L’Europa nella giungla dei nazionalismi Pt.2
Categorie: Europeanism, France, Germany
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Nella prima puntata, esaminando le premesse e i risultati delle riunioni europee di Roma, si mettono in luce le resistenze che la proposta americana di integrazione europea – sinonimo a sua volta di riarmo e potenziamento economico della Germania – hanno sollevato in alcuni partiti tedeschi e in Francia. L’argomento è sviluppato nelle colonne che seguono.
Per comprendere appieno la vastità e la profondità dell’opposizione “costituzionale” alla C.E.D. alimentata in Francia, basti dire che il governo Mayer si regge su un compromesso intervenuto fra democristiani, radicali e gollisti, in base al quale il Governo francese ha dovuto procedere alla revisione della C.E.D. proponendo una serie di “protocolli aggiuntivi”, che mirano a porre la Francia in una posizione di superiorità e privilegio di fronte agli altri 5 membri firmatari della C.E.D. Si tratta di questo: la Francia intende farsi attribuire il diritto di ritirare ogni volta che le esigenze della difesa dei territori oltremare (Indocina, Tunisia, Madagascar, ecc.) lo richiedano, contingenti di truppe francesi assegnate alla C.E.D. Il Trattato prevede sì che ogni Stato firmatario possa mantenere fuori della C.E.D. contingenti militari da utilizzare sia per il presidio del territorio nazionale sia per la difesa dei territori d’oltremare. Ma la pretesa della Francia di aver riconosciuto dagli altri Stati il diritto di servirsi anche delle truppe francesi del futuro “esercito integrato europeo” per le sue operazioni di polizia nelle colonie, suscita le violente reazioni dei tedeschi. Non certo perché a Bonn si abbia a cuore la vita dei ribelli indocinesi o dei nazionalisti tunisini o marocchini, ma per il semplice fatto che, se i “protocolli aggiuntivi” di Parigi fossero approvati, la C.E.D. si trasformerebbe in una succursale dell’esercito francese, realizzando la “politique de grandeur” sognata da De Gaulle. Inutile dire che una Francia militarmente predominante significherebbe per la Germania la perdita di ogni speranza di armarsi e di battere i pugni sul tavolo reclamando la restituzione della Saar, l’abolizione della frontiera Oder-Neisse, e via dicendo. Qualcuno ha osato dire che nella recente conferenza della C.E.D. a Roma sarebbe toccato a De Gasperi il compito di fare da mediatore nelle controversie franco-tedesche. Ci sbagliamo o è vero che due volte l’Italia ha preteso di fare da mediatrice, e per due volte ha lasciato le cose come le aveva trovate?
Se la Francia dimostra con il suo atteggiamento verso la C.E.D. di condurre la sua politica con doppiezza, la Gran Bretagna sembra ostentare, in tutto il gigantesco intrigo della C.E.D., una linea politica cristallina. Ma si tratta solo di un capolavoro di perfida dissimulazione. I maggiori guai per Washington sembrano provenire da Parigi e da Bonn. Invece, la potenza occulta che li suscita siede sul Tamigi. Se ne vennero belli belli gli Inglesi a dichiarare, al momento della firma della C.E.D., che la combinazione non li interessava, ma che nemmeno li danneggiava, anzi promisero di stabilire una collaborazione tecnica dall’esterno con la costituenda C.E.D. Ovviamente a Londra l’unificazione dell’Europa continentale non promette nulla di buono. Già da sola, e priva di esercito, la Germania di Bonn ostacola il commercio estero britannico, manda delegazioni commerciali al Cairo, il dott. Schacht a Teheran. Dare una mano ad allentare la tensione franco-tedesca significherebbe per Londra scavarsi la fossa con le sue proprie mani. Perciò, a qualche mese dalla Conferenza di Roma, le autorità britanniche di occupazione “scoprivano” la cospirazione nazista di Neumann e soci in Germania, dando alimento alla accesa campagna antitedesca condotta in Francia dalla estrema destra gollista fino ai radicali. Non per nulla, nello stesso giorno in cui Mayer e Bidault discutevano a Londra con i capi di quel governo, si costituiva in seno alla Camera dei Deputati francesi (14 febbraio scorso), un “Comitato di lotta” contro la ratifica del Trattato della C.E.D., cui partecipavano deputati di tutte le tendenze, esclusi i comunisti i quali fanno… opposizione a sé.
