In Asia, capitalismo importasi
Categorie: India, Pakistan, Urbanization
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In Occidente, la seconda guerra mondiale, seppure doveva operare giganteschi rivolgimenti nel meccanismo produttivo, provocando salti anche nel senso quantitativo anche se limitatamente a certi settori, nulla apportava di « nuovo ». Con ciò non s’intende sottoscrivere la falsa tesi di coloro che pretendono di dimostrare che la fine del capitalismo giungerebbe al termine di un’immaginaria curva discendente della produzione. In realtà, la produzione globale del mondo capitalista segna, salvo casi isolati, un continuo aumento e il potere di acquisto dei salari, salvo casi isolati, si eleva. Ciò nonostante, non sono eliminate le cause del decadimento e del marasma senile della fortezza capitalistica America-Europa. Ciò perché la crisi reale del capitalismo sorge necessariamente dalla contraddizione fra il carattere sociale sempre estendentesi della produzione e le forme mercantili e monetarie in cui essa è costretta. Prova ne sia il cronico conflitto dei mai sopiti nazionalismi sgorgante appunto dallo squilibrio incancellabile tra la potenzialità produttiva del super-industrializzato Occidente e le capacità di assorbimento dei mercati mondiali. La seconda guerra mondiale ha finito di invecchiare ed intossicare questo settore vitale del capitalismo in quanto ne ha aggravato le cause di squilibrio. Un esempio: la decadenza dell’Inghilterra sul piano economico e sociale.
Nemmeno nell’area Russia-satelliti il secondo conflitto doveva portare il « nuovo ». Avendo liquidato completamente, già prima del conflitto, ogni residuo politico e sociale della dittatura del proletariato instaurato dalla rivoluzione di Ottobre, il governo russo ha continuato a marciare sulla linea dei piani quinquennali di industrializzazione guadagnando alla produzione e agli ordinamenti sociali del capitalismo ormai tutta l’area europea, e nel continente asiatico vigorosamente conduce la « colonizzazione » capitalista, bruciando le tappe.
Ma se il capitalismo è vecchio e decrepito nel settore euro-americano, e ancora dominatore e tiranno solo per l’impotenza del proletariato; se appare pienamente maturo e capace di proliferazione nel blocco Russia-satelliti; in Asia, esso va ancora nascendo e dove è già cresciuto la sua età non va oltre l’adolescenza. A provarlo questa volta non siano chiamati a testimoniare i dati sulla industrializzazione o sul commercio o sulla concentrazione dei mezzi di produzione. Valga un argomento urbanistico: il sorgere delle grandi città di tipo borghese.
Una grande città moderna sta sorgendo nel Punjab, a circa cinque miglia dalla rotabile Delhi-Kalka. All’epoca della spartizione dell’ex impero indiano nei due dominions del Pakistan e dell’Hindustan, una larga parte della regione del Punjab fu assegnata al Pakistan, che si annette anche la capitale amministrativa, Lahore. Di conseguenza il governo dell’India si trovò nella necessità di dare al Punjab una sede di capoluogo, ma, anziché adattare allo scopo un centro abitato già esistente, decise di costruire una nuova città.
Ma che Chandigarh (tale sarà il nome della costruenda città) alloggerà in sé una società genuinamente borghese è matematicamente sicuro, giacché a stendere il progetto sono stati chiamati diversi architetti, con a capo Le Corbusier. Non c’è modo di equivocare: come non si può dubitare degli obiettivi dei progetti in materia economico-finanziaria di un governo che chiami presso di sé il banchiere Schacht per illuminarsi della sua sapienza capitalistica, altrettanto non ci si può ingannare sul conto di un altro governo che affidi i progetti di una città a Le Corbusier. D’accordo, i nomi e le persone sono segni convenzionali. Ma è indubitabile che dicendo il nome del famoso architetto, incensato specialmente dai sinistri, si vuol dire, dio ne scampi, « architettura di avanguardia ».
Su questo giornale (n. 1), nel Filo del Tempo « Spazio contro cemento », veniva espressa la posizione del marxismo rivoluzionario nei riguardi dell’urbanistica borghese e delle sue aberrazioni patologiche della fase imperialista. Già, perché il marxismo non risparmia, anzi attacca ferocemente, l’ultima trincea dell’interclassismo che rimane quando altre non meno formidabili sono state espugnate, e cioè il pregiudizio controrivoluzionario secondo cui il socialismo avrà in comune col capitalismo le città tentacolari, le città alveari, nelle quali una umanità oppressa e tormentata dalle sue stesse enormi costruzioni, prive d’aria, di luce, di spazio, vive come aringhe in barile: « Sappiamo che l’origine di questo ammassamento sta quasi del tutto nei portati dell’epoca capitalistica, bastando ai regimi precapitalistici poche e non immense capitali dominanti miriadi di villaggi urbani. (Ci sia concesso di fornire qualche dato in proposito: alla fine del ‘700, cioè al declino del feudalesimo, Parigi, la maggiore delle grandi città continentali europee, contava meno di 600.000 abitanti, che oggi assommano a circa 3 milioni). Ma il capitalismo non vuole ancora fermarsi, e come tutti gli altri suoi fenomeni, non lo può. E questo processo importantissimo lo definisce. Sono infatti le misure quantitative che contano, non le etichette qualitative politiche e propagandistiche. Tutto quanto riduce all’uomo lo spazio è capitalismo ».
