[RG-44] Il corso mondiale dell’economia capitalistica Pt.2
Categorie: Capitalist Crisis, Economic Works, Germany, Italy, UK, USA, Vietnam
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Questo processo ha portato l’economia tedesca ad occupare con gli Stati Uniti il primo posto nella graduatoria mondiale per il volume delle esportazioni. Volendo andare al fondo delle cose, l’elemento stimolante, determinante, su cui ha fatto leva il capitalismo tedesco per giungere a tale traguardo va individuato nella mano d’opera fornita a basso prezzo dai 10 milioni di profughi dai territori perduti ad est dal Terzo Reich e dai 3 milioni di cittadini della Germania Est scappati da oltre Elba tra il 1949 ed il 13 agosto 1961, data di nascita del “muro” di Berlino; per non parlare del milione e 400 mila salariati importati dall’estero, di cui un buon terzo formato da italiani. Il “miracolo tedesco” fu tale finché l’America investì miliardi di dollari in Germania attratti dal favorevole mercato della forza-lavoro. I sindacati? Se ne stettero zitti e buoni con le loro rivendicazioni salariali per non compromettere la ricostruzione economica, e così il macchinario di attrezzatura fu rinnovato e quindi razionalizzato ex novo e reso assai valido in sede concorrenziale.
Parallelamente i bilanci statali si sono fatti sempre più pesanti. Quello dell’anno in corso si aggira attorno ad un preventivo di 74 miliardi di marchi, pari alla bellezza di 11.470 miliardi di lire. Se sommiamo le spese militari (la cui consistenza cresce proporzionalmente al peso dell’apparato produttivo) a quelle assistenziali (pensioni ai veterani, sovvenzioni, etc.) si arriva ad una aliquota di poco meno del 34% del reddito nazionale lordo ed a più del 50% del bilancio dello Stato federale. Nella Germania di Hitler lo stesso gruppo di spese sommate insieme, nel 1938, l’anno della più intensa preparazione bellica, superava di poco il 28% del reddito nazionale lordo. Il deficit del bilancio di Bonn raggiungerà entro il 1970 almeno 11 miliardi di marchi (1.700 miliardi di lire). Le tasse sono già fra le più elevate d’Europa.
Se consideriamo l’andamento economico nel suo complesso vediamo che il prodotto nazionale lordo, che nel 1966 ha raggiunto i 478,4 miliardi di marchi, da tre anni a questa parte non fa che incrementarsi in misura sempre più tenue se valutato in termini reali, ossia a prezzi costanti. Infatti si è passati dal 6,6% nel 1964 al 4,8% nel 1965 e al 2,7% l’anno scorso. Uguale sorte si sta verificando nella dinamica degli investimenti. Per quanto riguarda la disoccupazione il governo federale ha annunciato che a metà gennaio aveva raggiunto la cifra di 578.400, pari al 2,6% dell’intera forza-lavoro, con un aumento di 206.800 unità nelle prime due settimane dell’anno. Alla stessa data dell’anno scorso a fine febbraio i disoccupati erano 673.000, ossia il 3,1% della forza-lavoro triplicandosi in un anno. A fine dicembre, di fronte a 251 mila 800 offerte di lavoro, i disoccupati sono stati 371.600: per la prima volta da diversi anni il numero dei disoccupati ha superato quello dei posti di lavoro scoperti, mentre alla fine del 1965 si avevano 5 posti di lavoro per ogni disoccupato. Nella scorsa estate questo rapporto saliva a 7 contro 1 per scendere a fine novembre ad 1,5 contro 1. Sempre a fine febbraio erano ad orario ridotto 343.700 operai, il massimo dalla fine della guerra. I lavoratori stranieri hanno cominciato a rimpatriare definitivamente maledicendo il giorno in cui hanno creduto che in regime borghese l’espressione “miracolo economico” potesse significare qualcosa anche per loro. Noi come partito ci duole solo che il “miracolo” non abbia a suo tempo assunto proporzioni più vaste sì da determinare in uno dei punti chiave del capitalismo mondiale (quale è appunto la Germania) condizioni negative (decrementi notevoli nell’apparato produttivo, elevata disoccupazione, crollo dei titoli in Borsa) tali da provocare il crollo del sistema basato sulla schiavitù del lavoro salariato. In questo senso, l’unico valido e possibile, attendiamo più consistenti “miracoli” nei principali paesi industriali del mondo. Il mito di Creso è per il capitalismo putrescente l’unica condizione di vita che lo porta diritto alla tomba.