Non basta. Londra, mentre si dichiara favorevolmente neutrale alla C.E.D., fa circolare un piano di coalizione militare che rappresenta proprio il contraltare della C.E.D. Londra propone, per ora solo in via ufficiosa, di costituire una grande alleanza di tipo classico, cioè priva di autorità (Stato maggiore) supernazionale, cui dovrebbero partecipare l’Impero Britannico, la Repubblica Francese, la Germania occidentale, l’Italia, i tre paesi del Benelux, la Norvegia, la Danimarca, la Turchia, la Jugoslavia e la Grecia, cioè tutti i paesi atlantici d’Europa, tranne il Portogallo. Questo piano, esistendo già il Patto Atlantico, sarebbe un inutile doppione; ma, evidentemente, con esso Londra tende ad appoggiare le già forti opposizioni francesi alla C.E.D., il che è quanto dire al riarmo tedesco.
Quasi non bastasse la tremenda confusione, l’Olanda proponeva alla sessione di Roma della C.E.D., nientemeno che un piano per la costituzione di un mercato e di una moneta unica per i paesi firmatari. Per avere un’idea dei risultati pratici che normalmente conseguiscono siffatte iniziative, basti dire che la tanto strombazzata unione doganale italo-francese non è andata oltre l’unificazione… delle tariffe postali: un francobollo per Milano o per Parigi costa in ogni caso L. 25! Tuttavia il ministro olandese Beyen ha avuto il coraggio (o faccia tosta) di dichiarare a Roma che il piano proposto dal suo governo mira alla costituzione della Comunità economica europea! Ma non credete che la sia finita. È allo studio un altro piano internazionale, propugnato soprattutto da De Gasperi che si chiama C.E.P. e mira, né più né meno, alla Comunità europea politica! Da cinquant’anni ormai il ceto politicante della borghesia si è assunto il compito di mascherare le contraddizioni interne del capitalismo, inestirpabili perché connaturate al modo di produzione e alla dominazione di classe, sbandiemando utopistiche ricette per l’abolizione delle frontiere e dei nazionalismi. Ma due guerre mondiali stanno lì a testimoniare che, finché il capitalismo ha vita, le rivalità nazionalistiche e quindi le cause della guerra si perpetuano.
La Conferenza di Roma si chiudeva con un nulla di fatto. La Francia non accettava affatto di ritirare i “protocolli aggiuntivi”. La Germania fingeva di credere, insieme con gli altri Stati firmatari della C.E.D., che la Francia darà ad essi solo valore “esplicativo”. Ma, per mascherare il nulla di fatto, si procurava di mettere altra carne a cuocere nella cucina della demagogia, accettando di “sottoporre a studio” la proposta olandese. Tutto qui.
Quali sviluppi sono prevedibili? Di certo c’è che gli Stati Uniti conservano formidabili mezzi di coercizione, dato che tutti gli Stati firmatari o non della C.E.D. hanno pressanti richieste da porre a Washington: l’Inghilterra, che accarezza il piano della convertibilità della sterlina in dollaro e in oro ha bisogno di ottenere il pareggio della bilancia commerciale con gli U.S.A. e un forte aiuto in dollari per portare a realizzazione il piano finanziario da cui attende i mezzi per risalire al rango di Grande; la Francia solo con l’aiuto militare e finanziario, oltre che politico, degli U.S.A., può sperare di intensificare la repressione in Indocina e conservare le colonie e i protettorati del Nord-Africa; la Germania deve assecondare la politica americana in vista della completa abrogazione dello stato di occupazione alleata; l’Italia ha bisogno dell’appoggio americano che solo può controbilanciare la politica filo-jugoslava di Londra, ecc. Quale contropartita si farà pagare l’America?
Intanto la Comunità Europea di Difesa, anche se passasse a realizzazione pratica, non eliminerebbe le cause della guerra. Tutt’al più le trasferirebbe dall’interno della preconizzata comunità sul piano dei rapporti esterni di essa col blocco russo. A ciò mira appunto la politica americana. Finché l’Europa occidentale è divisa permangono le premesse del fallimento del Patto Atlantico e del conflitto tra gli Stati firmatari, in cui Mosca ardentemente spera per ripetere lo stesso gioco della seconda guerra mondiale. Ancora una volta, la politica di Washington e quella di Mosca divergono nei mezzi, ma convergono nell’obiettivo: la guerra.