Partito Comunista Internazionale

Imperialismo e materie prime

Categorie: Bolivia, China, Imperialism, Indonesia, Iran, Iraq, Kuwait, Malaysia, Petroleum/Oil, Saudi Arabia, Sri Lanka, UK, USA, Venezuela

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La storia dei paesi arretrati, si potrebbe dire, è la storia delle materie prime che rinserrano nel loro sottosuolo, o che raccolgono alla superficie. Fattori attivi o passivi di storia, sono, nell’epoca dell’imperialismo, sul mercato mondiale, la domanda e l’offerta delle materie prime. È chiaro che paesi consumatori di materie prime possono esserlo solo quelli che posseggono un apparato industriale moderno. Ma la sola distinzione non è sufficiente. Chi non ha da far pesare sull’arena internazionale il potere di un potenziale produttivo industriale, capace di influenzare il mercato internazionale, non può nemmeno sperare di avere voce in capitolo, tranne che nelle parate parolaie degli organismi internazionali nella giungla della politica mondiale. Ma, al contrario, un paese arretrato sotto tutti gli aspetti di fronte ad altri di gran lunga evoluti, poniamo la Bolivia o la Malesia in relazione alla Spagna o all’Italia, è in grado di esercitare, sia pure passivamente, una influenza politica reale di molto maggiore. Ciò avviene perché si tratta di paesi che posseggono, a volte in maniera monopolistica, materie prime indispensabili al funzionamento dei colossi produttivi posseduti dall’imperialismo.

Prendiamo ad esempio il mercato dello stagno. Di fronte al monopolio della domanda, che è nelle mani degli Stati Uniti, massimi divoratori di materie prime, si erge il monopolio dell’offerta, rappresentato dalla triarchia mondiale della preziosa materia prima: la Bolivia, la Malesia, l’Indonesia. Da soli, questi tre Stati (la Malesia si regge dal 1948 nelle forme costituzionali di una Federazione di Stati con un governo centrale presieduto da un Alto Commissario britannico) producono complessivamente per l’80 per cento della produzione mondiale. La scala delle precedenze va così stabilita: primo: Federazione Malese; secondo: Indonesia; terzo: Bolivia. Ma al quarto posto non figura ancora una potenza industriale, ma il semiselvaggio Congo Belga; di poi, nell’ordine: Thailand, Nigeria, Cina, Birmania. Infine il Portogallo che alla produzione mondiale contribuisce con meno di un centesimo.

Altro esempio: la produzione di caucciù. La produzione mondiale è concentrata (soprattutto) nell’Asia sud-orientale: massime produttrici: l’Indonesia e la Malesia, seguite a distanza da Ceylon, Thailand, Indocina, Borneo britannico. Seguono buoni ultimi la Liberia e la Nigeria per l’Africa, e il Brasile per l’America del sud. I grandi paesi industriali, situati geograficamente fuori della fascia equatoriale che è la parte del pianeta ove le piante gommifere attecchiscono, cercano di supplire alla grave deficienza con la produzione sintetica, ottenuta cioè in laboratorio, della gomma. Ma la produzione di gomma artificiale non riesce ancora a coprire il fabbisogno dei massimi paesi industriali. Gli Stati Uniti, che stanno al primo posto nella classifica dei consumatori di caucciù, ad un consumo complessivo di gomma di 1 milione 258.000 tonnellate nel 1952 dovevano provvedere, per 805 mila tonnellate con gomma sintetica, e per le restanti 453 mila tonnellate, cioè per il 36 per cento, con gomma naturale di importazione.

Il petrolio merita altro discorso, giacché esso non costituisce un monopolio dei paesi economicamente e socialmente arretrati, essendo in testa ai paesi produttori gli Stati Uniti (oltre il 50 per cento della produzione mondiale che nel 1951 assommò a 585 milioni 525.000 tonnellate), seguiti dal Venezuela e, nell’ordine, da Russia, Persia, Arabia Saudita, ecc. Tuttavia la rilevante produzione dei paesi asiatici (Persia, Arabia Saudita, Indonesia, Iraq, Kuwait, ecc.) che nel 1951 costituì oltre un sesto della produzione mondiale, influenza massicciamente la politica dell’imperialismo bianco. Vedi la gigantesca grana fatta scoppiare in Persia dal regime di Mossadeq che procedeva alla nazionalizzazione del petrolio, detronizzando l’Anglo Iranian Oil Company. Altro caso di influenzamento passivo ed indiretto della politica mondiale dell’imperialismo, che i pregiudizi correnti vorrebbero far apparire come scaturente da meri rapporti di forza tra opposte politiche ed ideologie, fu la nazionalizzazione dello stagno boliviano. Benché non abbia alterato il regime di monopolio della domanda mondiale instaurato dagli Stati Uniti (che, volente o nolente il governo di La Paz, restano pur sempre gli unici acquirenti possibili dello stagno boliviano), la nazionalizzazione delle miniere crea nuovi problemi all’imperialismo americano, costringe il governo americano a subordinare la sua politica in Bolivia ad un fatto verificatosi al di fuori e contro la sua volontà come dimostra la sanguinosa resistenza opposta ai nazionalizzatori dei gruppi politici asserviti a Wall Street.

In un mondo che viene bombardato in tutte le ore da prediche sulla libertà e l’indipendenza delle nazioni, o sulla sovranità degli Stati, appare più che mai chiaro come persino i Governi più potenti del mondo siano soggetti al ferreo determinismo dei rapporti economici, da cui non possono assolutamente prescindere. Ogni tentativo di sottrarsi alla necessità economica sbocca inevitabilmente in paurose contraddizioni e violenti conflitti. Un esempio lampante è fornito dai contrasti anglo-americani in Cina. Mentre il governo americano organizza, a quanto pare, il blocco navale economico delle coste della Cina, i finanzieri di Londra, rappresentati dal Governo di Churchill, rifiutano di aderire, e per una ragione indiscutibile. La bilancia dei pagamenti inglesi è strettamente legata al commercio della gomma e dello stagno malese: ogni flessione in tale campo si ripercuote sinistramente sul cronico deficit britannico. Londra non può accettare di stroncare i redditizi traffici di gomma con la Cina di Mao Tse Tung. Risulta così dal II Rapporto americano intorno ai problemi della difesa economica, rapporto che si riferisce espressamente al «Battle Act», che un nuovo accordo quinquennale di scambio è stato stretto fra Ceylon e la Cina di Mao, per 50.000 tonnellate di gomma, contro 270.000 tonnellate di riso cinese. Lo stesso motivo che spinge la politica americana in Cina — riprendere i traffici commerciali interrotti da Mao — induce irresistibilmente gli inglesi ad opporvisi. L’affinità razziale, la comunità della lingua, le gloriose tradizioni sbandierate in ogni occasione dai cari alleati, in tale caso non valgono una fica. Tipico esempio di come la politica degli Stati borghesi si modelli non su schemi ideali ma su concrete realtà economiche e rapporti di forza obiettivi.