Moti coloniali e rivoluzione proletaria
Categorie: Bolivia, Colonial Question, National Question, Stalinism, Trotskyism
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Torniamo sulla pseudo-rivoluzione effettuata in Bolivia dal partito “Nazionalista Rivoluzionario”, avvenimento due volte interessante perché permette di dimostrare la buaggine politica di stalinisti e trotzkisti insieme, e perché offre l’occasione di ribadire il nostro punto di vista sui movimenti nazionali dei paesi coloniali, o semplicemente arretrati, quale appunto la Bolivia. Già abbiamo presentato in note precedenti la caratterizzazione che del rivolgimento politico di La Paz hanno fatto la stampa staliniana e quella apparentemente avversaria dei trotzkisti. Secondo l’unanime sentenza dei feroci nemici, la guerra civile scatenata dal Movimento Nazionalista Rivoluzionario e la misura legale più vistosa attuata da questo, una volta al potere, e cioè la statizzazione delle miniere di stagno, erano rispettivamente un mezzo e un obiettivo rivoluzionario.
Fu facile ribattere a suo tempo che la lotta armata, l’impiego della violenza extra-legale, il sovvertimento pretoriano della macchina governativa, non implicano necessariamente, anche se tra gli assalitori armati figurano elementi proletari, un contenuto rivoluzionario dell’azione. Nell’odierna fase di imperialismo, in cui il ricorso alla guerra civile e la sostituzione a mezzo della violenza militare dei governi, costituisce ormai fatto di ordinaria amministrazione, non basta vedere le armi nelle mani del miliziano proletario per concludere che questi si è messo sulla via della rivoluzione. Occorre guardare agli obiettivi della sua lotta, per poter trarre un giudizio su di essa. Dicemmo, all’indomani della presa del potere da parte di Paz Estensoro mediante una sanguinosa lotta nelle vie di La Paz, costata molte vite di operai, che gli obiettivi del regime vittorioso non uscivano di un millimetro dal quadro dei rapporti borghesi. La nazionalizzazione delle miniere di stagno, sbandierata demagogicamente dal regime nazionalista rivoluzionario come un colpo vibrato al capitalismo imperialista, non era fatto nuovo, non diciamo nel mondo borghese, ma nell’America. Già nel 1938, il governo del Messico nazionalizzava le compagnie petrolifere straniere. Nulla mutò per ciò in senso anticapitalista. La sostituzione della proprietà statale a quella privata (espressa nella titolarità personale o in quella anonima ed impersonale delle società per azioni) non è affatto, come pretende tutta una fauna saprofita di criticonzoli, un “salto” qualitativo dalla caratteristica dell’economia capitalistica ad un problematico tipo “nuovo” di economia, che gli stessi inventori non sanno in quale campo collocare, o addirittura identificano con il socialismo. Le misure di nazionalizzazione esprimono solo un cambiamento quantitativo inevitabile nell’insopprimibile processo di concentrazione dei mezzi di produzione, che accompagna il capitalismo dalla nascita alla morte.
Cento passi di Marx stanno lì a dimostrare che il capitalismo si origina dialetticamente concentrando i mezzi di produzione e la forza di lavoro, che l’economia precapitalista fondata sul mestiere e sulla produzione patriarcale mantiene dispersi. Perché dunque gridare al miracolo se misure radicali di Stato intese a favorire lo sganciamento della produzione sociale dagli antiquati modi e rapporti, sono adottate proprio da Governi di paesi arretrati? Per sviluppare appieno il capitalismo in Bolivia, come in Cina o in Egitto, non possono servire che radicali misure statali volte ad avviare la produzione dal parcellamento alla concentrazione capitalistica dei mezzi di produzione, così come abbisognò alle prime forme di governi borghesi della storia, cioè i Comuni e le repubbliche marinare medioevali, intervenire “dispoticamente” nell’economia, recidendo il cordone ombelicale che saldava il nuovo tipo di produzione al circostante nemico mondo feudale.
