Partito Comunista Internazionale

Feticci da abbattere perché rinascano la lotta di classe e il sindacato rosso

Categorie: Italy, Opportunism, Union Question

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La recente agitazione dei dipendenti dei trasporti urbani, che, in alcuni rari casi si è trasformata in brevi scioperi locali, doveva avere, secondo gli intendimenti delle Centrali sindacali, l’obiettivo principale della riforma dei trasporti.

La questione rientra nella politica dei Sindacati che si vuole fondare soprattutto sulla lotta per le riforme di struttura, su cui noi abbiamo già espresso il punto di vista dei comunisti rivoluzionari. Secondo la tradizionale linea di battaglia della Sinistra comunista, le riforme economiche e strutturali della presente società verranno affrontate solo dopo la presa del potere politico da parte del Partito Comunista e non prima, per l’evidente ragione che, per attuare riforme che liberino le forze produttive e le indirizzino verso la nuova società socialista, occorre lo strumento primario, cioè il potere politico. Riformare significa incidere sugli interessi precostituiti, sugli interessi delle classi borghesi tutte e specialmente sul diritto di proprietà, della proprietà privata, e per far questo occorre innanzitutto avere in mano quegli utensili precipui che si sogliono classificare nella categoria generica di «potere politico», e che si identificano in organi che impongano la nuova volontà delle classi lavoratrici; come al tornitore è indispensabile l’utensile appropriato per cambiar di forma alla greggia materia.

Il programma di riforme previsto dalle Centrali sindacali e dai partiti politici, prima da quelli opportunisti, che irreggimentano o controllano la quasi totalità della classe operaia, e poi anche da quelli classici della borghesia capitalistica – escludendo l’atto primo della conquista del potere rimane quindi un pio desiderio quanto a riforme vere e proprie, e si trasforma in programma controrivoluzionario quanto alla questione del potere politico, dello Stato; poiché esclude a priori che gli operai si battano per il possesso dello strumento e dell’utensile del potere. La rinuncia è grave, e caratterizza l’opportunismo che si differenzia appunto dal partito comunista rivoluzionario per aver posto nel migliore dei casi la rivoluzione in fondo alla lotta per le riforme, e, nel peggiore dei casi (come oggi), per aver cancellato del tutto la rivoluzione dai suoi programmi.

Il feticcio delle riforme di struttura

La cosiddetta «riforma dei trasporti», come quella più generale dell’economia, che è stata elencata sotto la rubrica «Programma di Sviluppo» o «Piano produttivo», cui il nostro giornale «Programma Comunista» ha dedicato vari scritti importanti, dà una misura precisa del carattere feticistico delle riforme, della loro irrealizzabilità,  in regime borghese, della loro funzione contraria ai reali interessi del proletariato. Le Centrali sindacali, infatti, impostano la questione come se lo Stato fosse quello della Dittatura proletaria, mentre invece è lo Stato del Capitale, e su questa falsa realtà tracciano programmi e propongono soluzioni, nelle quali l’intervento nella rete dei trasporti ai fini della sua riorganizzazione e utilizzazione investe problemi di carattere generale che vanno dallo sfoltimento dei centri urbani e dalla diversa dislocazione delle industrie e delle imprese fino alla creazione di centri di residenza nuovi, da ricavarsi ovviamente dalle attuali zone suburbane e rurali, e allo spostamento di masse umane fuori dalle attuali congestionate città, con l’obbligo implicito di risolvere, seppure inizialmente in via programmatica e tendenziale, la secolare questione della separazione di città e campagna.

In una parola, quella che sembra essere la semplice e, il più delle volte, semplicistica questione della riforma dei trasporti, si risolverebbe nella riforma di tutto quanto l’apparato economico e produttivo, che non può essere, per forza di cose, previsto nel solito «piano quinquennale», ma in uno a largo respiro, di carattere non immediato, non locale, ma generale. Salta agli occhi che non solo il «piano» vero, quello generale, ma anche quello fasullo, di tipo «democratico», per avviarsi a realizzazione cozzerà contro una massa di interessi cristallizzati, borghesi, piccolo borghesi, contadini, ecc. che non si lasceranno «riformare» né da decreti-legge, né da appelli al buon senso, né tanto meno da campagne di «pacifica coesistenza». Verso questi interessi si dovrà agire con vigore pari all’importanza dell’obiettivo atteso, con violenza e a volte con terrore pari alla capacità di resistenza delle classi e degli strati sociali i cui interessi vengono ad urtare con gli interessi generali della società: e con tale vigore potrà agire solo la dittatura proletaria.

