L’ora critica del movimento comunista
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Evidentemente il sindacato costituito a Versailles tra i rappresentanti delle borghesie francese, inglese, americana – non parliamo dell’italiana che fa al solito la figura della serva sciocca, mantenuta a tozzi di pane … e pedate – sta svolgendo tutto un piano, architettato durante l’inverno, per distruggere con la forza delle armi le repubbliche comuniste già sorte in Europa, e impedire che altre ne sorgano.
E si capisce: ché il patto di iniquità e di rapina perpetrato a Versailles non avrà alcun valore pratico, finché contro di esso starà dritta la rossa bandiera del comunismo internazionalista, che non conosce e non ammette sfruttamenti, né di classi su classi, né di popoli su popoli. Per poter godersi i frutti della rapina le borghesie vittoriose hanno assoluto e urgente bisogno di distruggere i centri più vivaci del socialismo internazionalista e comunista.
La crociata contro la Russia
E vi si accingono, gettando via gli ultimi scrupoli. Fino a pochi mesi addietro, avevano ancora paura della resistenza delle classi operaie dei loro paesi, e spergiuravano che non avrebbero più mandato un uomo in Russia. Ma l’arte borghese di governo è sempre imperniata sulla menzogna e sull’inganno: e come con promesse fraudolente, poi non mantenute, furono indotti i Tedeschi a deporre le armi, salvo poi a imporre loro ignominiosi patti di schiavitù quando le ebbero deposte, così ora, mentre nei Parlamenti i ministri di Francia e d’Inghilterra assicuravano, per tenere a bada il proletariato, di avere rinunziato a ogni proposito d’intervento in Russia, frattanto segretamente preparavano gli strumenti di guerra destinati ad affogare in mari di sangue il superbo slancio liberatore dei contadini e operai russi.
Ed ora è ritenuta inutile anche la maschera dell’ipocrisia. Non si lotta più contro i Soviety soltanto col mostruoso blocco, che deve condannare alla fame e alla rovina economica un popolo di centinaia di milioni – salvo poi a dar la colpa della fame e della miseria al regime comunista! – ; non ci si limita a spingere innanzi, con la fornitura di denaro, di armi, di vesti, di viveri, di mezzi di ogni specie, i vecchi arnesi della reazione zarista: i Kolciak e i Denikin, o le cricche borghesi dei paesi limitrofi, che, dopo essersi impadronite del potere con l’aiuto dell’Intesa, schiacciando il movimento proletario, in nome dell’indipendenza nazionale, ora compiono la loro prima obbrobriosa gesta nella storia, appunto aiutando i carnefici della libertà del gran popolo russo. Tutto ciò non è stato sufficiente; ed ora le agenzie borghesi annunziano gongolanti che forti spedizioni di soldati inglesi e americani sono avviate in Russia, che una squadra inglese ha attaccato le coste russe e le navi bolsceviche a Kronstadt. La borghesia internazionale giuoca ormai a carte scoperte.
Ma il gioco potrebbe riuscir male. Il proletariato francese, inglese, americano, italiano, è ancora in tempo ad accorgersi finalmente che nella Repubblica russa dei Soviety è minacciato tutto l’avvenire del movimento operaio, e che con la distruzione del regime massimalista russo si vuole, non come ipocritamente si dice, ristabilire l’ordine e la pace, che invece in Russia sono turbati solo dagli agenti dell’Intesa, ma colpire a morte in tutto il mondo un principio: il principio dell’emancipazione integrale dei lavoratori dal giogo del capitalismo militarista.
A farci bene sperare nell’avvenire in primo luogo sta appunto la spudoratezzacon cui i massimi esponenti della borghesia intesista a Versailles hanno elaborato i loro piani di conquista, di presa di possesso delle materie prime e delle energie economiche di tutto il mondo, di violazione dei diritti e degli interessi di quattro quinti dell’umanità. Sempre più si diffonde la coscienza che quel trattato, espressione suprema delle bieche voglie di dominio e di sfruttamento del grande capitalismo, è un insulto alla ragione e all’umanità, e che non può esser attuato, ma dovrà scomparire come un triste fantasma, sommerso dall’onda inevitabile dell’indignazione universale, dell’aborrimento delle nuove guerre, che spingerà ineluttabilmente l’umanità all’unico rifugio e all’unica speranza che in quest’ora possa sorriderle: l’Internazionale Comunista dei lavoratori di tutto il mondo emancipati dallo sfruttamento capitalista indigeno e forestiero.
Non importa se, qua e là, il movimento comunista ha avuto, e avrà ancora, parziali insuccessi e regressi. Sono le alternative inevitabili d’una lotta mortale tra due mondi e due civiltà, d’una rivoluzione mondiale, che coinvolge ora tutti i popoli, anche quelli che sembrano più tranquilli, e che non cesserà se non con la scomparsa della borghesia capitalista.
La eroica tragedia bavarese
La reazione borghese può vantare un solo successo: quello di aver rovesciato, tra fiumi di sangue, la repubblica dei Consigli in Baviera. Non per mancare di rispetto a quegli eroici compagni, un Levien, un Toller, un Muhsam, un Landauer, e mille e mille altri, che difesero eroicamente fino all’ultimo la nostra idea, e per essa caddero sotto il piombo fraterno, o battono, proscritti e perseguitati, le dure vie dell’esilio; ma per ammaestramento di tutti, non sarà inutile chiarire le cause della catastrofe bavarese. Fra queste sta in prima linea, forse, l’errore d’aver creduto alla sincerità della conversione a sinistra dei maggioritari, di coloro che prima del novembre 1918 avevano solidarizzato con la patria germanica, col Kaiser, e poi col governo di Scheidemann fucilatore dei proletari. Avvenne così che i maggioritari bavaresi, fingendosi convertiti al soviettismo per non essere travolti dalla corrente proletaria e rimanere a galla su di essa, ma in cuor loro sempre vagheggianti forme utopistiche di conciliazione e di collaborazione, accettati nel governo comunista ne incepparono la libertà d’azione, paralizzarono in parte le necessarie misure di rigore contro la borghesia reazionaria e complottista, scemarono l’entusiasmo delle masse pel nuovo governo dove v’erano uomini, che non ancora avevano rotto i rapporti ideali e di partito con gli altri maggioritari che, sotto la guida di Hoffmann e con l’aiuto dei Noske e degli Scheidemann, organizzavano la controrivoluzione.
