Dizionarietto sindacale marxista
Categorie: Italy, Union Question
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L’apoliticità dei sindacati
La neutralità dei sindacati non soltanto è dannosa per la classe operaia ma è anche inattuabile. Nella lotta fra capitale e lavoro, nessuna organizzazione di massa degli operai può rimanere neutrale. Per conseguenza neanche i sindacati possono restare neutrali nei loro rapporti col partito borghese e col partito del proletariato. I dirigenti della borghesia ne sono pienamente consapevoli; ma allo stesso modo che è indispensabile per la borghesia che le masse credano in una vita nell’al di là, così pure essa ha bisogno che le masse credano che i sindacati possano rimanere apolitici e neutrali di fronte al partito operaio comunista. Per dominare e spremere il plusvalore dagli operai, la borghesia ha bisogno non solo del prete, del poliziotto, del generale, della spia, ma anche della burocrazia sindacale, dei dirigenti operai, che predichino la neutralità e la non partecipazione alla lotta politica.
(Dalle «Tesi e deliberazioni del III Congresso mondiale dell’Internazionale Comunista», Libreria editrice del P.C. d’Italia, 1921, p. 163-4).
Il valore dei contratti collettivi
La credenza nel valore assoluto dei contratti collettivi, diffusa dagli opportunisti di tutti i paesi, deve essere decisamente respinta dal movimento sindacale rivoluzionario. Il contratto collettivo è null’altro che una tregua d’armi. Gli imprenditori violano sempre i concordati, non appena se ne offre loro la minima occasione. Il culto del contratto collettivo dimostra che i dirigenti della classe operaia sono profondamente pervasi dalla ideologia borghese. I sindacati rivoluzionari non devono ripudiare il contratto collettivo, ma devono riconoscere la relatività del suo valore, e tener sempre presenti i problemi intorno al metodo di infrangere questi contratti, qualora l’interesse della classe operaia dovesse richiederlo» (Ivi, p. 180-181).
Oggi, i dirigenti della classe operaia vorrebbero addirittura dar forza di legge ai contratti collettivi, demandandone la tutela alla magistratura borghese!
Le «giuste cause»
La citazione seguente vale per coloro i quali, ammettendo che nei licenziamenti possa esserci una «giusta causa», riconoscono per ciò stesso che gli interessi proletari possano e debbano essere subordinati a considerazioni di buon funzionamento dell’apparato produttivo aziendale o nazionale, e che, inchinandosi di fronte a tali considerazioni, i sindacati debbano tranquillamente firmare la messa sul lastrico anche di un solo proletario.
«I partiti comunisti debbono stabilire rivendicazioni la cui realizzazione costituisca una necessità immediata ed urgente per la classe operaia, e debbono propugnare queste rivendicazioni oggi, appunto, lotta contro i licenziamenti, per l’aumento dei salari, per la diminuzione delle ore di lavoro attraverso le lotte delle masse, senza preoccuparsi del fatto che esse siano compatibili con l’economia di guadagno della classe capitalistica. I partiti comunisti devono prendere in considerazione non già la capacità di esistenza e di concorrenza dell’industria capitalistica, non già la forza di resistenza delle finanze capitalistiche, bensì la gravità della miseria che il proletariato non può e non deve sopportare». (Ivi, p. 65).
Lotte articolate o generalizzate?
«Il Partito comunista, evidentemente, non può rinunziare neppure ad azioni parziali limitate territorialmente, ma i suoi sforzi debbono convergere a trasformare ogni più grossa lotta locale in una lotta generale del proletariato. Come, per sostenere gli operai lottanti in una determinata branca di industria, esso ha il dovere di chiamare alla riscossa possibilmente la intera classe operaia, così per sostenere gli operai lottanti in un determinato punto ha l’obbligo di far levare in piedi, nella misura del possibile, gli operai degli altri centri industriali. L’esperienza della rivoluzione dimostra che quanto più vasto è il campo di battaglia, tanto maggiori sono le probabilità di vittoria. La borghesia, nella sua lotta contro la progrediente rivoluzione mondiale, si appoggia da una parte sull’organizzazione delle guardie bianche, dall’altra sullo sgretolamento della classe operaia e sulla lentezza della formazione del fronte unico proletario. Quanto maggiori sono le masse del proletariato che entrano in lizza, quanto maggiore è il campo di battaglia, tanto più il nemico sarà costretto a dividere e disseminare le forze».
(Ivi, p. 76)
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