Internazionalità dei bonzi
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Nel parlare della nuova veste assunta dalla Krupp, e della presenza nel suo consiglio di amministrazione del presidente del sindacato metallurgici Brenner (nr. 6 del «Programma»), non abbiamo potuto fornire i dettagli piccanti che il Giorno del 27-3 riporta da «Le Nouvel Observateur». Colmiamo ora la lacuna.
È noto che, più abili dei nostri mandarini sindacali, i loro colleghi tedeschi hanno fondato ed esercitano con molto successo una «Bank für Gemeinwirtschaft» che, per dirla con il riassunto del Giorno, «gestisce e rende produttivi i contributi assicurativi dei lavoratori iscritti ai sindacati» fornendo crediti ingenti alle aziende contro le quali i sindacati stessi dovrebbero, molto teoricamente, lottare in difesa degli interessi degli iscritti. È così avvenuto che la «banca sindacale» sia diventata, «senza complessi né pregiudizi, un enorme istituto d’affari che ha già investito considerevoli somme nel gigantesco trust di Thyssen e in altre imprese tedesche». Orbene, trovatosi a corto di quattrini, Krupp ha pensato di rivolgersi all’«enorme istituto», e questi non solo gli ha «imposto» (una «imposizione» quanto mai… produttiva, per l’azienda) il suddetto presidente del sindacato metallurgici, ma lo ha «costretto», per la parte riguardante le forniture all’edilizia, a fondersi con la società «Neue Heimat» (nuovo focolare: sentite come sono poetici i bonzi d’oltralpe?), a sua volta filiazione della «Bank für Gemeinwirtschaft», che vanta un giro d’affari di 120 miliardi di marchi all’anno per la costruzione di alloggi di carattere «sociale».
Così, Krupp-nuovo-stile e sindacali-ultimissimo-modello saranno legati a filo doppio, padrine delle fauste nozze le banche private e la stessa Repubblica federale che, com’è noto, partecipano alla metamorfosi… progressista del grande complesso metalmeccanico tedesco. E se i nostri bonzi tentassero un’operazioncella del genere, magari con quella Fiat che i rapporti con la «patria del socialismo» hanno ormai riscattata dalla brutta fama di «monopolio», per farla assurgere ad «azienda-pilota» nella distensione e nella coesistenza internazionale? Che bello sarebbe!
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La Danimarca, si sa, è uno dei paradisi socialdemocratici, culla del progresso sociale, e via discorrendo. Ne segue che è anche uno dei paradisi del bonzume. Eccone un piccolo esempio.
Da novembre, l’organizzazione sindacale nazionale («LO») era in trattative con l’associazione dei datori di lavoro per ottenere il salario minimo garantito di 400 corone la settimana per tutti i lavoratori senza distinzione, e miglioramenti per le operaie (le vere neglette di questa società eminentemente «prospera») e per gli apprendisti. Poiché i datori di lavoro non intendevano mollare di un millimetro, i dirigenti sindacali furono costretti, la morte nel cuore, a decidere di proclamare uno sciopero. Ma, come vuole la mirabolante prassi, prima dello sciopero bisognò inviare i regolamentari tre «avvisi», e così, perdendo tempo, si giunse alla fine di febbraio. A questo punto, i datori di lavoro lanciarono la loro contro-minaccia: la serrata. Panico in tutti i settori del mondo del lavoro, ma specialmente nella direzione dei sindacati. Che fare? Dopo settimane di buffonesche trattative diurne e notturne, la «LO» cade in ginocchio di fronte alla proposta di «compromesso» di un salario minimo di 354 corone, suppergiù 60-70 mila lire mensili.
Ma la democrazia è democrazia, e bisogna «consultare la base». Lo si fa attraverso una girandola di riunioni in cui i bonzi sudano quattro camicie per convincere gli operai a seguire le proprie direttive piegando a loro volta la schiena, e naturalmente ci riescono, anche perché, sempre nello stile della perfetta democrazia, se le assemblee non contano almeno il 75% degli iscritti, i dirigenti con tanto di delega votano… per gli assenti. Così, fra brogli, pastette e pressioni, il compromesso è stato accettato con 323.538 sì contro 167.300 no, e i padroni, grazie ai loro lacchè, hanno avuto partita vinta.
Senonché, per la prima volta da molto tempo, c’è stata una piccola bomba: la distribuzione di un volantino in cui, nello stesso linguaggio nostro, si buttava in faccia agli opportunisti l’infame pateracchio, e si invitavano i proletari a respingerlo proclamando lo sciopero generale nel più completo disprezzo delle «superiori esigenze dell’economia nazionale». Lo scandalo è stato notevole, tanto più che, orrore!, il volantino si chiudeva con le frasi finali del Manifesto del Partito Comunista di Marx, cosa che in particolare i dirigenti staliniani o ex-staliniani non possono davvero digerire.
Nel gran mare di latte e miele sociale danese, sia questa voce l’annunzio di un ritorno alle tradizioni di battaglia del proletariato, non solo locale, ma mondiale!