vittoria.

Gli operai cinesi erano stati protagonisti, a Canton, di scioperi di un’ampiezza e di una durata imponente; essi e i contadini in rivolta avevano spianato la strada all’avanzata delle truppe nazionaliste verso il Nord; quasi inermi, o armati di poche pistole e di molte canne di bambù, avevano fatto piazza pulita non solo di agrari e capitalisti locali, ma, in qualche grande centro fluviale e costiero, delle stesse orgogliose concessioni straniere; essi e i militanti comunisti avevano organizzato l’esercito vittorioso, servendolo, e il Kuomintang, accodandoglisi. Fedele all’assassina teoria staliniana delle «tappe», – quella stessa teoria che (come ricorda un altro articolo di questo numero) Stalin aveva propugnato nel 1917, prima del ritorno di Lenin, trasformando il disfattismo rivoluzionario in un’imbelle «pressione sul governo perché intavoli negoziati di pace» e, poco dopo, sostenendo che prima il governo provvisorio democratico doveva avere «esaurito» il suo compito, e solo poi i proletari avrebbero pensato a togliergli l’appoggio, l’Internazionale aveva dato ordine al PC cinese di non fondare Soviet, di non espropriare i proprietari terrieri, di non guastarsi con gli industriali: ancora dopo il colpo di Chang Kai-shek (divenuto, da «eroe rivoluzionario», traditore del… proletariato) gli ordinerà di non separarsi dal Kuomintang, di «non approfondire la rivoluzione prima che si sia sufficientemente estesa», di non sequestrare le terre degli ufficiali rivoluzionari e dei loro parenti (cioè, in pratica, di tutti gli agrari, prontissimi a passare all’ultimo momento in campo nazionalista e, in ogni caso, legati da rapporti di parentela con gli «eroi» dell’esercito, data l’estrema latitudine del concetto di famiglia in Cina), e di non aggravare le difficoltà dell’industria e dell’autorità statale, spostando le simpatie da Chang Kai-shek al famoso «Kuomintang di sinistra», ingiungendo loro perfino di entrare nel nuovo governo concorrente di Wuhan per ricoprire le cariche di ministri del lavoro e dell’agricoltura, e attendendo il giorno in cui anche questa ala della borghesia democratica «esaurisse» il suo compito, solo per accorgersi che, nell’«esaurirlo» (anzi, prima di averlo esaurito), essa avrebbe scatenato sui proletari inermi, ai quali si era detto di… seppellire le armi anziché usarle, un terrore ancora più spaventoso di quello di cui l’intramontabile Chang Kai-shek li aveva fatti oggetto a Shanghai e che dalle città dilagherà spaventosamente nelle campagne.

Sarà, da aprile a tutto agosto, il più spaventoso bagno di sangue che la storia del movimento proletario abbia subito nella sua storia secolare; sarà, nello stesso tempo, l’irrevocabile condanna dello stalinismo sul piano della teoria e della tattica, e il suo trionfo nell’oscena prassi di governo; sarà l’ultima battaglia condotta con indomita fierezza da Trotskij in nome dell’internazionalismo, delle prospettive di ripresa e di vittoria della classe operaia cinese all’avanguardia dell’esercito contadino in armi, e di saldatura della loro eroica battaglia con quella contemporanea dei minatori inglesi; sarà il fango prima, il sangue poi, in cui l’Opposizione russa e internazionale verranno annegati; sarà l’inizio della precipitosa bancarotta del Comintern e del movimento operaio in tutto il mondo, e l’alba della politica di collaborazione di classe, e di tradimento di qualunque postulato marxista, nella quale, da allora, la classe lavoratrice è immersa e ceduta, legati mani e piedi, al suo avversario.

I proletari di Shanghai che, vittoriosi da soli contro il capitale indigeno e mondiale, versarono il loro sangue sotto i colpi del solito «alleato di sinistra», del solito «governo migliore» da tenersi buono contro quello «peggiore», della rinunzia al carattere internazionale e permanente della rivoluzione comunista nella classica frase di Marx, siano ricordati a 40 anni di distanza; essi che nessuno si degna non diciamo di commemorare, ma neppure di considerare morti sulla stessa barricata dei Comunardi di Parigi, degli anonimi operai e contadini caduti in tre anni di guerra civile su tutti i fronti della Russia, della vecchia guardia falciata dall’ignobile mano del boia della controrivoluzione capitalistica mondiale banchettante sulle loro spoglie a Formosa.

Pochi giorni prima del macello di Shanghai, Stalin aveva detto: «Chang Kai-shek è costretto a giurare obbedienza ai principi della fedeltà rivoluzionaria, a sottomettersi». Trotskij rispose che questa «fedeltà» e questa «sottomissione» erano ormai scritte a lettere di sangue e di fuoco nella tragedia del proletariato cinese. Egli stesso cadrà, vittima della stessa ondata di bestiali sacrifici sull’altare del «socialismo in un solo paese».

In una pagina che riprodurremo nel prossimo numero, questa comunanza nella battaglia di classe e nella morte sulla sua barricata rabbiosamente difesa, sarà ricordata in omaggio agli anonimi eroi di quei giorni di fulgida luce, oggi che la turpe ombra della controrivoluzione li ha avvolti nell’oblio.