I trotskisti e Stalin
Categorie: Stalinism, Trotskyism, USSR
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Nessuno è più cieco di chi non vuol vedere. Ai trotzkisti di Bandiera Rossa era stata offerta l’ennesima occasione di strapparsi dagli occhi, non dico la benda, ma le cateratte, per cui la loro visione di tutto ciò che è russo risulta grottescamente deformata, e di cominciare, non dico a capire l’essenza della struttura sociale made in U.R.S.S., ma a revocare in dubbio talune delle loro insostenibili posizioni di principio. Quale occasione, infatti, migliore della pubblicazione sul moscovita «Bolshevik» dell’ormai famoso saggio di Stalin circa i «Problemi economici del socialismo nell’U.R.S.S.»? I trotzkisti hanno sempre fantasticato di una inesplicabile sovrapposizione, nel regime staliniano, di una «politica» controrivoluzionaria e conservatrice, espressa e sostenuta dalla famigerata burocrazia statale presentata come classe dominante, ad un’ipotetica produzione socialista, proletaria, rivoluzionaria. Invero, giammai hanno saputo spiegare come da una struttura produttiva socialista possa scaturire un tipo di organizzazione sociale, quale quella russa, in cui al di sopra e contro il proletariato urbano si eleva il privilegio di ceti proprietari e mercantili e, al vertice della piramide sociale, appunto la famosa burocrazia staliniana. Tuttavia continuano a predicare sul «socialismo» dell’U.R.S.S., lo «Stato operaio degenerato», la difesa dell’U.R.S.S. ecc. Imperdonabile è che continuino a farlo dopo che Stalin, mettendo da parte una volta tanto le questioni di «tattica» relative all’azione politica dei partiti comunisti operanti in Occidente, su cui ogni sbizzarrimento se non perdonabile, è possibile, si dava, nel citato saggio, a definire i caratteri dell’economia interna russa, a fare il punto sul corso storico dell’evoluzione sociale dell’U.R.S.S. Per chi sa intendere, Stalin faceva affermazioni tali da non lasciare dubbi, per i marxisti, sul carattere intrinsecamente capitalista dell’economia russa, sforzandosi naturalmente di truccarne il contenuto con frasario marxista. Pure i sapientoni di Bandiera Rossa o non hanno saputo raccapezzarcisi oppure hanno letto il «documento», alla pari degli intellettuali del P.C.I., come una enciclica papale, innanzi a cui i fedeli non possono che prosternarsi.
Veramente non tutto il saggio è stato digerito dai redattori di Bandiera Rossa. Qualche critica si sono arrischiati a farla, ma, guarda un po’, proprio alla parte trascurabile, in ogni modo secondaria, vale a dire alla sensazionale profezia di Stalin che la guerra tra gli Stati capitalisti è più probabile che una guerra tra gli Stati capitalisti e l’U.R.S.S. (supponendo che la Russia non sia anch’essa uno Stato capitalista). Tutta la stampa mondiale entrò in stato di emergenza per l’«impressionante» previsione di Stalin. L’epidemia non ha risparmiato i trotzkisti. Del vasto materiale probante dell’intero saggio, da cui avrebbero potuto trarre la documentazione originale dell’evoluzione capitalista della Russia, lor signori hanno fatto un solo boccone, trovando tutto saporito e salutare. Un solo ossicino gli è andato di traverso. Più stalinisti di Stalin, essi non possono pensare che la guerra fermentante nelle viscere della società borghese mondiale, non possa dirigersi contro l’U.R.S.S., preteso baluardo della rivoluzione antiborghese. Ma perché tanta fregola di leggere nel futuro? Non diciamo che sia indifferente, in quanto all’influenza sull’evoluzione storica del capitalismo, il diverso configurarsi del fronte e delle coalizioni in conflitto in una futura probabile guerra imperialistica. Ma ripetiamo: perché nei trotzkisti tanta sensibilità verso ciò che riguarda il futuro immediato o remoto? Semplice: perché sono impotenti a decifrare il presente, ciò che è attuale e operante in Russia ed altrove. Altrimenti avrebbero, invece di passarle sotto silenzio come ovvie, sottoposto a rigorosa critica le affermazioni di Stalin sui caratteri dell’economia russa. Noi non abbiamo dovuto attendere certamente le confessioni (che tali sono nonostante le falsificazioni di rito) fatte da Stalin sul camuffato carattere privatistico dell’appropriazione dei prodotti nel vasto campo della produzione agricola colcosiana e in quello della piccola e media industria e delle aziende commerciali, sul fondamentale carattere capitalista anche della grande industria, in quanto produttrice di merci, ad onta della proprietà statale dei prodotti e dei mezzi di produzione, sulla tesaurizzazione, sul commercio del denaro, sul salariato, ecc., non abbiamo dovuto attendere le preziose ammissioni di Stalin su tutto ciò per definire la nostra valutazione dell’economia vigente in Russia. Bastava rifarsi all’ABC del marxismo.