L’altro argomento, concordemente usato da stalinisti e trotzkisti nel valutare il carattere del regime di Paz Estensoro, fu, e resta, la tesi che la sottrazione del diritto di gestione delle miniere alle banche statunitensi faceva progredire la lotta “democratica” contro l’imperialismo. Al solito, si tirava in ballo quanto Lenin scrisse sulla questione dell’atteggiamento dei comunisti di fronte ai movimenti anti-imperialistici dei paesi coloniali o semplicemente assoggettati al grande capitale internazionale. La questione fu trattata a fondo nell’articolo “Oriente” apparso in Prometeo (anno 1951, n. 2). Le rivolte “nazional-popolari” nelle colonie contro i centri metropolitani imperialisti costituiscono un fatto indifferente per il movimento proletario di classe? Al capzioso quesito che gli opportunisti son soliti muovere, si rispondeva ristabilendo la giusta posizione sostenuta da Lenin nella Terza Internazionale. Fatto indifferente assolutamente non sono oggi, 1953, come non lo erano ieri, 1920. Gli opposti effetti delle rivolte coloniali contro le Potenze imperialistiche non possono assolutamente giudicarsi indifferenti – come vedremo – ai fini della stabilità mondiale della conservazione capitalistica. Ma l’atteggiamento dei comunisti di fronte ai movimenti rivoluzionari nazionalisti delle colonie e dei paesi semi-coloniali non si può definire indipendentemente dalle condizioni generali del movimento internazionale rivoluzionario del proletariato e dalle condizioni dell’equilibrio mondiale dell’apparato di potere capitalistico.
I marxisti degni di questo nome si rifiutano di accettare che i paesi coloniali ed arretrati debbano passare, per arrivare al socialismo, attraverso le infamie della rivoluzione borghese. Apertamente sostengono la possibilità e la necessità del “salto” dal precapitalismo al socialismo nei paesi coloniali d’Africa, Asia, Oceania, come nei paesi semi-coloniali e arretrati dell’America del Sud. Identica strategia si proponevano Marx ed Engels per la Germania del 1848; Lenin e i bolscevichi per la Russia 1917. Condizione indispensabile del salto, ieri per Germania e Russia, oggi per i paesi coloniali e arretrati, è la dittatura del proletariato trionfante nei grandi paesi di super-industrializzato capitalismo: ieri l’Inghilterra, oggi la zona geografico-sociale che abbraccia tutta l’Europa, compresa la Russia, e il Nord-America. Solo alla condizione di tenere in pugno il potenziale industriale immenso di tale spazio, la Rivoluzione proletaria potrà far avanzare l’economia e i rapporti sociali dei paesi coloniali ed arretrati, “saltando” la fase capitalista. Da tale gigantesco piano strategico discende coerentemente il criterio da seguire nell’atteggiamento politico di fronte ai moti nazionalisti nelle colonie. Se il movimento rivoluzionario internazionale è lanciato nella suprema lotta contro i centri mondiali dell’imperialismo per la conquista del potere in Europa e in America, e la guerra di classe contro le metropoli capitalistiche è in atto, come lo era nel 1917-1920, si comprende che la lotta nelle retrovie imperialistiche, vale a dire le insurrezioni nazional-popolari nelle colonie, si inserisce nella strategia rivoluzionaria del partito mondiale del proletariato in quanto contribuisce a disgregare le difese dell’imperialismo, ad allargare le guerre delle classi. La rivoluzione proletaria trionfante lavorerà, una volta atterrata la fortezza capitalista, a liquidare senza scosse i residui nazionalismi piccolo-borghesi. E come? La risposta per un marxista non può essere che una: mediante l’inquadramento dei paesi coloniali, alfine liberi da secolari oppressioni, nel “piano di economia proletaria mondiale”.
Viceversa, l’appoggio dato ai movimenti nazionalistici nelle colonie (vedi la politica di stalinisti e trotzkisti in Indocina, Malesia, ecc.) e nei paesi arretrati (Egitto, Bolivia, ecc.) si tramuta in mero compito borghese, nelle attuali condizioni del movimento rivoluzionario ridotto a pura potenzialità, e ferma restando l’onnipotenza dei mostri statali imperialisti imperanti indisturbatamente sul mondo intero. Infatti, l’eventuale successo dei movimenti nazionalisti perseguenti l’indipendenza nazionale sulla base dello sviluppo dell’industria nazionale, non può considerarsi come un effetto disgregatore dell’equilibrio imperialista, essendo questo garantito dalla assenza della lotta di classe nelle metropoli e dalla corruzione opportunista delle masse proletarie, seppure aggrava i motivi della crisi permanente del capitalismo e affretta lo scoppio delle rivalità egemoniche.
L’eventuale successo dei moti nazionalisti non avrebbe altro effetto che l’instaurazione di una comune repubblica borghese, lanciata irresistibilmente sulla via dell’industrializzazione e quindi dello sfruttamento del salariato. In tali condizioni l’appoggio dato dai marxisti alle rivoluzioni nelle colonie si tramuterebbe in collaborazione col capitalismo, in strumento ausiliare della soluzione in senso conservatore delle gravi crisi che tormentano l’imperialismo nella periferia coloniale del suo schieramento.
