Partito Comunista Internazionale

La proposta del Comitato Sindacale Comunista e i funzionari sindacali

Categorie: CGL, PCd'I, Union Question

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Si incomincia a cambiar metodo da parte dei funzionari sindacali nel combattere la proposta del Comitato Sindacale Comunista! Dapprincipio è stata la risposta incosciente e villana del mandarino disturbato nel suo lavoro di severo dispensatore di giustizia e che ha la profonda convinzione di possedere intera la coscienza del bene e del male di questo basso mondo e dell’ultra; poi è stato il tentativo di distogliere da quella proposta la mente dei lavoratori, mediante la presentazione di un ridicolo controprogramma di immediata (?!) attuazione, stilato dai venerabili sacerdoti della direzione del più grande Barnum del mondo; adesso si vuole mettere alla prova la intrinseca efficacia di quella proposta mediante il pacato ragionamento, mediante la discussione.

Questo fatto ci dice in primo luogo che i primi due tentativi dei nostri avversari (chiamiamoli eufemisticamente così) sono completamente falliti al loro scopo; secondariamente ci avvertono che la proposta del Comitato Sindacale Comunista ha interpretato magnificamente la volontà e l’aspirazione delle masse; le quali l’approvano non tanto perché convinte dei buoni argomenti quanto perché pressate alle reni da indilazionabili necessità.

Il mandarino Baldesi sperava con un deciso colpo di spada di stroncare ogni discussione di quella proposta in seno alla classe operaia; ma, per fortuna, l’amarissima realtà gli deve avere appreso che Stenterello, se anco possiede la suprema investitura del pontefice del Barnum, non ha assolutamente la stoffa di Alessandro! In quanto la controprogramma del lungimirantissimo Serrati; esso è morto prima di nascere. Le masse, malgrado i fervorini direzionali ed i pistolotti dei mandarinetti di seconda e terza categoria, non se ne sono neppure accorte. Parce supultu!

Vediamo dunque di accettare la lotta degli avversari anche sul terreno della discussione. Ciò non ci spaventa affatto; ci sarà modo di provare anzi come la proposta del Comitato Sindacale Comunista, malgrado le volgari diffamazioni mandarinesche, non sia stata determinata da basso spirito di speculazione politica o da insopprimibile demagogicomania, ma unicamente ed esclusivamente per difendere nel miglior modo possibile gli interessi della classe lavoratrice, oggi serissimamente minacciati dall’offensiva padronale.

La tattica del caso per caso

Per comprendere bene tutto il valore della proposta del Comitato Sindacale Comunista bisogna prima guardare a quelli che furono e che sono i risultati della tattica «caso per caso» adottata dalla Confederazione Generale del Lavoro e sanzionata dai dirigenti del Partito Socialista.

Questa tattica non fu propugnata soltanto nel caso specifico della lotta padronale contro i salari e per la completa svalorizzazione (e quindi per la loro distruzione) delle organizzazioni; ma trova la sua nefasta applicazione anche nella lotta contro le brigantesche imprese del fascismo, sia a marca industriale che agricola. Non appena cominciarono a verificarsi in Italia i crimini della guardia bianca, i dirigenti della Confederazione, lungi dal propugnare e dal preparare (dato e non concesso che non fosse possibile un intervento tempestivo ed immediato di tutte le masse operaie) un’azione energica ed a carattere nazionale, si fecero in quattro per infrenare le spontanee ribellioni dei lavoratori; e, con una evidente contraddizione in termini, si diedero a predicare che ciascuna località facesse quello che poteva e se la sbrigasse da sola contro tutta la schiera dei suoi inesorabili nemici. Fecero anzi di più: con la loro proverbiale leggerezza derisero e chiamarono vili tutti coloro che compresi delle impossibilità dell’azione locale reclamavano ad alta voce un’azione difensiva di tutta la classe lavoratrice.

I risultati di un simile procedere oggi si possono toccar con mano. In alcune regioni le organizzazioni nostre furono abbattute, i nostri migliori compagni uccisi o raminghi pel mondo; le masse che hanno la sensazione tutt’altro che ingiustificata, di essere state abbandonate nel momento del pericolo, sono disorientate, e anche volendolo non potrebbero iniziare direttamente una concorde azione di assieme.

Poi venne l’offensiva del padronato intesa alla silurazione dei concordati e alle riduzioni salariali.