Come è possibile, infatti, tutto questo, quando il potere non è detenuto dalla classe operaia; quando la polizia, le carceri, l’esercito, le armi – questo è il potere! – sono manovrati dalle classi borghesi?
Chi oserà capovolgere gli interessi del capitale finanziario, industriale, commerciale, che si intrecciano e si saldano con gli stessi interessi fuori d’Italia, gli interessi dei proprietari fondiari italiani e stranieri? E con quali strumenti? Come è possibile concepire un radicale cambiamento dei rapporti sociali ed economici, senza il rovesciamento degli attuali rapporti politici?

I sindacati, perciò, fingendo di ignorare i reali termini della questione e sfuggendo a bella posta alla vera e reale questione del potere, della conquista violenta del potere, ingannano le masse proletarie delle città e delle campagne, ed ingannano pure quella stratificazione sociale di lavoratori indipendenti e contadini poveri, che è portata al feticismo delle riforme senza impiego della violenza. Essi confermano di perseguire una politica controrivoluzionaria, di volere le riforme senza la distruzione dello Stato capitalista, di volere il «socialismo» senza la rivoluzione violenta, di voler cambiare le cose senza che la classe dei salariati s’impossessi degli strumenti di dominio.

L’opportunismo politico

L’opportunismo politico, che monopolizza la classe operaia, dimostra in siffatto modo di nutrire una profonda sfiducia nel proletariato, di non credere all’avvento del socialismo, di non volere che la classe operaia conquisti le condizioni necessarie per liberarsi dell’attuale stato di soggezione al padronato capitalista. Le bonzerie sindacali che dirigono le organizzazioni economiche operaie, perseguendo l’attuale politica forzaiola di riformismo utopistico, si abilitano in realtà a soffocare ogni fermento di ripresa rivoluzionaria nella classe e nelle associazioni proletarie; si dispongono insomma a divenire servi dello Stato capitalista.

Il feticcio dei contratti nazionali

Dopo quasi due anni di stasi di lotte sindacali sul piano nazionale, stasi che ha permesso alle aziende capitaliste di superare, se non sul piano strettamente economico, ma indubitabilmente sul terreno minato dei rapporti di classe, la crisi iniziatasi negli ultimi mesi del 1963 e che ancora non dà segni di sicuro regresso, le Centrali sindacali si accingono a effettuare un programma di agitazioni e scioperi, imperniato sul rinnovo dei contratti nazionali di categoria. I quartier generali dei bonzi stanno strombazzando propositi di generali lotte, lanciano alti gridi di battaglia che, ovviamente, fanno sorridere padroni e Stato; sebbene tutti, sindacalisti e governanti borghesi, partiti opportunisti e capitalisti, stiano all’erta per controllare che le agitazioni e gli scioperi non debordino dai limiti della legalità e siano contenuti nel solco del rispetto della proprietà e delle regole democratiche.

Per quanto riguarda la fedeltà dei partiti operai traditori e delle dirigenze sindacali agli interessi dello Stato capitalista, il capitalismo può dormire tra due guanciali. Da ogni lato, oltre al martellante slogan che le lotte devono puntare alle famigerate riforme di struttura, si stanno stampando chilometri di carta per inculcare nei crani proletari l’importanza insostituibile del celebrato «Contratto collettivo nazionale di lavoro», in virtù del quale, una volta sancita una regola, un miglioramento salariale o normativo, tutto scorre per il meglio, tutto è risolto; o, nel peggiore dei casi, si dovrà lottare per un altro rinnovo, un altro cambiamento, e così all’infinito, dando ad intendere ai poveri e tormentati proletari che questo esercizio della democrazia è il vero contenuto delle lotte sindacali, è l’essenza del sindacalismo «moderno» che lo contraddistinguerebbe dal sindacalismo all’antica, «velleitario e protestatario», come i bonzi sono soliti definire il movimento sindacale, glorioso e spesso eroico, di proletari non solo combattenti sul terreno della legalità, in difesa del pezzo di pane, ma disposti a lottare contro le milizie statali, democratiche o fasciste che siano.

