L’Europa nella giungla dei nazionalismi Pt.1
Categorie: Belgium, Europeanism, France, Germany, Italy, Luxemburg, Netherlands, Saarland, USA
Questo articolo è stato pubblicato in:
Si è chiusa a Roma, la scorsa settimana, la conferenza della CED, alias Comunità Europea di Difesa. La C.E.C.A. (comunità europea del carbone e acciaio, meglio nota sotto il nome di Piano Schuman) che persegue la meta del mercato unico europeo delle menzionate materie prime, ebbe lo scopo di coprire demagogicamente l’abrogazione delle restrizioni imposte dagli alleati alla produzione carbo-siderurgica tedesca. Assente, com’è noto, l’Inghilterra, per nulla disposta a permettere all’Alta Autorità della C.E.C.A. di cacciare il naso negli affari del Commonwealth. La C.E.D., sbandierata come il toccasana delle malattie nazionalistiche di cui soffre l’Europa, serve lo scopo, ardentemente perseguito dagli americani, oltre che, s’intende, dai tedeschi, di dare mano al riarmo della Germania. La C.E.D., in quanto prevede la formazione dell’«esercito integrato europeo», cioè di un esercito composto con i contingenti forniti dagli Stati partecipanti e sottoposto, non più allo Stato maggiore nazionale, ma ad un comando sopranazionale, dovrebbe, secondo la demagogia delle giustificazioni ufficiali, garantire contro la rinascita del nazionalismo prussiano, dato che le divisioni tedesche da ricostruire sarebbero agli ordini non più del governo germanico, ma dell’Alto Comando europeo. Fin qui arrivano le anticipazioni teoriche, cui peraltro i Governi interessati davano crisma di ufficialità firmando a suo tempo il Trattato costitutivo. Ma che si è prodotto in pratica? Che si è fatto a Roma?
Il sig. John Foster Dulles, Segretario del Dipartimento di Stato americano, accingendosi a partire per il giro di visite nelle capitali dei paesi del Patto Atlantico, credette opportuno farsi precedere da una «brutale» dichiarazione. Avendo premesso che gli stanziamenti fin ad oggi effettuati dal Tesoro degli Stati Uniti in conto degli aiuti economici e militari a favore dei governi «atlantici» assommavano a 30 miliardollari, ammoniva i troppo recalcitranti satelliti d’oltre Atlantico che un eventuale fallimento degli sforzi di unificazione politica e militare della vecchia Europa Occidentale, provocherebbe una brusca virata di bordo nella politica europea del Governo di Washington. Foster Dulles parlava almeno il linguaggio della franchezza, l’esatto opposto cioè di quello che sentiamo fluire dalle untuose bocche dei nostri federalisti, illusi ed illudenti che la soppressione delle barriere nazionaliste in Europa, causa di due guerre mondiali, possa verificarsi con appelli alla volontà e alla coscienza di governi e di popoli. Il Segretario americano comprende dunque che l’unificazione dell’Europa, ammesso che ci sarà, non potrà farsi che con l’impiego della più irresistibile delle pressioni materiali: la forza economica.
Ma la minaccia di Foster Dulles di tagliare i rifornimenti di dollari ai governi atlantici rappresenta pur essa un mero atto di volontarismo. Non certamente per libera scelta il governo americano profonde miliardi di dollari in Europa: deve farlo, non certo per salvare in extremis il proprio commercio estero, come pretende la stampa stalinista, ma per pagarsi il diritto di tenere basi aeronavali in tempo di pace sul continente europeo. Basi militari all’estero e politica di controllo delle vie obbligate del commercio mondiale vanno necessariamente insieme, ciò s’intende benissimo. Ma altra cosa è pretendere che l’arresto del flusso di merci e di armi americane, ammesso che fosse possibile, determinerebbe non si sa quale catastrofe economica negli Stati Uniti. Riportammo in un articolo precedente i dati del commercio estero statunitense verso l’Europa: appena il 3 per cento della produzione nazionale. Ben altri mezzi che il boicottaggio delle merci americane esportate in Europa, predicato dallo stalinismo, sono necessari per scuotere la potenza dell’imperialismo yankee. Il vero tallone d’Achille degli U.S.A. si trova all’interno della fortezza, come sta a dimostrare la crisi del 1929-32.