Il padronato, che senza dubbio dimostra di avere una più chiara coscienza dei mezzi necessari alla lotta, iniziò la sua battaglia asserendo che tutte le conquiste morali della classe operaia sarebbero state scrupolosamente rispettate e che solo si trattava di ridurre i salari nei limiti strettamente necessari onde permettere alla industria italiana di reggere alla concorrenza dell’estero. Contemporaneamente, però, esso tentava di imporre Commissioni Interne di propria fiducia, poneva il veto contro i migliori esponenti delle maestranze; iniziava il licenziamento dei compagni sotto il pretesto della mancanza di lavoro e preparava indefessamente l’offensiva generale ed a fondo contro il proletariato.

Anche in questa occasione ci fu la parola d’ordine (…)

Dopo essersi posti sull’identico piano degli industriali e di aver belato insieme a loro sulla necessità urgente di difendere ad ogni costo l’industria nazionale; dopo aver riconosciuta giusta, in linea di principio, la riduzione dei salari imposta, secondo essi e secondo gli industriali, dalle precarie condizioni dell’industria, tutti i dirigenti delle Federazioni riformiste e della Confederazione consigliarono di arrangiarsi localmente. Solo nel caso che le conquiste morali della classe lavoratrice fossero minacciate, tuonavano i riformisti, il proletariato intero sarebbe intervenuto onde far comprendere al padronato che non si torna indietro … Le conquiste morali non solo furono minacciate: in diverse località essere vennero addirittura soppresse; ma i dirigenti dei massimi organismi operai si guardarono bene di tradurre in atto le loro vuote quanto spavalde minacce.

Anche in questo campo i risultati furono disastrosi. Singoli reparti, interi stabilimenti, intere categorie dovettero subire le condizioni dettate dai padroni; e noi vediamo profilarsi di già la sconfitta totale del proletariato se – volenti o nolenti i suoi capi – esse non cambierà strada.

Al bivio

Se, dunque, la tattica del «caso per caso» del «si salvi chi può» ha fatto bancarotta e minaccia di disperdere tutto quanto la classe operaia ha conquistato in un cinquantennio di durissime e asprissime battaglie; se questa tattica si dimostra alla chiarissima luce dei fatti, come profondamente esiziale al movimento dei lavoratori; egli è certo che le organizzazioni vengono a trovarsi ad un bivio davanti il quale devono per forza di cose decidersi: o al metodo del «caso per caso» sostituiscono quello dell’azione generale e simultanea della classe lavoratrice, oppure rinunciano interamente alla lotta delegando le loro sorti al ridicolo patrocinio della rappresentanza parlamentare, o meglio ai sentimenti di filantropia e di umanità delle classi borghesi.

A dire il vero, quantunque questa seconda possibilità presentata in questo modo sembri non essere caldeggiata nemmeno dai più destri fra i destri, tanto è buffa, tanto è madornale, tanto è in contrasto con la più elementare esperienza storica dei lavoratori; tuttavia essa risponde nella sostanza alle vere intenzioni dello stato maggiore confederale. Noi non abbiamo nessuna ragione per ritenere la risposta del signor Baldesi alla proposta del Comitato Sindacale Comunista, come una semplice manifestazione personale: ne abbiamo parecchie, invece, per ritenerla come la espressione del pensiero collettivo del Consiglio Direttivo della Confederazione. Ebbene, basta leggere gli sperticati elogi contenuti in quella risposta all’opera parlamentare che dovrebbero svolgere i rappresentanti del proletariato, particolarmente nei riguardi del problema della disoccupazione e di quello dei disoccupati, per convincersi che a non altro mirano i dirigenti confederali, se non a sostituire l’azione rivoluzionaria delle grandi masse con quella diplomatica e con l’intrigo dei pseudo rappresentanti del proletariato al parlamento.

È certo però, che se i dirigenti mirano a questo, le masse che non vivono di sofismi ma di cose tangibili e serie propendono per ben altre forme di difesa, e guardano con la più viva speranza all’azione generale di tutte indistintamente le categorie dei lavoratori.

Sciopero economico o politico?

È questa la domanda che costantemente ci rivolgono i nostri avversari. Essi, abituati al casellario, vogliono sapere se si tratterà di uno sciopero economico o di uno sciopero politico; e dopo avere avanzato entrambe le ipotesi, vengono fuori con una filza di ragionamenti intenti a dimostrare che, sia nell’un caso che nell’altro caso, al proletariato non toccherebbe che la sconfitta. Conclusione, questa, la quale serve a pennello onde valorizzare ancor più l’altro metodo: quello della maggiore utilizzazione dell’attività parlamentare!

