Piombino e la crisi siderurgica
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L’agitazione iniziata il 13 dicembre 1952 dagli operai dell’Ilva e che ha trascinato successivamente la quasi totalità degli operai degli stabilimenti siderurgici di Piombino – quella Piombino che, a sentire gli organi ufficiali della borghesia italiana, doveva essere al riparo dalla crisi in quanto accentratrice delle lavorazioni ora disperse un po’ dovunque – è tuttora in corso. Da mesi gli operai di Piombino avevano avanzato richieste di aumenti salariali e una serie di rivendicazioni parziali di fabbrica. Netto e costante rifiuto da parte degli industriali e conseguente irritazione delle maestranze, il malcontento delle quali era accresciuto da continui licenziamenti dovuti alla grave crisi che attanaglia l’industria italiana e alla introduzione di macchine più perfezionate. In questa situazione di generale irritazione e scontento in tutte le fabbriche e officine piombinesi, avvenne il licenziamento di sei dirigenti sindacali dell’azienda per aver tenuto un comizio di protesta contro la «legge truffa» nell’interno della fabbrica. Sciopero, anzi scioperi intermittenti di un’ora, di due ore e due minuti, a singhiozzo, a sternuto, a pernacchia (sempre rispettando il sancta sanctorum dei forni, intangibile… patrimonio nazionale) ed altre nuovissime forme di lotta e di protesta scoperte dalle organizzazioni opportunistiche, le quali, manco a dirlo, si impadronirono subito delle agitazioni rivendicative dei proletari di Piombino per trasferirle e inquadrarle nella generale lotta politica in pieno svolgimento contro la nuova legge elettorale, il piano Schuman ed altri noti obiettivi tutti… socialisti e schiettamente rivoluzionari, come ad esempio è detto nella famosa petizione firmata da Angelo Rango, segretario della Camera del Lavoro di Piombino) per «ricondurre la normalità nelle aziende nel rispetto della Costituzione».
Contro i nazionalcomunisti si sono schierati i sindacati C.I.S.L. e la U.I.L. i quali in un manifesto lanciato agli operai in lotta, dopo aver accusato (e qui, ma solo qui, giustamente) i loro compari di speculazione politica delle rivendicazioni parziali degli operai piombinesi, invitavano questi ultimi a negare la loro solidarietà alle organizzazioni concorrenti in nome… della neutralità politica del sindacato. Va da sé che per noi il proletariato non può risolvere i suoi problemi limitando le sue lotte sul puro terreno sindacale. Gli uni come gli altri, in modi e forme diversi, compiono la stessa funzione di difesa degli interessi della classe capitalistica. La crisi che si è abbattuta su Piombino non è che il riflesso della crisi dell’industria italiana, la quale si inserisce e si inquadra nella crisi generale del capitalismo mondiale e non può essere vinta, che da una trasformazione radicale degli attuali rapporti economici mediante l’azione rivoluzionaria del proletariato mondiale e non, come sostengono i partiti dell’opportunismo, con una semplice sostituzione di partiti e di uomini nella amministrazione dello Stato o con un cambiamento di rotta in politica estera.
Nessuna meraviglia, per noi, che sotto la guida di queste forze politiche tutti i movimenti (Piombino incluso) tutti gli sforzi e i sacrifici delle masse, anche quando si muovono per scopi limitati a ottenere semplici miglioramenti materiali, siano a priori destinati al fallimento.
Intanto una nuova minaccia destinata a rendere ancora più grave la già drammatica situazione del centro siderurgico di Piombino incombe sugli operai della Magona. Il direttore dello stabilimento ha comunicato alla C.I. che quanto prima procederà al licenziamento di 500 operai e contemporaneamente sarà ridotto l’orario di lavoro da 48 a 20 ore settimanali e, due impianti di laminazione cesseranno ben presto il loro ciclo produttivo: colpa la concorrenza americana, belga, giapponese, e la introduzione di una potentissima pressa a nastro.
Le agitazioni riprendono, sempre sulla stessa falsariga, e l’ineffabile C.I.S.L. può invitare gli operai a star buoni «dato quanto disposto dall’accordo Confederale sui licenziamenti per riduzione di personale», cioè facendo leva sulle clausole firmate dalla stessa C.G.I.L.
Noi, dichiara d’altra parte l’ineffabile Rango, segretario della C.d.L., siamo lieti dell’ammodernamento degli impianti ma vogliamo anche che siano fonte di maggior ricchezza per l’economia cittadina. Già, ma come fare per impedire – nel regime attuale – che la macchina non sia fonte di sofferenze, di supersfruttamento e di miseria per l’operaio? Ecco un problema che non potrà essere risolto dai paladini del parlamentarismo borghese e della sua costituzione e dai fanatici del produttivismo, ma solo dal proletariato rivoluzionario nella misura in cui saprà trarre una esperienza dalle inevitabili sconfitte cui lo condanna la politica controrivoluzionaria del trasformismo staliniano.