Economia inglese
La più grave crisi del dopoguerra sta minando le basi dell’economia britannica, creando squilibri che, “si teme”, avranno ripercussioni a media e a lunga scadenza. Leggendo un rapporto della confederazione degli industriali inglesi si ha la netta sensazione che l’ottimismo, elemento predominante nei rapporti degli industriali inglesi anche nei più profondi momenti di crisi, ha lasciato il posto a ben altre sensazioni. Ciò vuol dire che non si nutrono illusioni sulla possibilità di risolvere la crisi nazionalizzando l’industria siderurgica, nel cui campo tre grandi società si sono fuse nel novembre scorso.
Intanto il numero delle aziende che è stato costretto a lavorare al di sotto delle capacità produttive è salito nel 1966 dal 46 al 54%. I disoccupati, che ad ottobre erano 542.000 con un balzo nel mese di 105.340 unità, ossia del 20%, un record dal dicembre 1963, hanno continuato ad aumentare fino ad oggi. Proprio in questi giorni il loro numero è aumentato dei 12.000 licenziati dalla “BMC”. Operai in maggior parte non qualificati o semi-specializzati, essi non hanno alcuna probabilità di tornare nell’industria automobilistica ed hanno scarse possibilità di trovare un lavoro egualmente retribuito. Dalle informazioni che giungono dai Midlands si apprende che si è manifestato un fatto nuovo: in numerose industrie sono apparsi cartelli che informano che non verranno accettati lavoratori della “BMC”. Le ragioni sembrano essere sostanzialmente due: una certa ostilità degli operai meno pagati verso quelli che erano meglio pagati (fatto questo che riflette la politica sindacale delle Trade Unions, degne compare della nostra CGIL) e le riserve di molti industriali verso gli operai dell’industria automobilistica che vengono considerati “attivisti” e “facinorosi” in quanto questo settore è quello più pervaso da scioperi. La Vauxhall Motors (un esempio tra tanti), sussidiaria britannica della General Motors, nel 1966 ha visto contrarre le vendite di auto e autocarri del 15%. Così pure dai bilanci presentati al Tesoro da 628 società per azioni, risulta che 616 hanno dichiarato gli stessi o minori dividendi rispetto allo scorso anno finanziario, mentre le altre 12 hanno subito dissesti totali. Di questa situazione approfittano gli Stati Uniti. Le tre grandi compagnie statunitensi – General Motors, Ford e Chrysler – controllano circa la metà della produzione automobilistica e una quota anche maggiore nel settore della costruzione di autocarri.
Chi paga, come al solito, sono i proletari inglesi. Infatti il governo laburista ha subito prolungato per altri sei mesi il blocco dei prezzi e dei salari (platonico l’uno, effettivo l’altro) fino a giugno 1967.
Intanto il disavanzo commerciale visibile ha subito una netta riduzione negli ultimi tre anni andando da 45 milioni di sterline come media mensile nel 1964 a 23 nel 1965 e a 12 nel 1966, mentre le riserve auree, aumentate a gennaio di 11 milioni di sterline (19 miliardi di lire circa), hanno raggiunto il valore complessivo di 1118 milioni di sterline – cifra modesta se rapportata ai bei tempi andati.
Ogni volta che la sterlina si trova sotto il torchio e che l’espansione dell’economia è costretta ad arrestarsi entrano in ballo le spese governative d’oltremare e la necessità di ridurle. Facile a dirsi, ma difficile da realizzare. L’Inghilterra è impegnata alla difesa di posizioni vitali per la parte del capitale mondiale che è tenuta a tutelare. Un ulteriore arretramento rappresenterebbe un elemento di squalifica. Ogni qual volta questo pericolo si ripresenta, e lo è sempre più spesso, entrano in scena gli Stati Uniti che, piuttosto che vedere le guarnigioni britanniche ritirate dall’Asia e dall’Europa, preferiscono appoggiare la sterlina e offrire altre forme di assistenza finanziaria indiretta per permettere al governo britannico di mantenere il proprio “ruolo mondiale”. Il guaio è che questa partecipazione alla difesa di comuni interessi capitalistici può essere corrisposta unicamente a costo di aumentare la dipendenza finanziaria britannica dagli Stati Uniti. Inoltre la stessa bilancia americana dei pagamenti lascia prevedere che questi non sono più in grado di sostenere da soli la sterlina e che si rende necessaria una cooperazione delle banche dell’Europa centrale. Infine, da parte di Washington, si tende sempre più a condividere lo scetticismo francese circa il valore dell’attività internazionale dell’Inghilterra, la quale, di conseguenza, prima o poi, sarà costretta ad un ripiegamento gravido di rischi.
