Partito Comunista Internazionale

La crisi dello stalinismo sarà crisi di tutto lo schieramento politico borghese

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Non da ieri abbiamo formulato la previsione che il P.C.I. avrebbe lasciato lungo il cammino, man mano che si sarebbe spento l’eco delle vittorie militari degli eserciti russi e l’influenza americana in Italia avrebbe dato prova di sé, le schiere pecoresche dei piccoli e grossi borghesi che negli anni della cosiddetta Liberazione credettero o temettero di essere diventati sudditi di Giuseppe Stalin. Paura, spirito di carrierismo, bisogno intellettualesco di fare «esperienze nuove», spinsero ondate di gente appartenente ai cosiddetti ceti medi, non solo, ma addirittura esponenti chiarissimi della grande industria, per non dire rappresentanti del personale di governo della democrazia pre-fascista, cresciuti ed emersi politicamente nella repressione del movimento operaio, a prendere la tessera del partitone. Da quando fu chiaro, ahimè, che i marescialli moscoviti non potevano oltrepassare la famosa cortina di ferro, anzi si assistette al capovolgimento della politica americana che dall’alleanza attiva con la Russia passava alla cosiddetta guerra fredda, tuttora in corso, da allora gli improvvisati marxisti, gli innamorati dell’U.R.S.S. cominciarono a rifare i propri conti, a sfogliare la margherita: rimango, me ne vado… La bomba della rottura di Tito con il Cominform doveva rafforzare le tendenze al viaggio di ritorno. Cominciarono Cucchi e Magnani con relativo codazzo. Ma lo scoppio della guerra di Corea riportò la fifa nelle vene dei borghesucci. Oggi l’esodo riprende. Ciò succede soprattutto perché alle affinate narici dell’intelligenza togliattiana giunge odore di disfatta elettorale…

Qualche mese fa andò via nientemeno che un onorevole, il deputato catanzarese Silipo. Motivazione: crisi di coscienza. Una evidente scusa, giacché tutti sanno che il P.C.I. non esige dai suoi iscritti la propaganda e la pratica dell’ateismo, come è dovere di ogni marxista, ma tollera liberalescamente tutte le confessioni religiose, dall’animismo dei selvaggi al cattolicesimo e alla ortodossia greca. L’Unità pubblica più fotografie del papa russo che non il Popolo immagini di Pio XII. Con scuse del genere, altra gente benpensante abbandona il P.C.I., veleggiando verso le più ubertose terre dello schieramento filo-americano, che «ha l’avvenire davanti a sé». Lo stillicidio di dimissioni, di restituzioni più o meno teatrali di tessere del P.C.I. (nonostante la picassiana colomba) è ormai una malattia cronica del partitone. A volte sono piccoli funzionari di federazione, a volte sindaci o assessori, a volte addirittura gruppi di operai sedotti, come avvenuto recentemente in quel di Catanzaro, dalla truffa democristiana della riforma agraria. Fatti del genere inducono giornali, come il Mattino d’Italia, a ritenere che il P.C.I. sia preda della crisi. Falsa interpretazione.

Quello che gli avversari filo-americani del P.C.I. non riescono a capire è che la crisi, quella reale, del P.C.I. non potrà essere che crisi di tutto lo schieramento borghese italiano. Quale la funzione del P.C.I.? I reazionari miopi o interessati a sembrarlo pretendano pure che il partito di Togliatti rappresenti, affiancato da quello di Nenni, l’organizzazione della classe operaia e l’agente della rivoluzione anticapitalistica in Italia. Noi sappiamo invece, e lo dimostriamo quotidianamente, che l’unica forza organizzata che garantisca dell’acquiescenza supina delle masse alle ideologie democratiche interclassiste controrivoluzionarie, e che in quanto tale contribuisca con le forze materiali dello Stato a conservare gli ordinamenti capitalistici, quest’unica forza organizzata è il P.C.I.

Finché l’organico del P.C.I. perderà parte della zavorra piccolo borghese, tenendo però ben stretta nelle grinfie la massa proletaria, o corrompendola al punto da buttarla in braccio ai preti, non si potrà parlare di crisi del P.C.I., ma semmai di diminuzione della sua influenza parlamentare e politica, che, perdurando l’attuale equilibrio internazionale, è fatto scontato. La marmaglia piccolo borghese non capisce altro linguaggio che quello del bastone, non sente altro odore che quello dei biglietti di banca. La crisi vera del P.C.I., il fallimento dell’opportunismo espresso dalla conservazione borghese, non sarà fatto documentabile con elenchi di lettere di dimissioni, di sconfessioni, di apostasie, in cui si estrinseca il ruffianesco spirito di adulazione e di opportunismo dei borghesucci. Nemmeno sarà dato da un eventuale moltiplicarsi di casi di diserzione di elementi operai, emigranti in organizzazioni politiche e sindacali non meno controrivoluzionarie di quelle controllate dal P.C.I. La crisi vera, che sarà anche crisi del capitalismo in Italia e nel mondo, avverrà allorquando le masse ora soggette alle influenze nefaste dello stalinismo internazionale abbandoneranno i loro capi maledicendoli, ma non per passare nel campo non meno infetto della socialdemocrazia del dollaro o della sterlina. Essa sarà un fatto reale quando le masse passeranno ad ingrossare le file dell’avanguardia rivoluzionaria, perché allora si verificheranno le due condizioni che Lenin poneva a che si considerasse rivoluzionaria una determinata fase storica: che gli «strati superiori» della società non possano vivere alla vecchia maniera, che gli «strati inferiori» non vogliano vivere alla vecchia maniera.

Oggi, tutto può essere fonte di incertezze, tranne il giudizio documentato che, restino nel P.C.I. o disertino per passare nel campo della socialdemocrazia dai vari colori le masse operaie, «gli strati inferiori» mostrano così di voler «vivere alla vecchia maniera», cioè, alla maniera imposta dall’opportunismo. Non potranno volerlo sempre, di ciò siamo altrettanto sicuri, ma il cammino sarà lungo e penoso.