Partito Comunista Internazionale

La funzione antiproletaria dell’unità sindacale” che si sta cucinando fra i vertici bonzeschi

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Si è conclusa in questi giorni su Rinascita la prima parte del dibattito sulla unificazione sindacale, a cui i bonzi di tutte le tinte danno il nome di «Unità sindacale». Riservandoci di illustrare più oltre quale sia la vera unità sindacale, cerchiamo per il momento di chiarire agli operai che cosa si nasconde dietro la tragica farsa che tutti, CGIL, CISL, UIL, sono d’accordo di recitare.

Intanto va detto che simili espedienti non sono affatto «di tipo nuovo», ma di vecchia marca opportunista, e, se furono validi venti anni fa per permettere alla borghesia di riorganizzare il suo apparato economico-politico messo in difficoltà dalla guerra, lo saranno anche oggi per puntellarlo di fronte all’avanzare di una crisi che andrà generalizzandosi, sempreché il proletariato non trovi la forza politica di opporvisi.

Alludiamo all’infame periodo del 1945-46, quando gli stessi traditori di oggi gridarono «all’unità» siglando quel patto di pacificazione fra le diverse centrali sindacali (Patto di Roma) da cui uscì un’unica organizzazione economica, espressione della coalizione governativa in cui collaboravano di comune accordo i partiti cosiddetti proletari e i rappresentanti dichiarati della classe sfruttatrice. Abbiamo già chiarito in passato, documentandolo, come questo fraterno abbraccio corrispondesse non a necessità di classe ma agli interessi della borghesia, che aveva bisogno di piegare la classe operaia ad una pacifica collaborazione fra capitale e lavoro e alla ricostruzione economica. Il momento era difficile e il capitalismo temeva un intervento diretto. D’altra parte i dirigenti della CGIL, in accordo con il PCI, non chiedevano di meglio che di mostrare ai loro padroni borghesi quanto fossero bravi nel sostituirli fregando gli operai; e l’operazione venne condotta a termine senza eccessivi rischi. È vero che allora si esaltava il ruolo «democratico» delle correnti e non ci si scandalizzava del fatto di pubblica ragione che proprio attraverso le correnti si riflettevano nel sindacato gli interessi politici dei partiti; ma ciò era dovuto al fatto che l’opportunismo non correva nessun pericolo, ben sapendo che si andava verso un lungo periodo di stabilizzazione capitalistica. Le correnti politiche all’interno dell’organizzazione sindacale serviranno poi a scinderla quando la borghesia, ormai ristabilita, crederà necessario dividere nuovamente gli operai per impedire loro di conquistare posizioni di forza indubbiamente realizzabili nel momento del boom, data l’alta richiesta di forza lavoro. La vantata «unità sindacale» di allora fruttò al capitalismo venti anni di quieto vivere democratico, non tenendo conto ovviamente degli scioperi superarticolati e di rivendicazioni, quali i cottimi e gli incentivi, che erano il pane dei padroni. Come ognuno può constatare, tali «conquiste» non hanno minimamente intaccato né la forza economica né quella politica del capitalismo.

Questo breve cenno permette di capir meglio quello che si sta preparando oggi in campo sindacale, perché parte dalle stesse necessità di conservazione sociale e dimostra che la politica controrivoluzionaria dei dirigenti confederali può cambiare nella forma, ma non nella sostanza.

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Infatti, mentre nel ’45 si trattava di soffocare momentanee rivolte proletarie, facilmente localizzabili in una situazione storica generale favorevole al capitalismo, oggi ci si vuole unificare per preparare un accerchiamento in cui chiudere il proletariato, nella prospettiva che il precipitare della crisi economica, non più locale ma destinata ad estendersi alla scala mondiale, riporti gli operai sul terreno del combattimento aperto e della lotta generale.

Questo il vero significato del «dibattito» in corso. Non a caso vi hanno partecipato dirigenti sindacali appartenenti a tutte le centrali sindacali, dalla CISL all’UIL, che, pure avversando anche i timidi scioperetti articolati condotti dalla CGIL e stipulando in molti casi accordi separati, inaspettatamente scoprono di aver molti punti in comune con la centrale «rossa». In realtà, i decantati «spostamenti a sinistra» che queste centrali dichiaratamente padronali avrebbero compiuto non esistono; sono la CGIL ed i partiti di sinistra che sempre più apertamente vanno nelle braccia della borghesia, i cui interessi impediscono loro perfino di salvare la faccia.

Luciano Barca, eminente rappresentante del PCI, lo dice a chiare lettere sul n. 49 di Rinascita: «… ma problemi e interrogativi riguardano anche i partiti e soprattutto un partito come il nostro, che si richiama alla classe operaia e che opera al livello del capitalismo maturo, per la costruzione [ecco il punto!] di un blocco rivoluzionario di forze sociali che abbia al centro la classe operaia…».

Qui si rovescia la concezione marxista rivoluzionaria che vuole la classe operaia prima ed unica forza motrice di sovvertimento sociale, che, semmai, nel corso della lotta da essa diretta può trascinare al combattimento strati sociali non prettamente proletari e costituzionalmente incapaci di divenire avanguardie di classe: il proletariato sarà rinchiuso in questo blocco «controrivoluzionario» la cui direzione sarà affidata alla piccola borghesia genericamente intesa, alla quale non si chiederà neppure più una particolare fede politica: e questo calderone verrà chiamato «partito unico del lavoro». Tale, per lo meno, è il grande progetto dell’opportunismo, sempreché gli interessi capitalistici da cui deriva la sua azione non decidano altrimenti.