Altro giudizio dell’operato dello stalinismo e del trotzkismo di fronte alla “rivoluzione” (la 179esima nella storia della Bolivia) del partito semi-fascista di Paz Estensoro: appoggiando e esaltando tale avvenimento non hanno fatto altro che appoggiare ed esaltare il nazionalismo borghese, l’impulso della giovane borghesia boliviana ad imitare, sul piano economico e sociale, i “nemici” di Wall Street. Il colpo di mano tentato dalla destra apertamente fascista del partito nazionalista rivoluzionario, la Falange Socialista Boliviana, ridottosi del resto a puro gesto di dilettanti, mancava di fondamento; gli obiettivi borghesi della “rivoluzione” erano raggiunti in pieno dal governo di Paz Estensoro, non per nulla ex ministro delle Finanze nel gabinetto filonazista di Gualberto Villarroel, impiccato ad un lampione nella rivolta del 1946.
Ma quanto fin qui detto non significa che il successo delle rivolte indipendentistiche nelle colonie e nei paesi arretrati costituisca un fatto indifferente per lo svolgimento delle contraddizioni imperialistiche. Una cosa è rifiutarsi di affittare il partito proletario a rivolgimenti borghesi, altra è negare l’influenza obiettiva che l’eventuale successo della scissione statale dei paesi coloniali dalle compagini imperiali plurinazionali esercita sul processo di maturazione delle premesse del crollo finale del capitalismo. La fusione dei popoli, senza di che il socialismo è inconcepibile, non si otterrà con mere misure costituzionali (federazione, confederazione, ecc.), ma mediante l’assorbimento e la spersonalizzazione delle economie nazionali nel piano economico mondiale proletario. A ciò si opporranno i pregiudizi nazionali piccolo borghesi, che traggono alimento dall’ambiente sociale determinato dalla produzione agricola minuta, dall’arretratezza, dalla dispersione del proletariato. Di conseguenza, se i paesi coloniali ed arretrati riescono, approfittando delle contraddizioni imperialistiche, a scindersi dagli inquadramenti statali metropolitani, rivolgimenti siffatti, in quanto mirano a concentrare alla maniera capitalistica i mezzi di produzione, a creare una industria nazionale che liquidi i residui feudali e patriarcali, debbono necessariamente concentrare in masse considerevoli il proletariato indigeno, creando nuove reclute per la futura rivoluzione. D’altra parte, l’esperienza del governo nazionale indipendente varrà a guarire le masse sfruttate dall’infatuazione nazionalistica inculcata dalla nascente borghesia indigena, che presto o tardi dovrà mostrare il suo volto di sfruttatrice ed apparire non meno oppressiva dei dominatori bianchi. Ciò è senza importanza per il marxista che spia lo accumularsi delle nuvole temporalesche nel sistema capitalista?
Venga pure la rivoluzione nazionale in Tunisia, Algeria, Marocco, Indocina, Malesia, venga pure l’acceleramento dei tempi dello sviluppo integrale del capitalismo in Cina, India, Bolivia, Brasile, ecc. se non è possibile operare oggi il “salto” rivoluzionario (di quei paesi) dal precapitalismo al socialismo. Significa che applaudiamo a Mao-tse-tung o al Pandit Nehru o a Paz Estensoro? Che i fessi lo dicano significa che nulla hanno capito della dialettica marxista di cui si atteggiano comicamente a depositari. Forse che Marx, quando nel famoso passo della talpa si felicitava della progressiva centralizzazione della macchina statale della borghesia, in cui vedeva la premessa dell’assalto frontale rivoluzionario del proletariato, professava con ciò una ammirazione e un appoggio politico al totalitarismo borghese in evoluzione? Eh no!
La scissione di Stati nazionali dalle vecchie compagini imperiali a supremazia bianca, l’instaurazione di un potere esecutivo indigeno fondato sulla borghesia, chiarifica i rapporti tra le classi, disdice crudamente l’alleanza insurrezionale delle classi contro l’oppressore bianco, oppone lo Stato nazionale al proletariato. Ogni misura atta a rafforzare il potere acutizza le contraddizioni sociali, concentra contro di esso gli sfruttati e gli oppressi, conquista all’idea della necessità della rivoluzione mondiale larghe masse. Come Marx non parteggiava per il Terzo impero e Napoleone III, pur gioiendo del continuo accentramento del potere governativo della borghesia francese, che così smascherava il monopolio politico capitalista e con ciò spingeva il proletariato a prendere coscienza; così noi non parteggiamo, né attivamente né passivamente, per le forze politiche che montano nelle colonie e nei paesi arretrati la mostruosa macchina statale borghese.