Quinto: libertà di contagiare
Categorie: Healthcare, Italy
Questo articolo è stato pubblicato in:
Nella provincia di Cosenza c’è la lebbra. Da sola, la notizia, non certo recente dato che fin dalla scorsa estate la stampa italiana aveva scritto della presenza di quindici casi di lebbra a Longobucco, basta ad agghiacciare il sangue. La lebbra, il terribile morbo provocato dal bacillo di Hansen, che apre spaventose piaghe sulla pelle umana, è un male contagioso, quanto altri mai subdolo, dato che i sintomi dell’infezione possono manifestarsi anche dopo decenni dall’avvenuto contagio. Basta un contatto fisico anche accidentale, quando le piaghe sono virulenti, per trasmettere a persone sane la malattia maledetta, cui la scienza finora non ha potuto opporre una terapeutica sicura.
Nella sua relazione al XXVIII Congresso Nazionale di Dermatologia e Sifilografia a Torino, il professor Pasquale Filadoro diceva che Cosenza è la provincia italiana che detiene il primato della lebbra con oltre 40 casi circoscritti in 9 comuni, i seguenti:
1) Caloveto: 3 ammalati, di cui uno, Paolo Labonia con 6 figli, vive in paese; 2) Cariati: 6 lebbrosi, di cui 2 liberi di circolare. Giuseppina Graziano e la figlia Franceschina che è sposata e ha un bimbo, Antonio; 3) 4) e 5): Bocchigliero, Mandatoriccio e Rossano Calabro: in questi tre paesi vi sono 7 casi, tutti però ricoverati; 6) Malvito: 1 ammalato, Santo Paletta, con un figlio; 7) Spezzano Albanese: 11 casi, di cui 4 in paese. I loro nomi: Ferdinando Gullo con 4 figli, Carmela Fusano sposata, Maria Prato maritata con 2 figli, Rosina Nociti nubile; 8) Crosia: nella frazione di Mirto v’è un’ammalata, Elisabetta Cariati nubile; 9) Longobucco: 14 ammalati di cui 4 vivono nel paese, e cioè: Giosuè Morello con 3 figli, Isidoro Madeo coniugato, Raffaele Ferraro coniugato con 7 figli, Maria Iazzolino coniugata con 9 figli.
Il Giornale di Napoli, da cui ricaviamo i dati surriportati, afferma che quasi tutti gli ammalati che vivono liberamente in paese sono ritenuti abacillari, cioè in fase non contagiosa. Nessuno però di tutti i medici consultati sa quando le loro piaghe ritorneranno virulente.
È noto che esiste un lebbrosario in Acquaviva delle Fonti (prov. di Bari). Ma, allorché si tratta di tradurvi i lebbrosi, i medici vanno incontro a gravi incidenti. A Malvito, un lebbroso, Santo Paletta, stava ammazzando un medico; a Longobucco lo stesso è accaduto col Morello il cui caso, pur segnalato più volte, è rimasto insoluto, come quello di Giuseppe Spagnuolo a Portigliola. Il Giornale d’Italia del 20 agosto 1952 scrive che il Morello, un reduce che ha contratto la lebbra nel Sud Africa ed è stato più volte ricoverato nel «Miulli» di Acquaviva delle Fonti ha abbandonato arbitrariamente il lebbrosario ed ora oppone ostinata resistenza ad un nuovo ricovero, minacciando anche con le armi quando si tenta di persuaderlo della necessità del ricovero.
In casi del genere, il ricorso alla costrizione riesce spesso inefficace perché la naturale ripugnanza fisica e il timore del contagio impedisce alla forza pubblica di sequestrare gli ammalati.
Dicevamo in principio che la sola notizia della esistenza di casi di lebbra nella provincia di Cosenza basta a raggelare il sangue. Se poi si riflette alle terribili conseguenze cui è esposta la popolazione sana per la piena facoltà che hanno i lebbrosi, viventi in paese, di spostarsi a loro piacimento, il naturale raccapriccio per il male e il senso di pietà per gli ammalati così ferocemente colpiti si accoppia a profonda indignazione. Recentemente il Corriere di Napoli informava che persone riconosciute in paese per lebbrosi attendono tranquillamente alle loro faccende, e citava il caso di un ammalato che, insieme col figlio e la moglie, gestisce un caffè. Non basta. Membri di famiglie colpite dal morbo, seguendo la spinta emigratoria così forte nel Mezzogiorno, si spargono in tutte le direzioni: a Torino, a Milano, all’estero. Chi può assicurare che nel loro sangue non dorma il tremendo bacillo di Hansen?
Nessuno, a quanto ci risulta, ha sostenuto sulla stampa d’informazione o di partito la sola misura, durissima ma necessaria per la salute della specie, che andrebbe applicata ai malati – la sterilizzazione. Forse perché la retorica democratica ed antifascista ha celebrato orgie gigantesche condannando i metodi hitleriani di annientamento delle popolazioni ebraiche e di apolidi, non si osa reclamare l’applicazione di una misura preventiva atta almeno ad evitare la procreazione da parte di individui colpiti dalla lebbra. Si oppongono a ciò, naturalmente, anche i pregiudizi religiosi e umanitari, quanto basta perché lo Stato, che pure si mantiene impiegando sistematicamente la violenza e la costrizione e, quando occorre, lo sterminio in massa delle persone fisiche, arretri spaurito.
Ovviamente, se schifosa mostruosità era la sterilizzazione di creature umane condannate alla distruzione solo perché di razza non germanica, lo stesso discorso non vale per il caso dei lebbrosi che, nonostante il male, procreano e convivono coi loro figli.
Qui i motivi morali non valgono, giacché ci troviamo di fronte al dominio di cieche forze della natura. È un atto necessario, e come tale né giusto né ingiusto, né pietoso né spietato. Ma i governi borghesi, appestati da una malattia ben più inguaribile che la lebbra – dalla ipocrisia stomachevole del rispetto della persona umana – intendono più facilmente le mirabolanti gesta della bomba atomica, che ancora a distanza di otto anni scatena nel sangue dei superstiti di Hiroshima la leucemia, il cancro del sangue…