Noi potremmo rispondere agevolmente che il voler catalogare uno sciopero generale fra gli scioperi economici o fra quelli politici, segnando fra essi una netta linea di separazione, è troppo superficiale, troppo semplicistica. Affermiamo invece semplicemente che queste domande non hanno affatto ragione di essere.

Lo sciopero generale proposto dal Comitato Sindacale Comunista ha, prima di tutto, uno scopo sindacale, e questo è già sufficiente perché esso non possa essere interpretato come pura questione di salario. Dietro al salario, dietro l’orario, ci stanno vitalissime questioni di principio le quali debbono assolutamente essere salvaguardate se non si vuole precipitare fino in fondo. Ora queste questioni di principio non possono essere difese soltanto mediante la regolazione o la sospensione pura e semplice della mano d’opera ai datori di lavoro, specialmente in momenti di fortissima depressione industriale come i presenti, ma devono essere trasportate in un altro campo; o meglio, devono provocare l’intervento di altre forze. Orbene, quali possono essere queste forze se non quelle messe in moto da un movimento così grandioso e gravido di possibilità qual è uno sciopero generale? Chi non vede che se si fallisce su questo terreno, nessun altro può offrire, allo stato attuale delle cose, una possibilità di salvezza?

Ma, incalzano gli avversari, ammenochè non si sia dei demagoghi irresponsabili si deve riconoscere che, fin che siamo in società capitalistica, o si tien conto dello stato delle industrie, o le industrie si chiudono e non si lavora affatto.

Questo è, si può dire, l’argomento principe dei nostri avversari: esso sembra metterci definitivamente con le spalle al muro; ed invece dimostra soltanto la incomprensione assoluta, da parte di essi, delle cause della crisi e dei mezzi necessari per superarla.

Essi dimostrano di credere che l’attuale crisi non è affatto una crisi di regime ma può essere superata mediante delle transizioni da parte della classe lavoratrice; essi dimostrano di credere che le industrie possono essere salvate mediante le riduzioni di salario agli operai; attribuendo, quindi, anche alla loro opera rivolta a conseguire alti salari, una parte di responsabilità dell’attuale crisi industriale; essi dimostrano, inoltre, di esser disposti a salvare ad ogni costo le industrie entro gli attuali rapporti di classe, anche se ciò dovesse significare la più grande disfatta del proletariato.

Noi neghiamo tutto questo. Noi affermiamo che l’attuale crisi non può essere risolta nell’ambito dei rapporti borghesi di produzione; noi affermiamo che non le riduzioni salariali possono salvare l’industria; ma soltanto la subordinazione dell’industria alle sole necessità della classe lavoratrice può ridare ad essa la possibilità dell’illimitato e pacifico sviluppo. Affermiamo infine che non siamo disposti a nessun sacrificio per salvare le industrie nelle mani degli sfruttatori.

Anche a questo riguardo la proposta del Comitato Sindacale Comunista inquadra ed interseca in modo preciso quelle che sono le necessità immediate della difesa degli organismi proletari con quella che dovrà essere la lotta di offesa del domani. La proposta del fronte unico proletario e quella stessa dello sciopero generale mirano appunto a stroncare da una parte la malefica influenza dei riformisti sulle organizzazioni e a distruggere le illusioni delle realizzazioni riformiste nelle grandi masse; dall’altra tendono a preparare quella base unitaria di azione senza la quale difficilmente un movimento rivoluzionario – anche presentandosi la situazione sotto tutti gli altri aspetti favorevoli – potrebbe avere la possibilità di rapido sviluppo e di vittoria.

È appunto questa possibilità di un movimento rivoluzionario che maggiormente spaventa i riformisti. Essi sanno che in tale evenienza tutte le loro influenze crollerebbero e con esse crollerebbero tutti i sogni di pacifica rinnovazione sociale e tutte le possibilità di conservazione delle forme e degli apparati democratici che loro stanno tanto a cuore.

Per impedire che ciò avvenga essi ricorrono alle solite argomentazioni della dipendenza dell’Italia dall’estero per tutto quanto ha attinenza con la sua vita economica, industriale, ecc.. Ma il proletariato sa già quale è il valore di simili argomenti; esso sa pure che senza immani sacrifici non potrà conseguire la propria liberazione..

PIT.