Il “marxismo” di Tito
Categorie: Jugoslavia, Titoism
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Chi ha tradito il marxismo ha l’invincibile bisogno, per giustificare se stesso di fronte alle masse alle quali spreme sangue e sudore nella costruzione di una galera capitalista verniciata di «socialismo», di appellarsi ai testi fondamentali di Marx. Abbiamo visto Stalin, recentemente (e l’abbiamo lungamente commentato), riedificare a proprio uso e consumo il marxismo per dimostrare come in Russia si costruisca un’economia socialista a base di… merce, salario e moneta. Oggi – e, come nel caso di Stalin, non da oggi – vediamo fare lo stesso dai dirigenti jugoslavi.
Al Congresso del Fronte popolare jugoslavo, Kardelj, in un discorso di tre ore, ha «spiegato» le ragioni per cui, dopo aver tentato la «collettivizzazione» della agricoltura, il regime titino ha deciso di smantellare le fattorie collettive e di restituire ai contadini libertà di movimento e di mercato, affidando alla «pressione delle forze economiche» il loro collegamento in unità cooperative prima e, quando vorrà il buon Dio, in unità collettive. È, insomma, un ritorno all’economia della piccola unità coltivatrice, una specie di N.E.P. jugoslava. Ma la N.E.P. russa era, all’origine e nella precisa determinazione dei suoi promotori, saldata a uno sforzo rivoluzionario su tutti i settori internazionali della lotta di classe: la N.E.P. jugoslava è la voce del… fronte popolare all’interno, e dell’alleanza col blocco occidentale all’esterno. La si potrebbe dire una seconda controprova dell’impossibilità di costruire il socialismo in un solo Paese, – se mai, per avventura, il titismo avesse anche solo cercato, negli anni scorsi, di costruire socialismo. Per i dirigenti jugoslavi no: è una prova, al contrario, che si marcia avanti, verso una società socialista. Essi non si giustificano con l’esistenza di condizioni obiettive avverse: no, pretendono di agire come agiscono per non macchiare la purezza della teoria.
Il ragionamento addotto a giustificazione è il seguente: il marxismo non affida le grandi trasformazioni sociali alle imposizioni della forza ma alle leggi economiche; il socialismo è la teoria della piena espansione della libertà. La collettivizzazione forzata rappresenta, dunque, una violenza esercitata non solo sui contadini, ma… sulla teoria marxista. Di più, essa rientra in quel metodo «burocratico» di edificazione politica e sociale in cui il titismo individua uno dei caratteri degenerativi dello stalinismo, e il regime jugoslavo, come ha deciso che ogni azienda industriale sia «data ai suoi operai», i quali in tal modo sono spinti, rispetto agli operai delle altre aziende, a muoversi in un gioco di reciproca concorrenza (emulazione, direbbe Stalin), così decide ora che i contadini riabbiano la loro piccola unità produttiva. Il marxismo, insomma, è per Tito e Kardelj un’edizione quintessenziale… del liberalismo puro.
C’è bisogno di una demolizione critica di questa versione ad usum delphini? Il socialismo non è, sul piano industriale, un sistema di unità produttive indipendenti; è – all’opposto – la negazione dei limiti aziendali della produzione capitalistica. Sul piano agricolo, è ben vero che la collettivizzazione, forzata all’origine, è legata nei suoi sviluppi alla pressione (d’altronde anche essa coattiva: la «libertà» non c’entra, dove si fa leva sulle leggi economiche) dell’organizzazione socialista della produzione industriale, alla graduale scomparsa del mercato, e agli sviluppi internazionali della rivoluzione proletaria. Ora questi fattori non solo non esistono ma sono negati nella società jugoslava; l’evoluzione titista è nel senso, non del socialismo, ma della «libertà occidentale» nel quadro di un capitalismo sempre più aggrappato agli strumenti di controllo dello Stato.
Del che, in verità, non ci occorreva conferma.