Inoltre un tiro mancino d’altronde involontario, potrebbe venire alla traballante economia britannica dal verificarsi, molto probabile, di una nuova grossa ondata di esportazioni tedesche sui mercati mondiali, che segnerà un’altra oscillazione dell’altalena del commercio mondiale. Con la ripresa delle esportazioni della Germania verranno depresse quelle dei suoi concorrenti e, per un verso, la bilancia britannica dei pagamenti con l’estero non si trova in condizioni di sopportare lo sforzo, né, sotto questo riguardo, può sopportarlo la bilancia dei pagamenti americana. Ma finora la prossima offensiva tedesca ha destato poca attenzione negli Stati Uniti e viene ignorata nei commenti ufficiali di Londra: il solo pensiero del danno che potrebbe recare alla sterlina una maggiore aggressività della concorrenza tedesca è troppo orribile per parlarne. E sì che era stato previsto. Un 15 anni fa l’Inghilterra, interessata a convogliare verso il settore controllabile degli armamenti le energie della rinascente Germania, affermava per bocca dell’allora Alto commissario di Sua Maestà sir Yvon Kirkpatrick: “Non abbiamo paura dei carri armati tedeschi. Abbiamo paura invece di troppe automobili Volkswagen…”.
Oggi i sintomi sono abbastanza chiari. Oltre i tre quarti delle esportazioni complessive di manufatti delle grandi potenze industriali provengono da sei paesi: Stati Uniti (con oltre il 19% nel 1965), Germania (con una percentuale di poco inferiore), Inghilterra (poco meno del 14 per cento), Giappone (9,5%), Francia (poco meno del 9%), Italia (poco meno del 7%). La fetta degli Stati Uniti come quella dell’Inghilterra si va assottigliando da dieci anni a questa parte; le riduzioni della domanda interna in questi due paesi non sembrano avere l’effetto automatico di spingere gli esportatori a ricercare sui mercati mondiali nuove opportunità. Gli altri tra i sei grandi in questo riescono meglio. In base all’esperienza recente, quando hanno limitato la domanda interna l’effetto sulle esportazioni sembra essere stato molto ampio e quasi istantaneo. Nel 1965 tre di questi paesi hanno frenato deliberatamente la domanda interna, ossia hanno ridotto il consumo della gran massa lavorativa. Trattasi di Giappone, Italia e Francia nei quali il tasso annuo di sviluppo reale s’è ridotto tra il 2,5 e il 3,5%. Le conseguenze sulle loro esportazioni sono state notevoli. Quelle giapponesi sono aumentate del 27%, quelle italiane di oltre il 12%; di più dell’11% quelle francesi. Poiché gli scambi mondiali complessivi di manufatti non aumentano in misura paragonabile, questa improvvisa espansione doveva necessariamente ridurre le quote degli altri paesi, e in effetti la quota degli Stati Uniti e dell’Inghilterra è nuovamente diminuita. Solo che nel 1965 vi è stato il grosso ammortizzatore della Germania, la cui bilancia dei pagamenti subì un massiccio deficit di oltre 1,5 miliardi di dollari.
Ora invece sta limitando la domanda interna mediante restrizioni creditizie piuttosto severe, per cui quest’anno non dovrebbe andare oltre un 2,5-3%. Queste misure hanno il solito effetto di aumento della quota tedesca del commercio mondiale.
Fiduciosi, ricordiamo il titolo di un Filo del Tempo: Albione e la vendetta dei numi.
Economia italiana
L’indice mensile della produzione industriale depurato delle componenti stagionale e accidentale presenta un aumento costante dal settembre 1965 al settembre 1966. Si rilevano forti differenze nei singoli rami e classi d’industria, ma nessun andamento negativo. Stazionarie le industrie alimentari (negli anni di “boom” si mangia dunque meno?), quelle che hanno superato la media sono nell’ordine: gomma elastica (12,4%), mezzi di trasporto (13,6%), calzature (14,4%), pelli e cuoio (16,8%), chimiche (16,9%), tessili (18,2%) e carta (31,4%).
La produzione di acciaio nel 1966 è stata di 13,6 milioni di tonnellate con un incremento del 7,6% sul 1965 nel quale si ebbe un +29,2% di aumento. Nello stesso tempo l’utilizzazione della capacità degli impianti ha continuato a contrarsi dall’84,5% nel 1965 al 78,1% nel 1966 (nel 1963 fu del 92%), nonostante si sia tornati ad essere importatori netti di acciaio, oggetto di accanita concorrenza sui mercati mondiali a causa dello squilibrio tra domanda ed offerta. L’industria automobilistica ha prodotto 1,37 milioni di veicoli contro 1,18 del 1965 con un aumento del 16,2 per cento. L’esportazione ne ha assorbito il 28,8% con un aumento del 20,5% sull’anno precedente. L’edilizia invece non mostra ancora segni tangibili di ripresa. Le abitazioni costruite nel periodo gennaio-ottobre sono risultate 232.000 con una diminuzione del 23,5% rispetto allo stesso periodo del 1965, mentre il valore dei lavori eseguiti in opere pubbliche è aumentato per gli stessi mesi del 5,1% con un ammontare di 860 miliardi di lire, di cui 750 con finanziamento totale o parziale dello Stato.
