Partito Comunista Internazionale

Ancora sulla questione delle navi-traghetto

Categorie: CGIL, CISL, UIL

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Riprendendo l’articolo pubblicato nel nr. 5, notiamo come il SASMANT, nato per difendere gli interessi dei soli ufficiali non sia stato capace di porre una rivendicazione tanto ristretta. La richiesta d’indennità infatti non potrà essere corrisposta agli ufficiali senza corrisponderla anche al personale esecutivo e più proletario. Stando così le cose, sarebbe stato logico che avessero chiamato allo sciopero anche la «bassa forza». E invece non l’hanno fatto perché… non sapevano di poterlo fare, anzi ritenevano, quegli analfabeti dirigenti, che un marinaio che li avesse appoggiati sarebbe potuto incorrere in gravi sanzioni disciplinari da parte dell’Azienda, che non avrebbe trovato «legale» il loro sciopero in quanto non dichiarato da un sindacato confederato. E così si assistette a un vero capovolgimento delle cose: i marinai, i motoristi, ecc., che nelle lotte sindacali sono sempre stati all’avanguardia e dei cui sforzi hanno sempre beneficiato i loro «superiori», il 26 gennaio sono rimasti a guardare loro che scioperavano e fermavano le navi, forti più della legge che prescrive la loro presenza a bordo che di una assoluta e reale necessità tecnica. Su due delle otto navi della flotta dello Stretto essi hanno addirittura dovuto offrire la loro preziosa collaborazione alla Marina Militare intervenuta per farle navigare; e con ciò i proletari sono stati convertiti in involontari crumiri e sabotatori di uno sciopero che dovrebbe portar quattrini anche alle loro tasche. «E se non piangi, di che pianger suoli?» Non crediamo che vi siano situazioni più assurde. Si rifletta: solo il 13% degli interessati sciopera per strappare al padrone qualcosa di cui ben l’85% dovrebbe essere dato a quell’87% del personale che non sciopera, che fa da spettatore senza manifestare nessuna volontà di avere l’indennità di cui sopra ma che, indiscutibilmente, tiene represso il suo malcontento per la riduzione dello stipendio reale a causa dell’ascesa dei prezzi.

In queste condizioni non si potrebbe non prevedere che le cose finiscano male e non tanto per la resistenza del padrone che, nel clima generale del blocco dei salari, non vorrà creare precedenti per gli altri raggruppamenti di ferrovieri (come macchinisti, capi stazione, ecc.) ma per la stessa intrinseca debolezza di coloro che hanno ingaggiato la lotta. È facile rendersi conto, infatti, che per la riuscita di scioperi del genere la compattezza diventa un fattore quanto mai indispensabile: la defezione di uno o due elementi può comprometterli seriamente. Al contrario, in uno sciopero nazionale di tutti i ferrovieri, se anche tutto il personale delle N.T. non lo appoggiasse, lo sciopero non ne risentirebbe affatto, perché le navi andrebbero su e giù senza portare un solo carro ferroviario e consumando solo nafta.

Comunque, se queste previsioni dovessero essere smentite nel senso che il gigante Golia dovesse essere battuto dal nuovo David e concedesse ciò che viene richiesto, ciò non cambierebbe assolutamente nulla.

La riuscita di una lotta circoscritta nel più gretto ed egoistico orizzonte di categoria non ci troverà mai disposti a percorrere quella strada che è una deviazione innaturale della lotta di classe in cui ogni spinta, ogni lotta di categoria, deve essere convogliata. D’altra parte, ogni eventuale miglioramento acquisito anche per questa via sarebbe il frutto anche del nostro contributo alla lotta, contributo che è tanto più significativo perché dato non nell’ignoranza totale degli ostacoli da superare, ma con la coscienza e nella previsione di una sconfitta. I nostri volantini mostrano chiaramente come noi siamo i soli a batterci per ricostituire anzitutto l’unità degli equipaggi che per loro natura sono qualcosa di quanto mai unitario. E specie sulle navi traghetto ove ai comandanti non è stato lasciato nessuno di quei poteri che nella mercantile gli armatori, di cui essi sono la lunga manus, attribuiscono loro.

Il nostro ruolo non finisce qui: noi siamo stati i soli portavoce del personale esecutivo cioè degli elementi più proletari e gli unici a vigilare contro ogni eventuale accordo del SASMANT con la controparte che si risolvesse solo a beneficio degli ufficiali.

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Passiamo ora alla cronaca degli ultimi avvenimenti di questa penosa questione che, pur riguardando un gruppo assai ristretto di lavoratori, si presta a considerazioni di ordine generale e contribuisce a valutare il grado di degenerazione raggiunto dalle lotte sindacali.

Dunque, dopo lo sciopero del 26 gennaio scorso, il SASMANT, in un’assemblea dei propri soci (gli ufficiali delle N.T.), allo scopo di fugare certi sospetti sul proprio operato o addirittura di crearsi delle simpatie fra il personale esecutivo e più proletario delle N.T., assumeva l’impegno (v. Gazzetta del Sud del 3-2) di difendere anche l’interesse di tutti i membri degli equipaggi e a non barattare con contropartite inaccettabili. Non c’è dubbio che ciò era il risultato della pressione esercitata dall’azione dei nostri compagni e solo da essi (nessun sindacato infatti aveva speso una parola fino ad allora) con la diffusione del volantino che noi abbiamo pubblicato sul n. 5 di Spartaco.