Ma, come sa ogni marxista, anche se rinnegato come gli attuali dirigenti, la lotta economica è la base materiale dell’azione politica; quindi, non si può procedere all’unificazione se la più importante organizzazione sindacale, la CGIL, lascia le porte aperte ad una possibile riconquista rivoluzionaria. Si tratta perciò di rompere con quella tradizione proletaria che, se oggi è solo un tenue ricordo sentimentale nel cuore degli operai più combattivi, domani, in condizioni storiche favorevoli alla ripresa della lotta di classe, costituirebbe un’indispensabile via attraverso la quale i comunisti rivoluzionari riporterebbero il sindacato alla sua funzione di «strumento» (non ci vergognamo affatto di dirlo) per la rivoluzione, e in questo senso di cinghia di trasmissione del partito di classe.

Lo stesso segretario della UIL sul n. 7 di Rinascita ammette che il sindacato è uno strumento molto importante di azione e propaganda, ma invita tutti i partiti a rinunciarvi in nome del «progresso sociale del paese». Santi, sul n. 48, trova «significativa» la dichiarazione di Alicata che «il partito non deve pensare di contare sul sindacato come canale di comunicazione con le masse», mentre Foa, da bravo supersinistro, auspica la liquidazione del vecchio concetto della cinghia di trasmissione, e si serve della falsificazione per affermare che «il sindacato non può proporsi come suo fine il rovesciamento dei rapporti capitalistici di produzione». È chiaro che questi «signori» sanno benissimo di poter contare sul vuoto politico prodotto nel cervello dei proletari da cinquant’anni di controrivoluzione; quindi non possiamo fare altro che richiamarci all’impegno che il 1° Congresso Internazionale dei Sindacati Rossi prese nel 1921: «i sindacati rivoluzionari si assegnano il compito essenziale di unire, disciplinare, e educare le masse per il rovesciamento violento del capitalismo», mentre la quinta condizione di ammissione obbligava «all’accordo completo fra tutte le organizzazioni rivoluzionarie e il partito comunista in tutte le azioni offensive contro la borghesia».

Come si vede, sindacato e Partito hanno due funzioni diverse ma non opposte. Negare il legame tra questi due elementi, che insieme rappresentano il proletariato e la lotta ancora aperta che esso conduce contro il capitalismo, significa condannare in eterno gli operai alla loro condizione di sfruttati, e permettere al capitalismo di sopravvivere a se stesso. In cambio, l’opportunismo chiede «una sfera di responsabilità e di potere», cioè l’inserimento dei sindacati nello Stato borghese.

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Quanto abbiamo riportato ci pare dimostri a sufficienza che l’unificazione sindacale, premessa per il sindacato di Stato, sarebbe già cosa fatta se non si temesse la tradizione di un passato che il proletariato segnò con le sue grandi lotte, animate da una prospettiva che non era di conservazione sociale, come vuole Foa e per lui tutto l’opportunismo, ma di rovesciamento del capitalismo, e che permette all’attuale degenerata confederazione di definirsi ancora «sindacato di classe».

Questo passato va lentamente riproponendosi ai proletari di oggi: licenziamenti massicci, miseri aumenti salariali, esasperazione dei ritmi produttivi nelle fabbriche e coercizioni di ogni genere, cominciano a far riflettere alcuni strati operai – che la stessa Rinascita definisce «uno strato non trascurabile» – sulla politica della CGIL, e questo costituisce il «punto nero» sulla strada «dell’unità sindacale», tant’è che i bonzi sono costretti a prenderne atto nel bilancio che chiude il referendum:

«Le ragioni di quanti esprimono perplessità o ostilità si riassumono sostanzialmente nel timore che il costo dell’unità sia troppo alto, che l’unità si traduca in una attenuazione della combattività e delle posizioni classiste del sindacato». (Rinascita n. 9, 1967).

Non ci soffermeremo sul ridicolo gioco di schemi e grafici in cui sono stati suddivisi i «sì», i «no», i «perplessi» e gli «astenuti», in quanto ciò fa parte della frenesia democratica della conta dei cervelli tipica dell’opportunismo, che da un consenso così ottenuto trae la speranza della sua sopravvivenza. Quegli operai che con tanta chiarezza si sono opposti all’unificazione sindacale saranno senza dubbio una «minoranza», ma ciò che li rende temibili agli occhi dei loro dirigenti è la sostanza delle loro posizioni, che esprimono spontaneamente gli interessi di tutti i compagni e sono la testimonianza di una realtà di classe che il capitalismo sta rendendo suo malgrado sempre più evidente:

«Il sindacato o è di classe, e quindi non può essere unitario, o non è un sindacato». (Rinascita, n. 9, 1967).

Questa affermazione, che fa parte dell’opposizione in seno alla CGIL, sintetizza perfettamente il concetto di unità agitato dai comunisti rivoluzionari: non unità di vertici sindacali al fine di trattare con la borghesia il prezzo della pace sociale, o tutt’al più per soddisfare interessi di singole categorie e di limitati strati operai, ma fronte unico di tutti gli operai indipendentemente dalla loro fede politica, per una lotta che, sulla base di necessità contingenti e parziali, riesca nel suo svolgersi ad unificare il proletariato e a generalizzarne le lotte per far sì che il proletariato si riconosca come classe. Unità di obiettivi, quindi, e di metodi di combattimento, che renderanno sempre più chiaro agli operai che di fronte a loro non c’è la singola azienda da conquistare, e il singolo padrone da espellere, ma un sistema generale di sfruttamento da distruggere.