Nell’agricoltura si sono avuti sensibili decrementi nel raccolto di grano (da 98 a 92 milioni di quintali), di uva (da 107 a 102 milioni di quintali) e di olive (19,5 milioni di quintali nel 1966, pari al 12% in meno del 1965).
I prezzi all’ingrosso si sono mantenuti relativamente stabili, mentre quelli al consumo sono aumentati dell’1,8%. Il costo della vita è salito dell’1,7%.
Il reddito nazionale lordo si è valutato abbia avuto un aumento tra il 1965 e il 1966 del 5,2%. L’aumento per settori del prodotto netto risulta dell’1,5% in quello agricolo, del 10% in quello industriale e del 5% nei servizi. Il reddito nazionale netto ha raggiunto i 33.860 miliardi di lire nel 1965. Delle risorse disponibili i consumi sono cresciuti del 5% circa nel 1966 rispetto al 2,4% nel 1965 e gli investimenti del 6 per cento rispetto ad un decremento del 7,4%. Gli investimenti di capitali all’estero hanno raggiunto l’anno scorso i 300 miliardi di lire.
Il valore complessivo degli scambi con l’estero ha toccato nel 1966 il livello record di 10.537 miliardi di lire, con un aumento del 14% rispetto al 1965, di cui 5.020 per importazioni (+11,6%) e 5.357 per esportazioni (+16,2 per cento). Ecco i principali mercati, che corrispondono ai principali paesi industriali, di cui diamo l’ammontare in miliardi di lire delle importazioni e delle esportazioni per il 1966 e in rispettive rate di aumento sul 1965:
| Paese | Import. mld/L | Export mld/L | ||
| Germania | 857 | 25,7% | 1007 | 5,6% |
| Francia | 542 | 20,0% | 582 | 25,5% |
| USA | 656 | 5,6% | 485 | 20,2% |
| Inghilterra | 251 | 17,5% | 239 | 13,5% |
Ad una massiccia importazione di materie prime dell’agricoltura (in cui il rapporto con le esportazioni è di 3 ad 1) e dell’industria estrattiva fa riscontro un’altrettanto massiccia esportazione di prodotti finiti delle industrie manifatturiere. Infatti ad un deficit di 796 miliardi di lire nel 1966 per i prodotti dell’agricoltura e di 993 dell’industria estrattiva si contrappone l’attivo per le esportazioni dell’industria manufatturiera di 1.452 miliardi di lire sempre nel 1966. Il commercio estero italiano è andato assumendo tale peso da dover risentire in misura sempre crescente delle vicende economiche mondiali.
Riportiamo per chiudere un commento borghese all’andamento economico italiano: “Inizia nel 1965 un metodico processo di razionalizzazione dell’industria con il preciso proponimento di un più efficiente impiego del lavoro che ha necessariamente comportato un rallentamento della dinamica dell’occupazione la quale anzi era perfino diminuita nel 1965. Ma fu questo un male necessario, senza di che non sarebbe stato possibile conseguire i migliori risultati economici nel 1966″. Chiaro, no? Per riguadagnare il terreno perduto sui mercati internazionali il capitalismo italiano ha dovuto elevare la produttività a spese dell’occupazione operaia. Meno occupati più sfruttamento degli occupati sia in ordine all’aumento dell’intensità del lavoro che alla diminuzione dei salari, bloccati nonostante l’aumento dei prezzi al minuto. “La concorrenza internazionale divenuta anch’essa più vivace ha impedito un ulteriore miglioramento dell’equilibrio italiano tra costi e ricavi” (ossia, profitti record) “per cui la seconda metà del 1966 non ha realizzato le più rosee speranze suscitate dall’andamento della prima metà. Ne soffriranno i nuovi investimenti che non consentiranno balzi pretenziosi. L’incremento della produzione industriale del 12% nel 1966 trova la sua spiegazione nell’esistenza all’inizio dell’anno di una larga capacità produttiva non utilizzata”. I nostri classici assunti non fanno che ripresentarsi e riconfermarsi. I migliori risultati economici realizzati riguardano evidentemente la sola borghesia. Sappiamo d’altronde che, quando va bene per quest’ultima, è il proletariato a rimetterci. Quando va male per la borghesia è sempre un punto a favore del proletariato. Al limite la morte della borghesia rappresenterà la migliore condizione di vita per il proletariato.
