CINESERIE PREMARXISTE DI MAO-TSE-TUNG Pt. 1
Categorie: China, Maoism, Opportunism
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Il classismo, vale a dire il modo di interpretazione materialistico delle leggi dello sviluppo storico, è rimasto nel patrimonio dottrinale del Partito Comunista Cinese. E ciò parrebbe dimostrare che il PCC è in regola con il marxismo. Non basta forse, per potersi considerare dei marxisti, essere maneggiatori del classismo? Accade, invece, che lo speciale tipo di classismo adoperato dai teorici del PCC e da essi applicato allo studio della società cinese, dia dei risultati pratici completamente opposti a quelli che si ottengono applicando il classismo marxista. Ciò non deve stupire. Esiste, infatti, un genere di dottrine classiste che nulla hanno a che vedere col marxismo, e tale fenomeno fu denunciato dallo stesso Marx in una lettera a Wedemeyer del 1852, lettera cui Lenin diede ampio risalto nel suo «Stato e Rivoluzione». È tra i classisti non marxisti che dobbiamo annoverare i teorici del PCC. A tale conclusione non siamo certo giunti oggi. Le teorie pseudomarxiste che vengono spacciate dai capi del PCC sono vecchie di decenni. Solo che l’occasione di ritornarci sopra ci è offerta oggi dalla pubblicazione del discorso pronunciato il 25 febbraio 1957 da Mao-Tse-Tung dinanzi al Supremo Consiglio di Stato. Per il resto le disposizioni in esse contenute non sono certamente una novità.
Il discorso di Mao è un lungo testo che ha per titolo «Sulle contraddizioni nel popolo» ed è diviso in 12 capitoli, troppi per permetterci di analizzarli in un solo articolo, data la ristrettezza di spazio di cui soffre questo foglio. D’altra parte non conviene occuparsene in maniera affrettata, perché nel documento sono contenute preziose ammissioni circa la realtà sociale della Cina odierna.
Il documento appare ispirato dalla profonda emozione che invase i regimi demopopolari d’Europa e d’Asia allo scoppio della rivolta di Ungheria dello scorso novembre. Infatti, numerosi sono i richiami e le allusioni all’esperienza ungherese che ricorrono nel testo. Veramente, importa relativamente poco il congetturare circa le cause occasionali che indussero le alte dirigenze del PCC a ricapitolare le note posizioni del movimento in una relazione affidata a Mao-Tse-Tung e — fatto che fa scervellare gli appassionati dei «misteri» politici — a renderla di pubblica ragione a distanza di cinque mesi. Quel che soprattutto interessa è che tutto il lungo esposto appare pervaso dalla intenzione di ribadire energicamente il principio fondamentale della «coesistenza pacifica» delle classi entro lo Stato popolare cinese. A leggere attentamente le argomentazioni di Mao si ricava, infatti, la netta impressione che massima preoccupazione dei capi del PCC è il consolidamento e la perpetuazione delle basi interclassiste del nuovo Stato popolare. Soprattutto appare chiaro che il pericolo che i capi del PCC paventano di più, è che le contraddizioni operanti all’interno della società cinese trovino la loro risoluzione mediante mezzi non pacifici, cioè appunto mediante il ricorso alla «via ungherese».
Perché diciamo che il PCC segue un metodo classista non marxista? Se non esistesse tutta l’esperienza trentennale del revisionismo cinese il discorso di Mao basterebbe da solo a fornircene il motivo. Ma Mao-Tse-Tung ammette che esistono «contraddizioni all’interno dello Stato popolare cinese, riconosce cioè che la società cinese attuale è divisa in classi sociali antagonistiche. In altre parole, riconosce che entro la società cinese si svolge una lotta di classe. Ma da tali premesse, egli non arriva — e con lui la dirigenza del PCC — a conclusioni marxiste.