Dopo di ciò il SASMANT dichiarava un secondo sciopero per l’11 febbraio, che però non attuò in quanto era stato invitato a Roma a un incontro con i funzionari dell’Azienda. Il risultato di questo incontro fu assai deludente e la fiducia degli ufficiali nella loro «invincibilità» ne ricevette un colpo tanto duro, che subito essi pensarono a cercare appoggi ed alleati per le prossime azioni sindacali. Ma in che modo? Non certo cercando di prendere accordi con i sindacati che organizzano marinai, motoristi, elettricisti ed altro personale di bordo. Come se fosse la cosa più naturale del mondo, essi, invece, si dettero da fare per organizzare un nuovo sindacato scissionista nel seno di questi lavoratori. Istruiti dai dirigenti della FISAFS (Federazione Italiana Sindacati Autonomi delle Ferrovie dello Stato) a cui aderisce il SASMANT e fidando sul pecorame qualunquistico che non manca mai fra i lavoratori più arretrati politicamente e sindacalmente, i nostri bravi dirigenti semantici sono diventati di colpo degli attivisti soletti. Non c’è che dire, proprio coloro che più si lamentano ogni giorno che «in Italia» i sindacati sono troppi, sono poi quelli che si danno anima e corpo a fabbricarne dall’oggi al domani.

È a questo punto che i dirigenti locali dei sindacati confederati: SFI (CGIL), SAUFI (CISL) e SIUF (UIL), si svegliano. Solo il 22 febbraio appare infatti il primo volantino del SFI, e tre giorni dopo quello del SAUFI. Rimasti indifferenti e neutrali di fronte ad un’azione di sciopero e alla sua impostazione anticlassista, questi altri bravi «sindacalisti» si preoccupano solo di evitare delle frane alle loro organizzazioni e di non subire lo scotto di disdette di deleghe per il futuro, di quelle tali deleghe che assicurano gli stipendi a tutta la pletorica burocrazia sindacale e il funzionamento di una mostruosa macchina pompa-voti cui si è ridotto oggi il sindacato.

E intanto il SASMANT si era deciso a dichiarare un terzo sciopero per il 26-2 e lo aveva di nuovo sospeso per aderire a un altro incontro con la controparte a Roma per il 2-3. Questa seconda trattativa dà le più inaspettate e lusinghiere promesse, e niente meno che da parte di quel «moralizzatore di scandali pubblici» che è il ministro dei trasporti Scalfaro, colui che ha posto fine al privilegio della Motorizzazione Civile abbassando le retribuzioni ad ingegneri ed impiegati. Manco a dirlo, il facile e, ripetiamo, inatteso «trionfo» rinfocola tutte le illusioni su grossi e sostanziosi miglioramenti economici da realizzare a breve scadenza. Ma per chi: per i soli ufficiali o per tutte le qualifiche di bordo? E a quale prezzo? Su questo punto il SASMANT non ha sentito il dovere di informare il personale che ne ha tutto il diritto. La serie dei suoi comunicati fatti a mezzo di volantini e della stampa locale si è interrotta di colpo. Qualcosa di losco c’era sotto: il sospetto che le belle promesse fossero state ottenute con un alto prezzo da pagarsi da parte di chi meno doveva guadagnare dalla operazione (leggi, i più proletari) si fece strada rapidamente in mezzo ai lavoratori. E per questo e per altro, i sindacati locali SFI, SAUFI e SIUF sentirono il dovere di emanare un volantino in cui informavano di aver sollecitato l’Azienda ad esaminare con loro una comune rivendicazione consistente in un premio per la sola categoria navigante a causa delle «speciali condizioni di lavoro». Successivamente indicevano un’assemblea per illustrare questa richiesta e per comunicare che anch’essi avevano ottenuto l’invito dal padrone per il giorno 29-3. Ma si noti bene: mentre il SASMANT era stato convocato per il pomeriggio, la terna sindacale doveva «discutere» il mattino. Non c’è chi non veda a quale assurdità si sia giunti: per quattro gatti si spostano da Messina a Roma i rappresentanti di quattro sindacati che non si presentano dal padrone uniti e contemporaneamente, ma divisi e ad ore diverse. Lo stato di marasma e di confusione è enorme. L’atmosfera di sospetto e perfino di inimicizia è qualcosa di edificante. Spettò ai nostri compagni, in seno all’assemblea cui si è accennato sopra, far luce sulle cause e le «colpe» di questa assurda divisione degli equipaggi, e non solo di essa. Anzitutto essi dimostrarono che tanto la richiesta d’indennità (art. 83) del SASMANT quanto il premio (art. 73) chiesto da SFI, SAUFI e SIUF sono rivendicazioni di categoria anzi di «raggruppamento», e tendono a dar un privilegio ai ferribottari rispetto ai loro colleghi ferrovieri!

Esse dunque sono anticlassiste e antiunitarie nei riguardi della più grande categoria dei ferrovieri in cui i ferrovieri-acquatici sono compresi: nessuno ha quindi il diritto di chiamarsi «sindacato unitario». A parte questioni di forma, esse sono equivalenti nella sostanza, e non si giustifica la divisione e la concorrenza fra i sindacati. I nostri compagni non si sono limitati a fare queste critiche di principio, essi sono stati gli unici a preoccuparsi di sbloccare una situazione insostenibile. Sicuri che da trattative separate e concorrenti non può sortire nulla di buono, e che in ogni caso esse approfondiranno l’attuale frattura degli equipaggi tra ufficiali e «bassa forza», si sono adoperati per far concordare una comune richiesta da presentare al padrone e, in caso di mancato accordo, per tener desto e vigile il raggruppamento affinché nessuna porcheria venga accettata per via di un accordo capestro concluso dal SASMANT, che è il più arrabbiato corporativista.

Finora gli avvenimenti hanno dato ragione ai nostri compagni: gli incontri del 29, dei sindacati con l’Azienda non hanno portato a nulla di buono e di definito, ma solo a altre promesse di… buona volontà. Staremo a vedere come andrà a finire.