Il 1966 è stato un anno buono per il capitalismo italiano. C’è stata l’alluvione, è vero, ma questa servirà nel futuro, a seconda dei casi, a giustificare mancati traguardi o a gonfiare successi imprevisti.
Economia USA
La fine del 1966 ha messo in rilievo il graduale indebolimento dell’attività economica. Il grande «boom» industriale degli ultimi 6 anni, nel corso dei quali la produzione industriale è aumentata del 50% e quella globale di più di 1/3 (nel 1966 del 5,5%, raggiungendo i 740 miliardi di dollari), sta ormai entrando in una nuova fase, sia essa di pausa o di recessione staremo a vedere. Assistiamo ad una contrazione nel ritmo di accrescimento; le vendite di automobili (nel 1966 se ne sono prodotti 8,6 milioni) e l’attività edilizia sono in declino (si tratta di 2 settori portanti dell’economia americana): i prezzi al consumo crescono ad un tasso annuo del 3,5 per cento mentre erano rimasti sostanzialmente stabili nei precedenti floridi anni; la produttività nel campo industriale non aumenta più come un anno fa; aumentano i salari, e quindi il costo dei prodotti; il costo del danaro è molto alto, con la conseguente riduzione degli investimenti; l’andamento del mercato finanziario è incerto e spesso scoraggiante. I titoli di Borsa hanno subito in alcuni mesi una falcidia nominale di oltre 100 miliardi di dollari. L’indice Dow Jones da quota 1000 era sceso a 785. La risalita l’ha fatto pervenire ad 850. La guerra costa. La funzione di gendarme nel mondo ancora di più. Le riserve di oro si sono ridotte ad un livello di pericolosità (a fine ottobre 1966 ammontavano a 13,11 miliardi di dollari, un minimum dal 1938). Le 4 grandi case automobilistiche americane – General Motors, Ford, Chrysler e American Motors – hanno ridotto la produzione a causa di un calo delle vendite e di una diminuzione dei profitti. La General Motors Corporation ha annunciato che i profitti del 1966 sono stati di 1.793 milioni di dollari, pari a 6,24 dollari per azione, contro 2.126 milioni di dollari, pari a 7,41 dollari per azione, nel 1965. Le sue vendite sono scese nel 1966 (20,2 miliardi di dollari) al di sotto del livello record del 1965 (20,7).
Parallelamente la concentrazione continua la sua marcia inesorabile. Nel 1966 si è registrata la fusione di oltre 1000 società. Su 200.000 esistenti, le 20 maggiori controllano il 25% della produzione nazionale, le 50 maggiori il 46%, le prime 200 il 60% e le prime 1.000 il 75%. In testa a tutte la General Motors con 733.000 dipendenti ed un prodotto lordo superato solo da una decina di paesi nel mondo. Le 10 società più importanti nel 1965 hanno avuto profitti netti pari a quelli delle 490 che le seguivano in ordine di importanza. Si prevede che nei prossimi 10 anni 200 società americane e 50 europee e giapponesi, giganteschi centri internazionali di accumulazione, controlleranno più del 50% della produzione e del commercio mondiali. Un accenno agli investimenti è d’uopo.
Negli ultimi 7 anni le società americane hanno raddoppiato i loro investimenti all’estero che si sono incrementati nel 1966 di un 16,5% giungendo al livello dei 500 miliardi di dollari. L’Europa ne assorbe oltre 1/3 ed ha visto aumentare il ritmo di afflusso dal 4% nel 1959 al 6,3% nel 1964. Le vendite all’estero di molte di esse superano ormai quelle del mercato interno. Notevole poi il fatto che gli investimenti di capitali all’estero nel 1966 si sono incrementati in misura maggiore di quelli avutisi all’interno nonostante da questi ultimi si siano ricavati profitti più elevati, che per tutta l’industria sono stati nel 1965, detratte le tasse, 45 miliardi di dollari, mentre nel 1960 furono 27. Considerando sia gli investimenti privati che quelli governativi, l’intervento americano all’estero ha raggiunto una cifra complessiva di 106 miliardi di dollari nel 1965 con un aumento di 7 rispetto al 1964.