Ma, d’altra parte, gli aiuti e le sovvenzioni varie mollate da Washington non costituiscono certamente una contropartita ai sacrifici che l’America intende imporre attraverso il Trattato della Comunità Difensiva Europea (C.E.D.), agli intangibili interessi capitalistici delle unità statali che si pretende di stringere insieme in un comune quadro federalistico. Barriere formidabili si oppongono insuperabilmente all’utopistico disegno. Accumulatesi a volte durante periodi secolari, come è il caso dell’Impero britannico, il quale costituisce a sua volta un’organizzazione unitaria economico-politico-militare, tendente irresistibilmente a funzionare da centro mondiale, sia pure secondo agli U.S.A.
Il Trattato costitutivo della C.E.D. fu sottoscritto il 27 maggio 1952 dopo estenuanti (per i negoziatori, non certamente per noi che niente ci aspettiamo di buono dalla diplomazia capitalistica) mercanteggiamenti tra Francia e Germania Occidentale. A tutt’oggi nessuno dei Parlamenti dei 6 Stati firmatari (Germania, Francia, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo) ha ratificato gli accordi. Ciò perché una vasta generalizzata opposizione alla CED si è determinata un po’ dappertutto, ma specialmente in Francia e in Germania. Né si intende alludere alla opposizione dei partiti stalinisti locali. Tutt’altro. Sono le stesse aggregazioni di forze politiche, che se proprio non si possono catalogare tutte nel campo filo-americano, certamente militano nella coalizione antirussa e accettano in linea di massima il Patto Atlantico, sono proprio queste che stanno vibrando durissimi colpi all’edificio penosamente costruito dal Dipartimento di Stato con il valido ausilio dei Governi maggiormente legati alla politica americana, quali quelli di Adenauer e di De Gasperi. In Germania, il cancelliere Adenauer, il cui governo gode del pieno appoggio americano, incontra ardui ostacoli frapposti non solo dal concorrente partito socialdemocratico, che si è assunto il compito di neutralizzare la propaganda dell’estrema destra nazista, sbandierando programmi di acceso nazionalismo; ma deve pure disputare duramente con la Corte costituzionale che vede di malocchio la partecipazione di truppe tedesche all’esercito «integrato europeo» di là da venire. Il cavillo giuridico della Corte costituzionale consiste nel negare che la Costituzione tedesca permetta la partecipazione della Germania alla C.E.D. ma è chiaro che, al di sotto delle sottigliezze da legulei, essa esprime il mai spento nazionalismo pangermanista anelante, precisamente come nel 1871, all’Alsazia, alla Lorena e, desiderio di gran lunga più bruciante, alla Saar e ai territori annessi dalla Polonia e dalla Russia. Foster Dulles brandisce l’arma del ricatto minacciando di tagliare il flusso dei miliardollari. Ma quanti di questi sarebbero necessari per compensare le perdite brucianti inflitte al nazionalismo teutonico, e placarne gli appetiti? Quanti miliardollari vale il bacino carbo-siderurgico della Saar?
Il governo di Adenauer, fondandosi realisticamente sul possibile, aveva ritenuto di contentarsi della firma della C.E.D. Non era il primo passo verso la ricostituzione dell’esercito tedesco? Altra via per arrivare a tale tappa indispensabile, ferocemente bramata in solido da democristiani, socialdemocratici e neo-nazisti, non esiste, allo stato attuale, per la Germania, a meno che gli Stati Uniti non si decidessero ad accordarsi bilateralmente con Bonn, il che sembra improbabile dato che in ogni caso ciò equivarrebbe all’esplosione di una critica di tritolo sotto il già sbilenco edificio della Comunità europea di Difesa. Tanto più rabbiose dovevano essere perciò le reazioni tedesche, espresse unanimemente stavolta e dal governo democristiano e dall’opposizione socialdemocratica, all’improvviso voltafaccia di Parigi, l’altro covo dello sciovinismo irriducibile.