Ma i trotzkisti, oltre che esimii incompetenti delle dottrine economiche del marxismo, sono (quel che è peggio per loro) pessimi strateghi della lotta rivoluzionaria, e la prova ne è fornita dalle concezioni veramente esilaranti che essi hanno della lotta di classe. La loro tesi della difesa dell’U.R.S.S., la loro parola d’ordine che la Russia di Stalin va difesa, in pace e in guerra, dall’aggressione degli Stati nemici, mediante la mobilitazione delle masse operaie, urta inevitabilmente con la realtà economica della Russia. Ma nemmeno ammettendo, per ipotesi, come loro pretendono, che l’U.R.S.S. sia il «Paese del Socialismo», sì pure contaminato e soffocato dalla diabolica burocrazia, si riesce a giustificare la serie di parole d’ordine e di misure tattiche, che loro definiscono pomposamente «lotta di classe». L’U.R.S.S., loro dicono credendo di opporsi a Togliatti, si difende con la lotta di classe. Ma andando a vedere come essi intendono la versione in pratica di tale posizione, si rimane sbalorditi: è lo stesso programma, la stessa tattica di Togliatti e Di Vittorio: lotta contro il riarmo (che pretendono: uno Stato borghese che getti via le armi?) contro la negazione dei diritti (quali?) degli operai, contro l’aumento della ferma, contro il carovita, e (dulcis in fundo) contro la truffa elettorale preparata dal Governo De Gasperi. Dal che si deduce che la legge elettorale, basata sul sistema della proporzionale, è… un mezzo della lotta di classe. Hanno mai saputo i signori trotzkisti di Bandiera Rossa che, nel 1919, l’introduzione della proporzionale, voluta dal governo borghese, fu un valido strumento per rafforzare le correnti riformiste e massimaliste del proletariato italiano, scaraventando nel bordello di Montecitorio ben 150 deputati socialisti, che così erano definitivamente perduti alla lotta di classe, cioè all’insurrezione armata? E forse che la mera lotta per il miglioramento delle condizioni di vita degli operai costituisce un atto della lotta di classe quando coloro che dirigono le rivendicazioni sono impestati di democraticismo o confondono le misure del capitalismo di Stato, per la cui realizzazione chiamano gli operai a lottare ed anche a morire (come avvenne in Bolivia per la nazionalizzazione delle miniere di stagno) con i rivolgimenti sociali del socialismo?
La verità è che se i trotzkisti di Bandiera Rossa meritano il minimo punto in materia di dottrine economiche marxiste, sono meritevoli di altrettanto in quanto a strategia rivoluzionaria. Credono di essere i paladini della lotta di classe. Fanno invece una volgare politica di partito. Cioè, non lotta di classe ma gioco a scacchi di partito. Politica. Ahimè, politique d’abord!