E passiamo ai salari. Nel 1966 l’inflazione, ammontante ad un aumento del 3,5% nel costo dei beni di consumo, è derivata per la maggior parte dalla scarsezza di alcune materie prime e di manodopera qualificata. Nel 1967 essa continuerà ma la causa dell’aumentato costo della vita potrebbe per lo più imputarsi a richieste salariali. Il 1966 ha visto una tregua nelle vertenze sindacali, non ripetibile nell’anno in corso. Già il 1° febbraio è andata in vigore la nuova legge che porta da dollari 1,25 a 1,40 il salario orario minimo per molte categorie di lavoratori. Poiché in molte industrie gli stabilimenti lavorano a piena capacità, i sindacati (pressati dagli iscritti) si troveranno in buona posizione nel presentare le loro richieste. Poche industrie saranno disposte a subire uno sciopero. L’industria comunque non vorrà assorbire aumenti salariali senza aumentare i prezzi che, resi più elevati, renderebbero più difficile la concorrenza all’estero e contribuirebbero a ridurre ulteriormente la già ridotta eccedenza della bilancia commerciale. L’eccedenza delle esportazioni sulle importazioni è scesa nel 1966 a 3,8 miliardi di dollari, il livello più basso da 7 anni. Come se non bastasse, le difficoltà economiche inglesi e tedesche ostacolano che nel 1967 si possa migliorare questa situazione. Dal 1962 l’Amministrazione ha stabilito i criteri-limite secondo cui gli aumenti salariali devono mantenersi entro limiti tali da garantire la stabilità dei prezzi in modo da non nuocere ai profitti. Essendosi calcolato che l’incremento della produttività come media nazionale si aggira sul 3,2%, si è precisato che sono accettabili solo aumenti salariali-limite di tale entità. I funzionari governativi coadiuvati dai leaders sindacali nel varare quella che con termini a noi familiari è detta «politica dei redditi», entrambi al servizio del capitale americano, sanno che non c’è assolutamente da aspettarsi che i lavoratori si contentino di aumenti del 3,2%, mentre i profitti salgono vertiginosamente ed aumenta anche il costo della vita.
A rendere più chiara la situazione che si va determinando ha contribuito lo stesso presidente Johnson nel suo messaggio sullo stato dell’Unione del quale riteniamo utile fornire una scarna sintesi. Ha cominciato col dire che il paese deve sottoporsi ad ulteriori sacrifici, consistenti in più alte tasse, maggiori tariffe postali, più ampie trattenute sugli stipendi, per il finanziamento del più imponente bilancio della sua storia. Ha annunciato che a partire dal luglio prossimo l’imposta sul reddito sarà aumentata del 6% per far fronte alle esigenze della guerra vietnamita e contrastare le tensioni che questa provoca nell’economia nazionale. L’aumento delle spese interne è previsto per l’elevamento delle classi meno abbienti, la costruzione di case popolari dirette ad eliminare le baracche, l’allargamento della previdenza sociale e della cassa malattia e l’aumento delle pensioni minime. Nel complesso i bilanci 1967 e 1968 (dal prossimo 1° luglio) prevedono deficit di 9,5 e 8,1 miliardi di dollari su un ammontare delle spese rispettivamente di 126,7 e 135 miliardi di dollari. Nel dopoguerra un deficit maggiore si è avuto solo nel 1959 con 12,4 miliardi di dollari. In base a queste previsioni il bilancio federale dovrebbe accumulare per la fine degli anni 1967 e 1968 debiti di 327,3 e 335,4 miliardi di dollari. Per quest’anno il bilancio della Difesa è stato portato a 67 miliardi di dollari di cui la parte per il Vietnam ascenderà a 21,9 miliardi di dollari. L’ufficio federale che dirige la guerra alla povertà avrà un bilancio di 1,9 miliardi di dollari nel 1968, con un aumento di 280 milioni rispetto al 1967. Tra le spese previste nel quadro del bilancio per la difesa figurano quelle per la costruzione di altri 2.200 elicotteri destinati in maggioranza alle forze del Vietnam, l’acquisto di aerei Phantom F4 e A7 per rimpiazzare le perdite subite nel sud-est asiatico. Johnson fa notare che le spese militari «chiaramente attribuibili» al Vietnam sono di 19,42 miliardi di dollari, ossia 4 volte il livello del 1965-1966.
Di rimbalzo ecco altri dati che mostrano come lo stato americano assolve bene la sua funzione di procacciatore di affari per il capitalismo indigeno. I contratti stipulati dal governo con la sola industria bellica hanno raggiunto il valore di 23 miliardi di dollari. Per l’invio di un (povero!) uomo sulla luna il governo paga 30 miliardi di dollari e 1,9 per l’energia atomica per non parlare dei 16 miliardi di dollari spesi annualmente per la ricerca scientifica. Povera scienza! L’hanno tanto rimpinzata che non riesce più a muoversi e a fare un passo innanzi.
