Partito Comunista Internazionale

Pace, democrazia e coesistenza: via libera all’imperialismo

Categorie: Colonial Question, Imperialism, National Question, Pacifism, Vietnam

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Dopo l’ennesimo piano di U Thant per la pace nel Vietnam, dopo la gesuitica risposta di Washington che scarica su Hanoi la responsabilità del «non cessate il fuoco», dopo la benedizione pontificia alle ipocrite campagne di «aiuto» ai popoli sottosviluppati, dopo la genuflessione dei «comunisti» di fronte alla moralizzatrice campagna papale, che cosa ci si può attendere, oltre le solite marce per la pace, i telegrammi ai capi di governo perché si siedano al tavolo verde della diplomazia, gli inviti alla coesistenza pacifica, le proposte di un’altra Ginevra per il Vietnam?

A questa nuova e sempre vecchia ondata di pacifismo sociale e interstatale, da cui si pretenderebbe che uscissero l’«indipendenza nazionale» sotto il segno della «democrazia del popolo» nella versione più blanda, e, in quella più truculenta ma altrettanto bugiarda, l’allargamento del «campo socialista», noi contrapponiamo la classica visione marxista così come, ricordando le tesi dell’Internazionale e di Lenin nel 1920 e nel 1922, la ribadimmo nel 1951, allorché una guerra non meno feroce e un pacifismo non meno codardo si abbattevano insieme su una martoriata terra d’Oriente, la Corea; così come non cesseremo di ribadire, consapevoli come siamo che nulla è mutato e nulla può mutare nella realtà del mondo capitalista e che nulla è cambiato e può cambiare nella nostra dottrina:

«Il modo di vita delle associazioni umane nei lunghi millenni non rende direttamente dipendenti i popoli dei vari paesi, che talvolta non si incontrano e nemmeno si conoscono. Ma quando l’era del capitalismo si inizia, già i metodi di produzione e comunicazione hanno legate tutte le parti della terra. La rivoluzione politica contro i poteri feudali balza violentemente da un capo all’altro di Europa; non vi sono più storie nazionali, ma una storia sola, almeno di tutta la parte atlantica del continente. La classe dei proletari appare sulla scena storica e combatte con la borghesia nelle sue rivoluzioni, partecipando a un fronte unico per le conquiste liberali e nazionali, ed offre ai nuovi padroni della società le truppe irregolari delle insurrezioni e quelle regolari delle grandi guerre di sistemazione nazionale…

«Per tutto il campo europeo, il marxismo chiude questa fase al 1870. Nella comune di Parigi, la classe operaia denuncia il blocco nazionale, lotta da sola e prende il potere, per tempo sufficiente a mostrare che la forma di esso è la dittatura. Da allora, chi, nel campo europeo, invoca ancora blocchi nazionali tra le classi, è traditore: la terza internazionale, la rivoluzione russa, il leninismo liquidano per sempre tale partita: nella teoria, nella organizzazione, nella lotta armata.

«In Oriente i regimi sono ancora feudali: quale sarà lo sviluppo? Le potenze coloniali hanno portato i prodotti della loro industria ed in pochi casi gli stessi impianti, ai margini costieri: lo stesso artigianato locale decade e i suoi elementi si versano nell’interno, nel lavoro agricolo: un contadiname miserrimo soggiace allo sfruttamento diretto dei signorotti indigeni e indiretto del capitale mondiale. Ove una locale borghesia industriale e commerciale sorge, essa è legata a quella straniera, e ne dipende. Mal si delinea un blocco contro gli stranieri; solo in certi paesi vi accedono gli stessi capi feudali e il gran possesso terriero; in genere la spinta viene dai contadini, dai pochi operai; e ad essi si unisce, come in Europa nell’epoca romantica, la categoria degli intellettuali, divisi fra la xenofobia tradizionalista e le suggestioni della scienza e della tecnica bianca. Questa massa informe insorge; il suo moto crea difficoltà gravi alla classe capitalistica europea; essa ha due nemici: il popolo delle colonie, il proletariato di casa.