La fisima dell’unità proletaria e socialista fu la palla di piombo che trasse a fondo la rivoluzione comunista in Baviera. Né bisogna dimenticare che i nostri compagni bavaresi, come i russi ma in proporzioni maggiori, commisero l’errore di non assicurarsi in precedenza l’adesione dei contadini; e che si lasciarono trascinare, verosimilmente dagli intrighi maggioritari ed ebertisti, a dar inizio all’azione quando, appunto per il contegno dubbio dei contadini, essa non era ancora matura.
Ma l’insuccesso bavarese, per quanto doloroso, non è che un episodio secondario della grandiosa lotta mondiale. I compagni comunisti e indipendenti di Germania ripareranno agli errori, e faranno trionfare la vera rivoluzione socialista perché il proletariato tedesco, ammaestrato dalla dura esperienza di sei mesi di governo dei traditori del socialismo, sempre più si volge verso quelli. L’arma di cui Scheidemann e C. si sono valsi finora per conservare il dominio delle masse è stato il timore che la rivoluzione sociale scatenasse nuovamente la guerra con l’Intesa, e la speranza che questa avrebbe fatto condizioni sopportabili di pace ad una Germania ordinata. La speranza è fallita; e con essa si avvicina al tramonto, in tutta la Germania, il potere della socialdemocrazia. La Germania, con la pace di schiavitù o senza, è destinata a diventare il massimo centro mondiale della rivoluzione proletaria internazionalista.
I successi comunisti in Ungheria
E’ interessantissimo quanto avviene in Ungheria. Dopo aver tentato di silurare la repubblica dei Consigli con le promesse, che il gen. Smuts, il generale degli intrighi, doveva recare al popolo ungherese se si fosse lauda-biliter subjectus, l’Intesa quando vide che i contadini e gli operai ungheresi preferivano la fame con la libertà al pane capitalista condito del sale amaro della schiavitù, gettò via la maschera e ricorse ai consueti sistemi di violenza, sempre, s’intende, in omaggio al diritto dei popoli di autodecidersi.
E fu subito messa in azione l’arme, vile e perfida e insidiosa ben più dei sottomarini, del blocco di affamamento. E, con la promessa di ripartire le spoglie della disgraziata Ungheria, furono spinti contro la Comune ungherese i Cechi da Nord, i Rumeni sa S. E., i Serbi da S., e si tentò anche, ma senza successo, gli Austriaci da Nord-Ovest. E le borghesie di questi paesi, sorte appena a vita statale con la divisa dell’indipendenza nazionale, non esitarono un istante a farsi strumento delle bieche voglie reazionarie del capitalismo occidentale, opprimendo un popolo che chiedeva solo d’esser lasciato libero di provvedere ai casi suoi come gli talentava.
La reazione borghese si vedeva già arrivata a strozzare la rivoluzione proletaria in Ungheria, come in Baviera. E’ vero che i Serbi, dopo i primi passi avanti, eran costretti a fermarsi, verosimilmente perché la rivolta bolscevica cominciava già a serpeggiare nelle loro stesse file, ma Cechi e Romeni avanzavano rapidamente, e già le agenzie in solluchero li annunziavano a pochi chilometri da Budapest, l’odiata capitale rossa. E non bastava strozzare la Comune: bisognava seppellirla anche nel cuore del proletariato mondiale, diffamandola.
Così si mise in giro la storiella che Béla-Kun, l’energico condottiero comunista ungherese, e gli altri Commissari del popolo, avevano chiesto di arrendersi a discrezione, a condizione di aver salva la vita, e avevano già mandato all’estero le ricchezze predate …
Ma, che è e che non è, la scena cambia di improvviso, Béla-Kun non fugge né s’arrende, ma dichiara che la Comune ungherese sarà difesa fino all’ultimo. L’esercito rosso non si sbanda né getta le armi, ma tiene testa sulla Theiss ai Romeni, li ferma, li fa indietreggiare a Szolnok, respinge i Cechi a Fulek e riacquista al governo proletario questa regione. E l’avanzata dei lanzichenecchi della controrivoluzione è arrestata di netto, il Governo dei Consigli è forte più che mai.
Che è successo? Siamo costretti a congetturare, dato che i giornali borghesi non amano parlar molto dei nostri successi. Verosimilmente, deve essere scoppiata l’agitazione rivoluzionaria o nella stessa Romania, o nella vicina Bulgaria, costringendo nell’un caso o nell’altro il governo borghese romeno a pensare alla difesa della propria esistenza. Inoltre, l’esercito rosso d’Ucraina avanzava in soccorso dei compagni ungheresi, passava il Dnestr, minacciava la Romania, penetrava in Galizia avvicinandosi ogni giorno a dar la mano agli Ungheresi. E la rivoluzione in Ungheria sarà salva.
Tra poco un avvenimento storico, l’incontro dei rivoluzionari russi cogli ungheresi, echeggerà come squillo di vittoria del proletariato e della Rivoluzione mondiale.
G. Sanna