Raccomandabile la Cina demo-popolare
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Tale è il controllo esercitato dai partiti controrivoluzionari sulle masse, che essi possono concedersi il lusso di narrare senza arrossire cose che pur dovrebbero servire a smascherarli.
L’Avanti dell’11 marzo riferisce un colloquio del suo corrispondente col più grande industriale cinese, a Shanghai. Non crediate si tratti di un piccolo industriale, un pesciolino da nulla vivente ai margini dell’«economia socialista», oh no. Sentite il dialogo:
«– Posso domandarle quante fabbriche ha?
– Diverse – rispose. Evidentemente non desiderava dare cifre precise. Tuttavia insistetti.
– Allora forse può dirmi quanti operai sono alle sue dipendenze.
– Sessantamila – rispose senza esitare».
Sessantamila operai: non c’è male, per un industriale in regime di… costruzione del socialismo. E credete che sia malcontento del regime? Tutt’altro: dopo i primi guai del post-rivoluzione e del dopoguerra, egli ha ottenuto un prestito dal governo, ha riaperto le fabbriche, ed ora l’ingranaggio «gira alla perfezione». In pochi anni il prestito è stato restituito: «i guadagni non sono colossali ma rilevanti»; le tasse sono «meno alte che in altri paesi», e, richiesto se può condurre una vita di agio, l’industriale dichiara di aver moglie e cinque bambini, «una bella casa, molte comodità» e, a parte questo, molte soddisfazioni.
«In fin dei conti quel che conta per noi, sono le condizioni di lavoro. E debbo riconoscere che le condizioni attuali sono migliori di quelle di una volta. Sono membro di diverse commissioni tecniche, vengo interpellato frequentemente dalle autorità governative, sono stato eletto consigliere comunale di Shanghai. Nel caos del 1949 quando decisi di non scappare ad Hong Kong con i miei fratelli ma di rimanere a casa mia non avrei mai pensato che avrei potuto godere di condizioni così favorevoli».
Dunque, nessuna «condizione di lavoro», per un industriale, è più favorevole che in regime di democrazia popolare. E domani? Domani «socializzeranno tutto. A me spetterà un posto di direttore». Spiacente? Non entusiasta: ma insomma, «è nell’ordine naturale delle cose».
Gli operai che sognano l’avvento di Mao-Tse-tung si preparino ad avere ancora Valletta a capo dei suoi sessantamila dipendenti.