Schiavo antico e proletario moderno
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Un rapporto presentato dalla Anti-slavery Society alle Nazioni Unite informa che in venticinque o trenta paesi si pratica ancora la schiavitù, e almeno duecentocinquantamila individui sono privati dei «fondamentali diritti umani». L’articolista del Corriere della Sera così prosegue: «Molti degli individui emancipati in seguito al decreto di Feisal 17 novembre 1962 (decreto di abolizione della schiavitù nell’Arabia Saudita, centro principale del traffico di schiavi) sono tornati dopo poche settimane dai loro antichi padroni, sgomentati dal problema di inserirsi in una società ancora povera e ancora all’inizio di un processo di rinnovamento ritardato per secoli».
Ecco subito trovato da lor signori il motivo per cui gli schiavi, lasciati «liberi», ma trasformati in proletari, tornano dai loro padroni: la riluttanza ad inserirsi in una «società ancora povera»!
Il vero motivo noi lo sappiamo fin dal 1845: esso era valido il 17 novembre 1962, ed è valido oggi e lo sarà fin quando il proletariato non avrà preso il potere ed esercitato la sua dittatura. Il motivo è concentrato in queste righe scritte da Engels nel 1845 ne La situazione della classe operaia in Inghilterra, pag. 140:
«Il proletario, il quale non possiede nulla all’infuori delle sue braccia, che consuma oggi ciò che ha guadagnato ieri, che è interamente soggetto al giuoco del caso, che non ha nulla che gli garantisca anche in futuro la possibilità di procurarsi i mezzi più necessari di sussistenza – una crisi, un capriccio qualsiasi del suo padrone lo può lasciare disoccupato – il proletario è ridotto alla condizione più rivoltante, più disumana che l’uomo possa immaginare. Lo schiavo ha almeno l’esistenza assicurata dall’interesse egoistico del suo padrone, il servo della gleba ha ancora un pezzo di terra, nel quale vive; essi hanno una garanzia almeno per la esistenza pura e semplice: ma il proletario è abbandonato a se stesso, e tuttavia, nello stesso tempo, è messo nell’impossibilità di impiegare le sue forze in modo da potervi contare. Tutto ciò che il proletario può fare per migliorare la sua posizione scompare come una goccia nel mare, di fronte alle vicende alle quali è esposto, e sulle quali non ha il minimo potere».
Prima o poi, gli schiavi «emancipati» si inseriranno nella società del capitale: non potranno farne a meno, sia povera o no la società destinata ad accoglierli nel loro seno. Ma invano i preti e i professori di questa società cercheranno di convincerli che, inseriti in essa, saranno finalmente degli «uomini», con tanto di «diritti umani».