Il « Filo » riportava qualche esempio delle manicomiali invenzioni dell’urbanistica odierna, fervidamente esaltate da destri e sinistri della politica ufficiale, soffermandosi sulla dottrina del « verticalismo », cioè dell’espansione delle costruzioni edili nel senso dell’altezza. Ultima novità, il progetto proposto da Le Corbusier, di un edificio poggiante su 36 pilastri nudi, sotto i quali non essendovi muri e pareti, passano la strada e un cosiddetto giardino. Avremo dunque le città senza cielo?! Il sole e l’ossigeno che le moltitudini di oppressi viventi negli ergastoli delle moderne città possono ancora godersi, uscendo dai sepolcri delle case minime nelle vie e nelle piazze, ci saranno pure essi tolti, se il Capitale avrà ancora tanta vita da permettere ad ingegneri e architetti « moderni » di edificare le loro mostruose colombaie! La giustificazione corrente degli incubi verticalisti, del grattacielismo cafone, che da New York si tende a portare, via Mosca, nelle regioni dell’Asia, si appella alla scarsezza di spazio, come del resto si giustifica la miseria e la denutrizione con le imposture malthusiane della scarsezza di terreno coltivabile. È vero, invece, il contrario, e cioè che il folle addensamento della popolazione, con tutto il triste strascico di costrizioni fisiche e mentali, costituisce un’esigenza obiettiva dell’economia capitalistica, e quindi è indissolubilmente legato alla dominazione di classe.
Essendo costituito il profitto capitalistico dalla differenza tra il prezzo di vendita delle merci e il costo di produzione, il capitale deve lottare continuamente per abbassare i costi di produzione. E oggi lo ottiene non già riducendo i salari, i quali storicamente segnano un continuo aumento quanto a potere di acquisto, ma premendo sulle spese di capitale costante, cioè sulle spese per acquistare materie prime, macchinari, edifici, vie di comunicazione, e, ciò che più importa qui, case di abitazione, sedi di uffici, di laboratori, ecc. Contingentare ferocemente lo spazio significa per il capitalismo far economia nel settore del capitale costante.
Chandigarh, la città che il governo indiano ha commesso a Le Corbusier, sarà rigorosamente soggetta alle esigenze economiche e alla aberrante tecnica edilizia del capitalismo. Conterrà da 150 a 300.000 abitanti. Eccettuato il blocco degli edifici governativi, la cui costruzione sarà finanziata dalle casse statali, per il rimanente complesso edile è previsto un sistema di autofinanziamento: il ricavato della vendita di un edificio sarà utilizzato a finanziare l’erezione del successivo. Hanno persino escogitato, borghesi nati ieri a Nuova Delhi, una specie di piano Fanfani ad hoc. La pianta della città è rigorosamente geometrica, secondo lo stile che ha reso meritatamente famosi (per noi sono famigerati) i progetti di Le Corbusier. Essa è divisa in una ventina di quartieri rettangolari (poi calunniano il marxismo dicendo che rivendica l’avvento di un mondo grigio e monotono!) di 800 per 1200 metri di lato, separati da larghe arterie. Fortunatamente, per i futuri abitanti di Chandigarh, il geniale architetto ha deciso di lasciare scoperte le strade e i giardini, di non scavarli sotto giganteschi edifici poggianti su pilastri. Però, lo spazio verde sarà « equamente » ripartito: un parco pubblico per i nullatenenti, giardini privati per le case signorili. Evidentemente, i borghesi, essendo statisticamente pochi, non aggravano la « scarsezza dello spazio » attribuendosene larghe fette! Naturalmente, la zona industriale verrà avaramente cucita alla città, come è avvenuto per Londra che soffoca nel nebbione delle sue fabbriche. Ciò mira, si capisce, a ridurre le spese per la costruzione di vie di comunicazione e di mezzi di trasporto, necessari a condurre i lavoratori nelle fabbriche. Non c’è dubbio, Chandigarh sarà una città borghese con le carte in regola.
Alla Riunione del nostro movimento del 27-28 dicembre 1952, tracciando il programma economico immediato da attuarsi dopo la conquista rivoluzionaria del potere e l’instaurazione della dittatura operaia, il relatore ribadì la posizione comunista di fronte al problema delle abitazioni, già chiarita nel Filo citato e nel successivo « Crosta terrestre e specie umana » (n. 2). Il governo operaio rivoluzionario, come misura immediata, procederà all’espulsione degli attuali occupanti dalle abitazioni borghesi, dalle sedi degli uffici, associazioni, ecc. che stanno in media nel rapporto di 3 a 1 con le case operaie. Ma successivamente non ingrandirà maggiormente le città, spezzando spietatamente il corso delle leggi e della tecnica capitalistica in materia urbanistica. Liberando la produzione sociale del carattere parassitario proprio del capitalismo, che costringe a sperperare somme enormi di forza di lavoro nella fabbricazione di un ammasso di prodotti destinati solo a scopi di affarismo, il proletariato, organizzato in classe dominante, potrà iniziare il gigantesco piano di abolizione delle città mostro, sedi di una umanità malata nel corpo e nella mente, che il capitalismo perpetua. Sarà un ritorno alla natura, al verde, allo spazio, dato che i ritrovati della tecnica (radio, televisione, ecc.) hanno abolito le separazioni millenarie tra città e campagna. Ma si tratta sotto il capitalismo di una abolizione potenziale. Solo la rivoluzione antiborghese permetterà di utilizzare questi formidabili mezzi sovversivi in vista della utilità sociale, rendendo possibile l’aspirazione millenaria ad una sede umana che sia « città » e nello stesso tempo « campagna ».