Partito Comunista Internazionale

Il capitalismo di Stato in Italia

Categorie: Economic Works, Italy, State Capitalism

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Lo Stato italiano adempie alla funzione di imprenditore capitalista nelle forme fondamentali della gestione in proprio (Ferrovie, Manifattura Tabacchi, E.N.I., Fabbriche d’armi, ecc.) e del controllo indiretto effettuato mediante partecipazioni azionarie al capitale sociale di imprese private. Esistono altre forme intermedie date dalla fusione di capitale di proprietà dello Stato, o raccolto e reso disponibile dallo Stato, e dalla privata impresa (sfruttamento del sottosuolo, concessioni di reti ferroviarie, telefoniche, ecc., Piano Fanfani per la costruzione di case, Cassa del Mezzogiorno, ecc.).

Sarà interessante in seguito stabilire e documentare in che proporzione il settore statale e parastatale si pone, nel quadro generale del meccanismo produttivo italiano, di fronte al settore puramente privato, caratterizzato cioè dalla coincidenza nell’azienda considerata della proprietà del capitale e dell’impresa. Si vedrà come molto ristretto sia il campo della cosiddetta «iniziativa privata» la quale, anche se giuridicamente riconosciuta, non può sfuggire ai controlli che lo Stato esercita centralmente sulla bilancia dei pagamenti, e cioè sul traffico per e dall’estero delle merci, influenzando tutto il mercato nazionale.

In questa nota ci interessa solo di mostrare il quadro dei controlli che lo Stato di Roma, sempre pronto per bocca dei suoi esponenti a condannare i regimi totalitari, esercita nei rami della siderurgia, della meccanica e dell’industria mineraria.

Il capitale statale partecipa alla gestione della produzione nazionale attraverso un organo istituzionale appositamente congegnato, l’I.R.I. (Istituto per la Ricostruzione Industriale). L’I.R.I., secondo recenti dichiarazioni del Ministro dell’Industria, controlla il 17 per cento del complesso dei capitali delle società anonime, operanti nel campo estrattivo, radiofonico, siderurgico, metalmeccanico, cantieristico ed elettrico. Tale percentuale dice poco, se non si considera la massa degli impianti e le dimensioni della produzione su cui l’I.R.I. accampa diritti. Nelle aziende I.R.I., sempre secondo il Ministro, lavorerebbe solo il 6 per cento della mano d’opera impiegata nell’industria, ma, essendo in presenza di capisaldi produttivi in cui si registra il più alto grado di concentrazione tecnica della produzione, e quindi di produttività, risulta che, pur pagando meno salari che il settore privato, l’industria statale o controllata dallo Stato accentra in sé una vasta percentuale della produzione nazionale.

Valga a documentare quanto sopra il seguente specchietto illustrante le partecipazioni dell’I.R.I. per il ramo siderurgico, meccanico e minerario:

Fuori del settore siderurgico la Finsider detiene le seguenti partecipazioni: negli impianti elettrici e chimici Terni; nell’impianto chimico S.M.A. (Soc. Meridionale Azoto, Bagnoli); nella Ferromin, soprariportata; nella Rejna (fabbricazione molle metalliche) attraverso l’Ilva.

La Società Nazionale Cogne sta fuori delle Società Finanziarie Finsider e Finmeccanica, come dal F.I.M. (Fondo per il finanziamento dell’industria meccanica). L’abbiamo inclusa nello specchietto, dato che il suo capitale è interamente di proprietà dello Stato.

All’I.R.I. furono trasferite nel 1951 le interessenze possedute nel Mezzogiorno dal F.I.M., attualmente in fase di liquidazione.

Come abbiamo avvertito, le partecipazioni dello Stato al capitale delle società anonime del ramo siderurgico, meccanico e minerario, come le gestioni dirette dello Stato in tale campo, costituiscono solo un settore del capitalismo di Stato in Italia. L’opportunismo dei falsi partiti marxisti pretende, travisando certe affermazioni di Lenin, che il passaggio dalla piccola proprietà al capitalismo di Stato costituisca un fenomeno rivoluzionario, o quanto meno acceleratore dell’urto rivoluzionario. Ciò può essere vero nel caso di capitalismi nascenti che, senza l’intervento dello Stato, penerebbero molto a bruciare le tappe della concentrazione dei mezzi di produzione, ma è un tradimento del socialismo quando si pretende di favorire il processo della statizzazione economica in Nazioni, come l’Italia, nella cui economia già da tempo si è sviluppato largamente il capitalismo di Stato, sicché il successivo intervento del potere operaio non può essere che l’avvio, in coordinazione con la lotta di classe sul piano internazionale, della produzione e della distribuzione verso le forme non mercantili del socialismo.