Ricordiamo ancora, a riprova del feticismo contrattuale, il contratto dei metallurgici firmato solennemente nel febbraio del 1963 e sbandierato dalle Centrali sindacali come una vittoria dell’«unità sindacale» e della politica democratica dei sindacati. Questo contratto non solo non fu realmente applicato al momento della sua entrata in vigore, ma addirittura fu applicato dalle grandi aziende solo dopo molti mesi (e non da tutte), e le aziende dello Stato o controllate dallo Stato in molti casi ancor oggi non l’hanno varato; per non considerare poi le piccole aziende, dove il contratto di lavoro sembra essere una questione privata fra datore di lavoro e operaio singolo, e dove la sua applicazione è pressoché inesistente.

Da quando, infine, la crisi economica ha attanagliato l’economia italiana, questo contratto, come quasi tutti i contratti nazionali di categoria, ha subito un regime di inosservanza soprattutto nella parte salariale o in quella normativa interessante direttamente il livello remunerativo, come nel campo tessile, edile, ecc. dove i livelli salariali sono stati corretti e abbassati, le qualifiche riviste e degradate in barba a tutti i pezzi di carta da bollo di questo mondo, ma in forza di un accresciuto esercito di riserva di disoccupati sul quale il padronato capitalista faceva e fa tuttora leva per comprimere le condizioni di lavoro degli operai, o per rigettare proposte di miglioramento avanzate dalle categorie più forti.

Il contratto nazionale di lavoro è importante, in regime capitalista, come tutti i contratti mercantili tra venditori ed acquirenti di merci; ma il suo rispetto e quindi la sua validità sono subordinati al reale rapporto di forza che intercorre tra aziende capitaliste e operai, salariati, lavoratori.

È certo che, in periodo di crisi come l’attuale, il padronato difende il suo privilegio con le unghie e i denti e che, quale che fosse la reazione operaia, avrebbe comunque proceduto a non rispettare i patti e a comprimere i salari. Ma è altresì indubbio che la classe operaia, se fosse stata condotta ad opporsi alla reazione padronale compatta, e con azioni massicce e generali tali da incutere il necessario timore agli avversari; se fosse stata educata a considerare le conquiste parziali, codificate dal contratto, non come eterne e non come ultimo fine della lotta; allora le classi borghesi avrebbero trovato il pane per i loro denti; allora i proletari, liberatisi dal feticcio contrattuale, dall’idolo del «diritto sancito dai patti scritti», avrebbero impugnato per il rispetto del contratto ben altre armi che quelle del ricorso al tribunale.
Ci siamo limitati a dare due soli esempi di feticismo, e a poco servirebbe allungare l’elenco, perché il vero feticcio, il feticcio per eccellenza, è tutta la società fondata sullo sfruttamento del lavoro salariato, con le sue varie forme di democrazia o di fascismo, in una con le sottospecie di regimi di terzo o quart’ordine come centro-sinistra, centro-destra, e chi più ne ha più ne metta.

Abbiamo voluto, però, limitarci a questi due esempi, perché è attraverso i due falsi obiettivi delle riforme e dei contratti scritti che la conservazione capitalistica ottiene il mantenimento dei privilegi delle classi proprietarie e di quelle più spregevoli della piccola e media borghesia, tra cui vanno classificati tutti quegli strati di classi medie, reazionarie e controrivoluzionarie al tempo stesso, i cui elementi pullulano nei ranghi dei partiti falsamente operai, e che ispirano le direzioni dei grandi sindacati.

L’obiettivo immediato che le prossime lotte economiche imporranno agli operai sarà quello di passare oltre il carattere feticistico della politica sindacale, e di spazzar via dai sindacati i traditori e gli agenti del capitalismo.