Retroscena dell’alleanza anglo-americana
Categorie: Tariffs, Trade Wars, UK, USA, USSR
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I rapporti tra Stati Uniti ed Inghilterra, dietro la facciata della amabilità diplomatica, continuano innegabilmente a tendersi. L’ex leader del capitalismo mondiale, regnante con formidabili flotte su tutti i mari, che accentrava a Londra i traffici commerciali e le transazioni finanziarie del mondo, male si adatta al ruolo di seconda potenza impostagli dalla traboccante strapotenza degli Stati Uniti. Nel suo recente viaggio in America, Churchill, il vecchio lupo sdentato dell’imperialismo britannico, in varie occasioni si è lasciato andare a pungenti botte polemiche sull’atteggiamento del governo di Washington riguardo alle pressanti richieste di appoggio rivoltegli dal Governo di Londra. La spina confitta nel cuore del capitalismo inglese è lo stato fallimentare della bilancia dei pagamenti, le tremende difficoltà che il commercio inglese incontra nella snervante fatica di Sisifo della corsa al pareggio delle importazioni e delle esportazioni. In altri tempi, i finanzieri della City risolvevano problemi del genere con l’appoggio della flotta di S. Maestà Britannica, i cui cannoni costituivano l’argomento più convincente dei commessi viaggiatori della industria inglese. Ma oggi? A stento sono riusciti a conservare a capo della flotta inglese nel Mediterraneo un ammiraglio inglese.
Recentemente, a qualche giorno dagli abboccamenti di Churchill con Eisenhower il Cancelliere dello Scacchiere (Ministro del Tesoro) Butler ha concesso al periodico statunitense U.S. News and World Report una intervista, impostata apertamente su un preciso ricatto al Governo americano. In sostanza, Butler ha posto brutalmente il dilemma ricattatorio: o gli Stati Uniti attenuano le restrizioni alle esportazioni inglesi in America, oppure debbono ingoiare il rospo dell’espansione dei nostri traffici commerciali con la Russia e le democrazie popolari. Come è noto, i paesi legati dal Patto Atlantico sottoscrissero a suo tempo all’impegno di astenersi dal vendere a Mosca e alle capitali satelliti merci di importanza «strategica». Né l’America è disposta a transigere su tale punto.
«Il nostro commercio con i Paesi al di là della cortina di ferro – dichiarò testualmente Butler – è limitato a determinate categorie di merci. Questo è stato deciso d’intesa con i nostri alleati della N.A.T.O. Ma se non potremo procurarci le merci da altre fonti, e se non potremo pagarle (una condizione importante, visto che, da altre fonti, con ogni probabilità, dovremo pagarle in dollari) potremmo fare a meno di quelle provenienti da oltre la cortina di ferro solo con serio danno per la nostra economia in generale, e per i rifornimenti alimentari che occorrono al nostro popolo… Continueremo ad osservare l’intesa che abbiamo concluso con i nostri alleati. Ma ci riserviamo, entro questo limite, di decidere che cosa più ci convenga di fare per determinate merci in qualsiasi determinato momento».
Purtroppo, quello che per Londra dovrebbe essere un ricatto, in realtà costituisce una minaccia a vuoto, un bluff. Le richieste fatte a Washington si possono catalogare in due ordini: 1) abbassamento delle tariffe doganali americane allo scopo di permettere l’afflusso di merci inglesi sul mercato nazionale americano; 2) sovvenzioni in dollari, dirette o attraverso il Fondo Monetario Internazionale. Esisterebbe una terza alternativa, e cioè l’aumento del prezzo dell’oro, che dal 1934 è rimasto invariato a 35 dollari per oncia: acconsentendo a pagare un prezzo superiore, gli Stati Uniti, che sono i maggiori acquirenti di oro del mondo, farebbero salire i ricavati in dollari dei Paesi produttori di oro del Commonwealth, in testa ai quali sta il Sud Africa. Riguardo all’abbassamento delle barriere doganali e all’aumento del prezzo dell’oro il governo di Londra non ha nulla da sperare: gli americani sono incrollabilmente fermi sulla negativa, e si capisce il perché. Però rimane possibile la concessione, tramite il Fondo Monetario Internazionale, di crediti atti a finanziare gli scambi internazionali, di cui si gioverebbero l’Inghilterra e il Commonwealth.
Ma perché le affermazioni di Butler, tendenti a far apparire la Gran Bretagna in grado di sottrarsi alle restrizioni e ai controlli americani, costituiscono un bluff? Egli minacciava di contravvenire agli obblighi assunti con gli Stati Uniti, aumentando il volume delle esportazioni britanniche oltre la cortina di ferro. Ma in pratica in che misura sarebbe possibile attuare la minaccia? Dopo di aver annunciato che il consumo civile sarà inferiore in Inghilterra del 2 o del 3 per cento rispetto al 1950, il che sarà ottenuto evidentemente riducendo ancora le importazioni, già decimate nell’anno scorso, e dopo di aver fatto notare che gli investimenti civili (cioè non interessanti l’industria di armamenti) sono stati mantenuti all’incirca al livello del 1950, Butler aggiungeva: «Nonostante tutto questo, le nostre più promettenti industrie di esportazione sono state gravemente ostacolate. Parlo delle industrie produttrici di beni strumentali, per le quali è avvenuto che, proprio quando il peso del riarmo si abbatteva in pieno su di loro, le loro possibilità di crescita sono state fortemente rallentate dalla scarsezza di materie prime per fabbricare l’acciaio. Perciò esse hanno dovuto rifiutare sostanziali ordinazioni dall’estero e dilazionare di molto la data di consegna oltremare. In tutti i mercati del mondo ci siamo trovati così in grande e continuo svantaggio ed abbiamo perso molti affari, a vantaggio dei nostri concorrenti, compresi la Germania e gli Stati Uniti».
Quale tristezza nelle parole degli ex-dominatori del mondo! E quale contrasto! Gli stessi concorrenti commerciali, gli Stati Uniti, i quali non esitano a soffiare affari ai loro cari soci ed alleati, dovrebbero offrire le loro cure gratuite alla economia britannica! Purtroppo, in regime borghese non c’è cosa che possa ottenersi senza l’impiego della forza materiale economica. La minaccia di accordarsi con la Russia, seppure possiede una carica propagandistica non indifferente e tale da innervosire il Dipartimento di Stato, in realtà viene da una pistola scarica. Infatti, le maggiori importazioni di generi di consumo dalla Russia e satelliti potrebbero essere pagate dall’Inghilterra solo con maggiori esportazioni «in loco» di beni strumentali, in genere articoli industriali. Ma è proprio la scarsità di acciaio, lamentata così accoratamente da Butler, che si oppone all’ambizioso progetto. Nessuno ha dimenticato che l’anno scorso Churchill dovette varcare l’Oceano ed andare a chiedere a Truman la concessione di un rifornimento di acciaio, che fu accordato. Altra alternativa consiste nella riduzione delle spese di riarmo, e già nello scorso dicembre il governo conservatore fece delle dichiarazioni in tale senso. Ma il decadimento del potenziale militare non si ripercuoterà dannosamente sul prestigio commerciale della perfida Albione?