Compiti e difficoltà dell’avanguardia comunista in Francia
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(Dal gruppo di Parigi)
La Francia è certo il Paese in cui si sono manifestati in seno al proletariato il maggior numero di gruppi, sottogruppi e gruppetti, senza contare gli individui, le cosiddette “personalità” che vivono, nella migliore delle ipotesi, ai margini ma più generalmente al di fuori del frastuono quasi sempre sterile di questi gruppi, sottogruppi e gruppetti. Tutti si proclamano, a sentirli, i migliori interpreti della concezione rivoluzionaria: ma che cosa ne è rimasto, di tutti questi marxisti? Nulla.
Hanno forse lasciato, almeno in un’infima minoranza di militanti marxisti francesi, gli insegnamenti atti a trasmettere alle nuove generazioni un insieme di nozioni fondamentali affinché possano lavorare al “compito della formazione” del partito di classe? Anche su questo punto la risposta è negativa.
Nel corso dell’ultimo venticinquennio, l’attività di questi gruppi e gruppetti è stata ed è negativa perché le loro posizioni non riflettono le posizioni fondamentali del programma rivoluzionario – programma che si esprime solo attraverso la fedeltà alle tradizioni di classe e sempre in vista della formazione del partito di classe. È questo che essi non hanno capito e continuano a non capire. In particolare, non hanno capito che la milizia comunista è inseparabile dalla coerenza e continuità di un certo numero di posizioni politiche definitivamente acquisite. Al contrario, quello che capiscono molto bene è il bisogno di discutere e ridiscutere fino all’esaurimento e, quando non se ne può più, quando la confusione sconvolge la mente, allora si cambia aria e… posizioni.
Così, in tutto il corso della loro esistenza, in questi gruppi, sebbene inconcludenti e incapaci di chiarire i problemi sollevati, regna un certo numero di feticci, di “dada”, che tornano periodicamente a galla. Per esempio: bisogna spiegare con chiarezza la natura dello Stato russo, dire se la sua economia funziona come quella del capitalismo o se si tratta di qualcosa di diverso ecc. Poiché – dicono – non è né capitalista né socialista, dovrà dunque essere altra cosa: burocrazia, capitalismo di Stato o addirittura Stato concentrazionista e poliziesco. Analisi scientifiche, studi economici e, soprattutto, necessità di discutere all’infinito, ecco il risultato e i compiti che i militanti dovrebbero assolvere. L’ultimo arrivato, “Socialisme ou Barbarie”, non si presenta male per attirare l’ammirazione di qualche impaziente cercatore di ricette. Sui problemi post-rivoluzionari, lo stesso criterio prevale nella mente di questi cosiddetti comunisti. A parole ammettono la necessità del potere politico, sembrano capire che, con la rivoluzione vittoriosa, la classe nemica non sarà immediatamente distrutta; ma non ammettono né vogliono ammettere che, per distruggere la società di classe e dare all’umanità la possibilità concreta di liberarsi definitivamente da ogni oppressione fisica o mentale, l’intelaiatura ideologica e organica del partito di classe è necessaria e indispensabile. È solo sotto la sua energica direzione e il suo intervento negli sviluppi della trasformazione rivoluzionaria che la classe degli sfruttati potrà realizzare i suoi fini.
Lo stesso dicasi per il problema del partito: se ne riconosce la necessità, ma se ne contesta la funzione; si vuole lo strumento, ma in vetrina. Un partito, sì, come organismo di consiglieri, di gente che dà il buon esempio, ma non come organo di coercizione, non come organismo che detta la via da seguire e, in date circostanze, la impone con la forza. A queste posizioni programmatiche confermate dall’esperienza si risponde che la degenerazione della rivoluzione russa, il trionfo dei funzionari e insomma il dominio della burocrazia hanno chiuso il periodo di validità di quelle affermazioni e che avanzarle significa riaprire la via ad uno sviluppo analogo. È sulla base di questi principi maldigeriti e malcompresi che un certo numero di energie di valore del militantismo rivoluzionario sono state, in Francia, perse e disperse: comunque è certo che hanno favorito la passività e insofferenza che sono il frutto dello scoramento.
La triste eredità dei gruppi di avanguardia nel settore francese lascia questo proletariato nel buio più completo. È vero che il buio è generale; è un fatto incontestabile, la classe avversa ha vinto su tutti i fronti. Ma è del settore francese che qui ci occupiamo: data la mancanza di continuità nei concetti fondamentali negli uni e l’indifferenza e la confusione negli altri, è facile capire l’enorme difficoltà o la quasi impossibilità in cui si trovano alcuni giovani militanti di assicurare perfino l’uscita di una modesta pubblicazione sotto forma di bollettino.
Come uscirne? Come trovare la bussola che indichi ai pochi comunisti di sinistra ora in Francia la via da seguire?
I marxisti sono internazionalisti per principio. Le lotte della classe operaia che si manifestano in un dato settore, per ragioni ben precise, l’esperienza di queste lotte e i loro riflessi determinano l’insegnamento dal quale i comunisti di sinistra hanno sempre derivato il loro atteggiamento e stabilito il loro programma internazionalista di lotta. È dunque nel quadro internazionale che deve situarsi la bussola, e in quale settore se non in Italia, dove, da 30 anni, lotta un partito proletario rivoluzionario? Esso è il solo ad esprimere, nel mondo di oggi, la continuità delle concezioni fondamentali del marxismo; è anche il solo a svolgere un’opera di chiarificazione mediante la sua spiegazione delle cause che hanno portato al trionfo della controrivoluzione. È lì il solo esempio che pochi militanti francesi possano trovare e approfondire se vogliono essere gli elementi-base del partito di classe di domani.