«Come pensiamo che da un sistema di economia sociale di Oriente si arrivi al socialismo? Occorre, come in Europa, attendere una rivoluzione borghese coi suoi moti nazionali appoggiata dalle masse lavoratrici e povere, e solo dopo lo stabilirsi di una lotta di classe locale, del movimento operaio, della lotta per il potere e per i Soviet? Con una tale strada, la rivoluzione proletaria mondiale coprirebbe secoli e secoli.

«In modo più o meno chiaro, i delegati di Oriente nel 1922 dissero di no, che per il capitalismo con le sue infamie, ormai non più mascherate da parate popolari o nazionaliste, non volevano passare, ma per affiancarsi alla rivoluzione mondiale delle classi operaie nei paesi capitalisti, ed attuare anche nei loro paesi la dittatura delle masse non abbienti e il sistema dei Soviet.

«I marxisti occidentali accettarono il piano. Esso significa che ove in Oriente scoppia la lotta contro il locale regime feudale agrario o teocratico, e al tempo stesso contro le metropoli coloniali, i comunisti locali e internazionali entrano nella lotta e la appoggiano non per darsi come postulato un regime democratico borghese, autonomo e locale, bensì per scatenare la rivoluzione permanente, che si fermerà solo alla dittatura sovietica. Marx ed Engels, ricordò Zinoviev allargando le braccia davanti alla sorpresa di Serrati, l’hanno sempre detto: lo dissero per la Germania nel 1848!

«Ed allora, la serie dei tre periodi si pone così: appoggio alle insurrezioni nazionali nelle metropoli fino al 1870. Lotta insurrezionale di classe nelle metropoli, 1871-1917: una sola vittoria, in Russia. Lotta di classe nelle metropoli e insurrezioni nazionali-popolari nelle colonie con la Russia rivoluzionaria al centro, in un’unica strategia mondiale che si fermi solo al rovesciamento OVUNQUE del potere capitalistico, al tempo di Lenin, – il nostro.

«Il problema economico sociale, in una simile prospettiva, è superato dalla garanzia contenuta nel “piano economico mondiale unitario”. Il proletariato, padrone in occidente del potere e dei mezzi moderni di produzione, ne fa partecipe l’economia dei paesi arretrati con un “piano” che, come quello cui già tende il capitalismo di oggi, è unitario, ma a differenza di quello non vuole conquiste, oppressione, sterminio e sfruttamento» (Oriente, in «Prometeo», serie II, n. 2, febbr. 1951).

Tale era ed è la prospettiva marxista. Chi predica la coesistenza sociale e interstatale nell’occidente evoluto e le soluzioni diplomatico-borghesi nell’oriente ormai preso nel giro del mercato mondiale capitalistico, chi parla di vie «nazionali» al socialismo, chiude ogni sbocco alle stesse rivoluzioni anticoloniali, perché sbatte la porta in faccia alla rivoluzione mondiale proletaria e alla sua vittoria DOVUNQUE. Chi farnetica di piani mondiali di aiuto da parte delle nazioni borghesi «avanzate», condanna i proletari e semiproletari «di colore» ad un intensificato sfruttamento imperialistico. «Poiché al piano unitario mondiale di potenza meno che mai oggi rinuncia il Capitale, e muove a ribadire le catene sulla classe operaia di tutti i paesi “prosperi” e poveri, e la soggezione degli stati minori e delle immense masse coloniali, ogni teoria di convivenza e ogni grande agitazione mondiale di pace vale complicità con il piano capitalista di affamamento e di oppressione», dicemmo allora.

Lo ripetiamo oggi che i fumi di incenso si levano, fra gli esistenzialistici sdilinquimenti delle mille Botteghe Oscure, per annebbiare gli occhi ai proletari di Occidente e di Oriente e impedir loro di ritrovarsi non nella pace falsa e bugiarda dei preti e dei mercanti ma nel comune assalto rivoluzionario al capitalismo metropolitano e locale e ai suoi miserandi lacché, squallide sfumature dell’unico arcobaleno democratico-papalino-pacifista.