Moralizzare?
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A proposito dei recenti tragici episodi di smarrimento mentale della gioventù, la classe dominante ha avuto una duplice reazione: da un lato, quella di cercarne le cause, per quanto riguarda gli studenti (i casi di «delinquenza minorile» verificatisi nell’ambito di ceti sociali più bassi non meritano così delicate analisi), in fattori periferici e secondari (eccesso e carattere stakhanovista dei programmi scolastici); dall’altro, indicarne il rimedio – fuori il petto, giù il cappello – in un’opera di… moralizzazione.
Ma chi moralizzerà i moralizzatori? La classe dominante ha fatto nascere i giovani d’oggi negli orrori e nelle tragedie della seconda guerra mondiale, li ha fatti crescere nell’angoscia e nelle miserie del periodo post-bellico, e li fa vivere da qualche anno in un’avvelenata atmosfera di guerra fredda. C’è quanto basta per spiegare smarrimenti, follie, delitti, tanto più se si considera che a tutti questi orrori la classe dominante ha attribuito e attribuisce un carattere nobile ed eroico. Moralizzare? Insegnare il «rispetto della personalità umana»? I «delinquenti minorili» hanno il diritto di rispondere alla classe dominante: «se qualcosa abbiamo imparato da te, è che la personalità umana non si rispetta; la si schiaccia, la si insozza, la si uccide; anzi, non esiste».
Se una voce si leva da questi tragici, disorientanti episodi, essa è una terribile voce di condanna della società borghese, questa cloaca di brutalità scatenata e di cinismo, orpellata di moralità e di idealismo. Non sarà necessario «moralizzare» gli uomini che si saranno scrollati di dosso la serra calda di tutte le infamie ch’è il mondo borghese, e i loro figli.