Altre notizie poco rassicuranti vengono dal campo commerciale. Il dipartimento del commercio ha annunciato che il deficit della bilancia dei pagamenti è stato nel 1966 di 1.424 milioni di dollari in aumento rispetto ai 1.337 del 1965. Il principale fattore sfavorevole di questo andamento si è individuato nel peggioramento della bilancia commerciale la cui eccedenza è scesa da 6.676 milioni di dollari a 4.788 ed a 3.700 dal 1964 al 1966. Un modesto elemento di compenso viene offerto dalla «bilancia tecnologica dei pagamenti» nei cui confronti l’Europa presenta un deficit che ha raggiunto il miliardo di dollari, riflesso del distacco tecnologico tra le 2 economie. Parallelamente si è avuta una diminuzione di 568 milioni di dollari delle riserve monetarie e di 571 delle riserve di oro.
Previsioni 1967
In tema di previsioni l’Economist, per bocca del suo vicedirettore Norman Macrae, si esprime in questi termini: «I tre maggiori paesi dell’area non sovietica interessati ad un commercio su scala internazionale – Stati Uniti, Germania ed Inghilterra – subiranno (citiamo fedelmente: all’estensore è scappato il verbo dal chiaro sapore determinista) un tasso di sviluppo minore rispetto all’anno precedente. Osservando i rispettivi indici economici degli ultimi tre mesi del 1966 si può infatti notare che il loro rallentamento è già iniziato. Sotto un certo punto di vista, tale circostanza può essersi rivelata una fortuna nascosta». Abbiamo posto in corsivo il commento dal significato abbastanza eloquente sull’unica possibilità consentita ai pretesi guidatori della economia capitalista, consistente in misure che possono facilitare un processo recessivo già iniziato, mai aiutare una fase espansiva (alias con parola pesante e seria: programmare). Assioma valido allo stesso livello individuale: si può solo anticipare la propria dipartita (col fumo o più drasticamente con un colpo di pistola ben centrato), ma non procrastinarla. Conducendo la più regolare delle esistenze, si tende al limite consentito a quel dato organismo, senza possibilità di poterlo oltrepassare. Solo che la possibilità di condurre una data vita regolare è una conseguenza derivante dalle condizioni materiali dell’organismo: un organismo in condizioni quasi perfette di equilibrio costituzionale (prescindendo arbitrariamente s’intende, dalle condizioni ambientali: il colpo di pistola ti può venire per sbaglio da un suicida inesperto nel maneggio delle armi) si trova nelle migliori condizioni per giungere al suo traguardo. Uno squilibrato, pur gareggiando su un percorso molto più breve (il suo organismo è formato di materiali scadenti), ha la possibilità di terminare la corsa anche poco dopo essere partito. Il caso limite si ha quando si taglia il traguardo prima del via ed allora parliamo del nato-morto (l’edificio che crolla prima che sia ultimato il grezzo). Consideriamo valida l’estrapolazione al modo di produzione capitalistico: il suo maggiore squilibrio rispetto a tutti quelli che lo hanno preceduto non gli consente di raggiungere che longevità dimezzate quanto a consistenza organica, percorse solo a metà per i danni che il sistema arreca a se stesso. In questo senso, scientificamente valido, ogni anno che passa ci dà la certezza di una corsa sempre più accelerata verso il crollo del sistema.
Binomio fame – guerra
Nel complesso il 1966 è stato un anno difficile per quasi tutti i paesi occidentali. Ne hanno fatto le spese le grosse questioni economiche internazionali lasciate in eredità al 1967 irrisolte e ulteriormente aggravate: sistema monetario internazionale, Kennedy round, mercato comune europeo, paesi sottosviluppati. A quest’ultima questione è strettamente legato il problema della fame nel mondo. La produzione mondiale di derrate alimentari infatti è rimasta praticamente invariata rispetto all’anno precedente (pur essendosi nel frattempo le bocche da sfamare accresciute di 70 milioni) solo in quanto gli abbondanti raccolti nel Nord America hanno neutralizzato la flessione verificatasi nella maggior parte dell’Africa, Asia e America latina a prescindere dal Medio Oriente. Solo in un anno (1958-1959) dopo la guerra la produzione di alimenti nei paesi sottosviluppati ha superato l’incremento della popolazione. Attualmente la loro produzione pro-capite è inferiore a quella prebellica e continua a decrescere ogni anno. C’è da aggiungere che le scorte di grano sono le più basse degli ultimi 10 anni. Fu verso la metà degli anni ’50 che le eccedenze del Nord America si avvicinarono a proporzioni insostenibili, tanto che furono imposte limitazioni alla produzione agricola prima negli Stati Uniti, poi nell’Europa Occidentale. Una prima inversione di questa tendenza si è avuta agli inizi degli anni ’60 quando prima i cinesi e poi i russi da tradizionali esportatori diventarono acquirenti di massicci quantitativi di frumento ed è stata solo questa loro condizione di «pronto-contanti» che ha permesso l’exploit agricolo dell’occidente industrializzato. Già quest’anno questi due paesi hanno ridotto i loro acquisti; per cui USA e compagni porranno restrizioni alla produzione non avendo i paesi sottoalimentati disponibilità monetarie per sopperire alle deficienze agricole.
