La Vittoria senz’ali
Categorie: Capitalist Wars, Europe
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Le difficoltà che intralciano il lavoro della conferenza di Parigi crescono ogni giorno. Sebbene si tratti di una discussione tra gli alleati vincitori, e il nemico non sia ancora stato chiamato a parteciparvi – si conta semplicemente invitarlo a firmare – la conclusione e l’accordo invece di avvicinarsi si allontanano sempre più.
Si ridusse la conferenza ad un Comitato di dieci persone, e poi al famoso Quadrumvirato: Wilson, Lloyd George, Clémenceau, Orlando. E in omaggio alla pubblicità del lavoro diplomatico, ogni ventiquattr’ore un telegramma di dieci parole annunzia al mondo che i quadrumviri si sono adunati e hanno animatamente discusso.
Ma intanto la grande stampa non nasconde più il suo malumore e lascia trasparire i termini del dissenso. I quattro maggiori alleati si accusano l’un l’altro di brame imperialistiche; ognuno ha compreso che l’imporre al nemico una pace capestro equivale a lavorare pel temuto avversario: il bolscevismo; e ognuno vorrebbe che col vinto si mostrassero più arrendevoli … gli altri alleati.
Così la Francia e l’Italia – speriamo che il censore ci risparmi la pena di riscrivere tutto questo in forma di citazioni testuali dei quotidiani ch’egli passa ogni giorno – accusano le due potenze anglosassoni di voler soffocare il mondo nell’egemonia del loro imperialismo marittimo; gli altri rimproverano all’Italia le illimitate ambizioni adriatiche; da Londra e da Washington si mormora contro le richieste renane della Repubblica Francese, e si dice che non si deve strozzare la Germania, ma si deve mirare a farne un elemento d’ordine nel centro d’Europa.
La lezione del Conte Kàrolyi è stata terribile. Si è capito che se si preme troppo sull’Austria, sulla Germania, sulla Bulgaria, le borghesie e i social-borghesi di quei paesi cederanno il campo ai rivoluzionari bolscevichi, e il comunismo si affaccerà trionfatore sulle Alpi e sul Reno, stringendo da presso i presidi del mondo capitalista occidentale.
Ma per non far questo bisogna mozzare le ali alla tanto esaltata Vittoria delle armi alleate, che ha spiccato il volo pei cieli del mondo al suono delle mille tube della retorica – e la castità wilsoniana non sarebbe velo sufficiente alla rinunzia ai benefizi che i governi promisero alle popolazioni doloranti e sacrificate.
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La lotta contro il bolscevismo si fa ogni giorno più difficile. Prima di battere un avversario bisogna comprenderlo, e l’Intesa non può intendere la essenza delle nuove risorse del nuovo nemico, che si muove in un piano storico che supera l’intelligenza e i mezzi della borghesia.
Il terribile esercito rosso è un nemico inafferrabile e mille volte più pericoloso delle pesanti e formidabili armate che si affacciarono tracotanti sulla Mosa e sul Piave. L’esercito Rosso non è un esercito nazionale, ma un esercito di classe; esso non fa la guerra ai popoli stranieri, ma fa la guerra dei lavoratori contro la borghesia; esso non conquista territori ma li pervade del soffio incendiario della rivoluzione; esso è terribile per il borghese anti-rivoluzionario disfattista pel socialismo, ma verso gli eserciti di proletari di altri paesi adopera le armi della propaganda anziché quelle della morte; rilascia i prigionieri anche quando i propri vengono fucilati quali briganti; guadagna le sue battaglie molte volte prima di schierarsi a combattimento; trova dinanzi a sé molte volte non il nemico in armi, ma fratelli che gli vengono incontro conquistati dalla Rivoluzione di classe; e senza che esso costringa a resa i popoli; dovunque sono sfruttati sorgono improvvisi nuovi suoi battaglioni.
D’un volo che le Aquile di guerra dei più celebri condottieri ignorarono – e che nella lenta guerra moderna di posizione sarebbe sembrato follia – i suoi rossi stendardi balzano dalla Vistola al Mar Nero, dai Carpazi all’Adriatico. I colpi assestatigli colla forza delle armi, le vittorie della guerra straniera ch’esso non vorrebbe combattere, lavorano per lui, quando al passaggio delle milizie antisocialiste le popolazioni e le stesse truppe occupanti assistono al rialzarsi dei turpi istituti del privilegio e dello sfruttamento.
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La Francia, dopo l’Inghilterra e l’America annunzia di rinunziare al diretto intervento militare in Russia. Odessa, Omsk sembrano perdute per i sicari della controrivoluzione borghese zarista. L’Ungheria è guadagnata, e a Vienna e Berlino fervono i prodromi della riscossa comunista. Spartaco si prepara al suo terzo cimento.
La lotta continua implacabile tra la borghesia mondiale e le classi lavoratrici. Noi viviamo in essa frementi, e guardiamo all’avvenire con centuplicata speranza.
Rendiamo intanto il saluto alla imponente dimostrazione comunista di Vienna, che celebrando la vittoria di Budapest, passava innanzi agli acquartieramenti dei soldati italiani gridando evviva al proletariato d’Italia e al socialismo internazionale.