A quando il processo al regime?
Categorie: Antifascism, France, Nazism, Opportunism, World War II
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La stampa di tutto il mondo ha fornito, con spietata precisione, i particolari della feroce azione di rappresaglia eseguita nel villaggio francese di Oradour da un reparto di S.S. naziste. Per vendicare la morte di un ufficiale tedesco, ucciso dai partigiani in altra località (e pare che il fatto non trovi neppure soddisfacente conferma) le S.S. della Divisione «Das Reich», condannavano a morte e sterminavano tutti gli abitanti del villaggio: 642 persone, tra cui 246 bambini. Pochi gli scampati al massacro. Costoro hanno ricostruito in tribunale le scene della tremenda esecuzione collettiva. Particolarmente raccapricciante la sorte toccata ai bambini: tirati a forza dalla scuola, ammassati nella chiesa, e qui abbattuti a raffiche di mitraglia, e bruciati ancora agonizzanti con piastrine incendiarie al fosforo. Ecco il racconto dell’agricoltore Jean Courivand, cui i nazisti uccisero l’unico figlio:
«Quando mi hanno permesso di andare a cercare il cadavere di mio figlio, sono entrato nel paese ed ho visto soltanto rovine attorno a me. A destra e a sinistra montagne di cadaveri, ma erano tutti uomini. Mi hanno detto che avrei potuto trovare i bambini in chiesa o lì vicino. Nella chiesa vi erano resti umani confusi tra avanzi di arredi sacri bruciati, cadaveri di donne e bambini irriconoscibili e sovente mutilati in modo orrendo. Pezzi di carne umana, membra staccate di piccole creature carbonizzate. Mio figlio era una di quelle cose senza forma, ma io l’ho trovato, anche se non avesse più nulla di riconoscibile, ridotto a poco più di un tizzone. Signore Iddio, ho potuto almeno dargli sepoltura».
La stampa di tutti i paesi ha commentato la strage, stigmatizzando con le solite espressioni roventi, facilmente trovabili in qualsiasi vocabolario, il feroce operato delle S.S. naziste. Ma se si passa dalle parole ai fatti? I bombardamenti a tappeto, voluti specialmente dagli inglesi, e da essi eseguiti col preponderante contributo americano, non perpetrarono, seppellendo sotto le macerie intere città, orrori meno agghiaccianti, non fecero meno vittime fra le donne e i bambini delle popolazioni di Germania, Italia, Francia, Belgio, ecc. La distruzione atomica di Hiroshima e Nagasaki doveva pareggiare e persino superare, le azioni di rappresaglia e di terrorismo scatenate dai militaristi tedeschi e giapponesi. Alla «coventrìzzazione» delle città inglesi, operata dalla famigerata «Luftwaffe» si rispose con il martellamento di Berlino, Amburgo, Brema, Dresda, ecc. E se gli Alleati non usarono i forni crematori e le camere a gas degli antropofagi nazisti, bene ne emularono l’idealistico disprezzo della vita umana, seppellendo e bruciando vivi con bombe incendiarie migliaia di persone, per nulla responsabili della guerra. Anche oggi del resto continuano tranquillamente a farlo: in Malesia e nel Kenia gli imperialisti britannici massacrano e impiccano, mettono sotto chiave interi villaggi; in Indocina, idem; in Corea storpiano orrendamente ed uccidono con le bombe al napalm. Gli stessi metodi, gli stessi sistemi in Tunisia, in Marocco, nelle Filippine. Ricominceranno nei paesi «civili»? Nessun dubbio che, se dovesse scoppiare la terza guerra mondiale, assisteremmo alle nuove edizioni peggiorate di Varsavia, Lidice, Kharkov, Marzabotto, Oradour. Al di qua, come al di là del fronte.
La rappresaglia di massa, l’uccisione degli ostaggi, la punizione collettiva prescindente deliberatamente dal principio giuridico della discriminazione di «colpevoli» e «innocenti», al cui rispetto l’illusione democratica pretende di forzare lo stato nell’esercizio della repressione, è inseparabile dalla pratica di governo dei regimi di classe. Ciò che i democratici, i pacifisti, gli umanitari di tutte le tinte politiche non capiscono, è la funzione della repressione statale, operata con le forze di polizia o militari poco importa, e la natura dell’obiettivo che l’impiego della violenza materiale politica si prefigge. Che non consiste nell’attuazione di astratti principii giuridici o nella ricerca, spesse volte impossibile, di colpevolezze individuali, ma, al contrario, nell’affermare, con i mezzi del terrore e della distruzione fisica delle persone, la potenza dello Stato e le sue capacità di repressione. Le uccisioni e le sevizie servono, in definitiva, più che a vendicare l’offesa recata all’ordine costituito e alle forze dello Stato, ad annegare nel sangue dei morti gli impulsi di ribellione dei vivi. Se poi sono persone che nulla o poco possono considerarsi implicate in azioni antistatali, come i bambini di Oradour o di Marzabotto, i calcoli terroristici dei massacratori ne risultano avvantaggiati, in quanto lo strazio dell’innocente serve ad accrescere nella mente degli oppressi il senso agghiacciante della mostruosa spietatezza della macchina statale, lanciata nella repressione. Non con metodi diversi si mantengono le dominazioni di classe. Per tutti, a cominciare dalle persecuzioni degli imperatori romani ai danni dei cristiani fino ai massacri degli aristocratici antigiacobini e ai forni crematori di Hitler, vale la giustificazione che Innocenzo III e Simone di Montfort davano dei massacri indiscriminati delle popolazioni delle città eretiche, conquistate dai crociati cattolici: «Uccideteli tutti; Dio saprà riconoscere i suoi».
Di fronte alle cruente manifestazioni del carattere di classe dello Stato capitalista solo chi si è pasciuto di pregiudizi democratici può rimanere esterrefatto e confuso, e cadere nelle trappole del pacifismo umanitario, che in definitiva lavora a conservare il potere capitalista. Non si tratta di inorridire e di invocare utopisticamente garanzie costituzionali contro il ripetersi delle violenze. Si tratta di capire, soprattutto di capire che gli atti di spietata repressione dei poteri borghesi appalesano chiaramente il carattere di brigantaggio terroristico che Marx e Lenin avevano scoperto, nonostante le mascherature democratiche e pacifiche, alla dominazione borghese. Tali fatti portano inconfutabili conferme alla tesi della dittatura del proletariato. Solo il potere ferreo della classe operaia potrà cancellare le infamie della dominazione di classe, sopprimendo, se necessario, gli oppressori. Il pericolo maggiore insito nella disfattistica predicazione della non violenza, del gandhismo democratico, sta appunto nel negare anarchicamente la rivendicazione della dittatura del proletariato in omaggio alla stupida opposizione alla violenza in quanto tale.
La dittatura del proletariato, in quanto sarà la dittatura della maggioranza della popolazione del mondo ai danni di un pugno di sfruttatori, non avrà bisogno, anche adoperando la repressione e l’eliminazione fisica dei propri nemici, di celebrare le orge di sangue dei massacratori assoldati dal capitalismo. In fondo, chi nega la tesi della dittatura del proletariato, lavora a difendere dalla giusta pena proprio questo pugno di banditori della carneficina annidati nei ministeri e negli Stati Maggiori. Capire, per non essere costretti a perpetuamente inorridire. Solo così sarà possibile vendicare le vittime delle mille Oradour che il capitalismo ha sacrificato, e altre si prepara a sacrificare, per mantenere in efficienza la macchina oppressiva del suo Stato.