Nei loro confronti si è stati prodighi solo di piombo. La fame di 2/3 dell’umanità è un dato trascurabile se, recando ai loro territori le distruzioni e gli orrori della guerra, si genera linfa vitale per la sopravvivenza del capitalismo, le cui ventose succhiano sangue dal Viet Nam oggi, come dal Guatemala, dall’Algeria, dal Congo, dal Kashmir ieri. Le più accreditate fonti di informazione del capitalismo parlano sempre più apertamente dell’impossibilità di sottrarsi a questo comportamento, a questa esigenza economica. La First National City Bank nella sua nota economica per il mese di novembre chiude sul Viet Nam con l’escludere la possibilità di un significativo rallentamento nell’economia generale finché le spese per la difesa continueranno ad aumentare a ritmo accelerato…
Quest’altro pezzo pone in rilievo che l’attacco al Viet Nam è stato portato non dai soli Stati Uniti, ma dai principali paesi capitalistici, tutti traendone giorno per giorno benefici molteplici a cui ipocritamente fanno eco le loro periodiche richieste di gradire la fine del conflitto. A costo va accomunata la stessa Cina a cui non è parso vero di soddisfare richieste di acciaio e cemento da parte del Pentagono americano per usi urgenti sui campi di battaglia vietnamiti.
Valutando le prospettive di sviluppo economico negli Stati Uniti per il 1967, la Chase Manhattan Bank rileva l’indispensabilità di incrementare le spese militari quale condizione per evitare che nel corso dell’anno si manifesti un generale rallentamento nell’attività commerciale del paese. «La prevista spesa di 25 miliardi di dollari circa investiti nella guerra del Vietnam – viene fatto rilevare – eviterà che l’economia scivoli in una recessione, mentre il previsto rallentamento nel settore della produzione si limiterà probabilmente ad una riduzione del tasso di incremento». Tale minore dilatazione dovrebbe inoltre risultare in un miglioramento degli scambi americani con l’estero riducendo da un lato le importazioni con una conseguente pressione inflazionistica e, dall’altro lato, incrementando la competitività delle esportazioni arrestando il deterioramento verificatosi nel corso degli ultimi due anni dell’eccedenza commerciale statunitense, passata dai 6 miliardi 800 milioni di dollari del 1964 a circa 2 miliardi 900 milioni nel 1966. Polemizzando indirettamente con le accuse di arricchimento rivolte alle industrie degli Stati Uniti, la Chase osserva che se la guerra nel Vietnam ha prodotto un certo boom economico per il paese, di esso hanno notevolmente beneficiato vari paesi europei quali la Gran Bretagna, la Francia e la Germania che hanno visto notevolmente aumentare le proprie vendite agli Stati Uniti. Le richieste straordinarie di materie prime hanno prodotto un flusso di circa un miliardo di dollari verso il Giappone e qualche altro paese asiatico. L’incremento nelle spese per la difesa, che nel 1967 dovrebbe oscillare tra gli 8 e i 10 miliardi di dollari, prolungherà, se non amplierà tale richiesta. Concludendo, la Chase conferma che «senza un continuo incremento nella spesa per la difesa, l’economia degli Stati Uniti avrebbe richiesto ora una decisa politica governativa di espansione per prevenire il declino economico». Ormai condizione di vita per il capitalismo è la guerra permanente. Sappiamo bene che anche al suo sorgere il capitale aveva bisogno di alternare per la sua vita periodi di pace a periodi di guerra. Oggi anche questa alternativa non si pone più. Ma allora la guerra arrecava ossigeno, svolgeva una funzione rivoluzionaria che in un certo senso conveniva anche al proletariato. Oggi la guerra dà sempre meno ossigeno al capitale che esplica una funzione controrivoluzionaria a tutto danno dell’intera classe proletaria mondiale. Quest’ultima, e con essa l’umanità di domani, potrà sopravvivere solo se riuscirà, sotto la guida del partito comunista internazionale, a contrapporre un suo movimento rivoluzionario permanente sempre più esteso e deciso al capitalismo morente, con il precipuo compito di organizzare tutte le sue forze per sradicarlo dalla faccia della terra rendendone impossibile, tramite la più feroce delle dittature, una eventuale reviviscenza.