Il carbone sardo e le delizie del mercantilismo
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Recentemente, si è svolta all’assemblea regionale sarda una interessante discussione, nel corso della quale sono venute alla luce, secondo la stampa non staliniana, fatti certamente non nuovi nel regno del mercantilismo, ma che testimoniano della demagogia di coloro che illudono gli operai che all’aperta guerra di classe contro il potere politico capitalista, si possa sostituire una machiavellica politica di infiltrazione nel fortilizio borghese.
Illustriamo innanzitutto i fatti. L’assemblea regionale sarda (ad eccezione dei consiglieri di estrema sinistra che rifiutavano di pronunciarsi in merito) decideva di chiedere formalmente al Governo di Roma di disciplinare restrittivamente le importazioni di carbone dalla Polonia, motivando la richiesta con le difficoltà che incontra il carbone prodotto nel bacino del Sulcis a fronteggiare la concorrenza del carbone polacco. Diciamo subito, a scanso di equivoci, che i carboni polacchi sono importati mediante compensazione, cioè a scambio di merci italiane esportate in Polonia. Si conclude dunque che responsabili delle cattive condizioni aziendali delle miniere del Sulcis sono anzitutto le ditte di altri rami produttivi italiani, che fanno pressioni sugli uffici del Ministero del Commercio estero di Roma perché le loro merci siano incluse nel contingente di esportazioni in Polonia. Accetterà il Governo di limitare le importazioni di carbone dalla Polonia? Ciò si vedrà. Intanto resta dimostrato il comportamento perfettamente consono al modo di agire dei dirigenti delle aziende capitalistiche in concorrenza, dei rappresentanti del socialcomunismo.
Chi acconsente a lavorare «dentro» il capitalismo, non può altro che lasciarsi prendere nella morsa delle sue contraddizioni. Poiché la produzione del bacino carbonifero del Sulcis, secondo le leggi capitalistiche, è condizionata dalle capacità di assorbimento del mercato nazionale, il piano di ammodernamento degli impianti (di cui i deputati socialcomunisti chiedono a gran voce la realizzazione!) si potrà avere solo se, allargandosi le possibilità di smercio del carbone, sarà possibile disporre dei capitali necessari all’investimento. Ciò è possibile se si chiudono le frontiere al concorrente carbone polacco, che ha caratteristiche analoghe a quello del Sulcis. Altra via, naturalmente, c’è, ed è forse quella proposta dalla opposizione socialcomunista ostinatamente decisa, com’è naturale, a favorire le esportazioni dei paesi di «democrazia popolare». Quale? Evidentemente, il finanziamento statale. Ammettiamo che esso venga e che le miniere del Sulcis raggiungano, grazie alle modernizzazioni degli impianti, una più alta produttività, e quindi più bassi costi di produzione. Succederebbe che migliorerebbero le possibilità per il carbone nazionale di battere la concorrenza del carbone polacco. Delle due l’una: o il Governo ridurrà le importazioni di carbone polacco, o si accollerà le spese di ammodernamento degli impianti del Sulcis: in ambo i casi le importazioni di carbone polacco subiranno un fiero colpo, con conseguenti ripercussioni economiche e sociali all’interno della Polonia. Ma non è improbabile, per le suaccennate esigenze della compensazione, che la situazione del bacino del Sulcis si trascini avanti mutando di poco. Intanto, le organizzazioni sindacali della C.G.I.L. e degli inquadramenti del P.C.I. continueranno a mostrare di appoggiare scioperi ed agitazioni dei minatori. Recente lo sciopero generale indetto dalla Camera del Lavoro di Carbonia contro la Carbosarda che da 50 giorni non pagava salari e stipendi. Succede così che i minatori siano ingannati e dal Governo e dalla C.G.I.L., entrambi interessati a che venga importato carbone polacco.
Allora a che si riduce la famosa «tattica» della infiltrazione? Anche il più asino degli agit-prop è pronto a raccontare la storiella che alla strategia rivoluzionaria comunista sia possibile sostituire una politica di erosione interna dello Stato borghese, fondandosi sulla esistenza della «potente» produzione russa, destinata, si pretende, a vincere il capitalismo occidentale nella più gigantesca guerra commerciale che la storia ricordi, ad esito della quale si assisterebbe al fallimento economico e politico del capitalismo. Quasi che gli Stati capitalisti di Occidente non possedessero le stesse armi della guerra commerciale, e per di più il vantaggio iniziale di posizioni costituite, difese con tutte le linee Maginot del protezionismo (dazi, contingenti di importazioni, inconvertibilità delle valute ecc.). Quasi che due carneficine mondiali non abbiano dimostrato che alla guerra delle merci segue quella delle armi.
L’esempio del Sulcis dimostra che la tattica della «infiltrazione» avvantaggia in realtà ambo i concorrenti, danneggiando solo i salariati.