Tutta la costruzione ideologica del PCC si fonda sulla tesi della duplicità dei «tipi di contraddizioni» operanti nella compagine sociale cinese. Avremmo, in Cina, due tipi differenti di contraddizioni sociali. Quindi: due tipi differenti di lotta di classe. E lasciamolo dire a Mao in persona:
«Guidato dalla classe lavoratrice e dal Partito Comunista, e unito come un uomo solo, il nostro popolo di 600 milioni di individui è impegnato nella grande opera di edificare il socialismo. L’unificazione del paese, l’unità del popolo e delle varie nazionalità: queste sono le garanzie fondamentali per il sicuro trionfo della nostra causa. Sarebbe ingenuo pensare che non ci sono più contraddizioni. Sarebbe come ribellarsi alla realtà oggettiva. Abbiamo di fronte due tipi di contraddizioni sociali: contraddizioni tra noi e l’avversario e contraddizioni nel popolo: questi due tipi di contraddizioni sono di natura totalmente differente».
A parte il fatto che si dice «unito come un uomo solo» un popolo che poi si riconosce essere diviso da contraddizioni sociali, è chiaro che Mao procede a suddividere la compagine sociale cinese nei due campi opposti del POPOLO e dell’ANTI-POPOLO, della Nazione e dell’anti-Nazione. Ed ecco il primo tipo di contraddizione sociale che Mao-Tse-Tung definisce «contraddizione tra noi (leggi: Repubblica Popolare) e l’avversario» (leggi: Kuomintang e governo di Ciang Kai-Scek). Poi, abbiamo il secondo tipo di «contraddizioni», cioè quelle che operano all’interno dello stesso «popolo». Naturalmente sia il «popolo» che l’«anti-popolo» sono visti come raggruppamenti, o per meglio dire, come coalizioni di classi sociali. A rigor di logica, si hanno due tipi differenti di lotta di classe: l’una che si svolge all’interno del popolo, l’altra che oppone il «popolo» al campo dei «nemici del popolo».
Vedremo in seguito come la realtà oggettiva alla quale Mao mostra di inchinarsi dimostri come le contraddizioni che esistono entro il popolo siano reali ed effettive, mentre le «contraddizioni» tra il campo dei «nemici del popolo» e certe classi che compongono il popolo stesso — come la borghesia «nazionale» — abbiano soltanto un valore polemico. Ma quello che importa ai capi del PCC è di mantenere in piedi la finzione dei «due tipi differenti di contraddizioni». Ciò serve a giustificare due tipi differenti di soluzione da apportare alle contraddizioni sociali. Il ragionamento scorre come l’olio: se esistono due tipi di lotta di classe nella società cinese, ne consegue che il PCC e lo Stato popolare debbono condurre in maniere differenti la lotta di classe. E come? Usando la maniera violenta e dittatoriale in un caso, percorrendo la «via pacifica» e democratica nell’altro. Così lo Stato popolare cinese diventa bifronte come Giano: da un lato esso mostra il volto terribile del terrore e della repressione incondizionata; dall’altro lato, sfoggia il sorriso della collaborazione e della discussione fraterna.
Su di chi lo Stato popolare esercita la dittatura e il terrore? Sui «nemici del popolo», cioè sui capitalisti burocratici e sugli agrari, di cui si attribuisce la rappresentanza politica al Kuomintang. Secondo Mao la contraddizione che oppone costoro allo Stato popolare ricade nella categoria delle «contraddizioni antagonistiche», e, in quanto tale, va risolta con i mezzi di repressione dello Stato.
Queste cose è meglio sentirle dalla bocca di Mao-Tse-Tung: «La nostra è una dittatura democratica del popolo, guidata dagli operai e basata sull’alleanza tra operai e contadini. Che scopo ha questa dittatura? La sua prima funzione è sopprimere le classi e gli elementi reazionari e quegli sfruttatori che si pongono contro la rivoluzione socialista, sopprimere tutti coloro che tentano di far naufragare la nostra costruzione socialista; e cioè, risolvere le contraddizioni tra noi e l’avversario all’interno del paese. Per esempio, arrestando, processando e condannando certi controrivoluzionari, privando per un certo periodo di tempo gli agrari e i capitalisti burocratici dei loro diritti di voto e di libertà di parola: tutte cose che rientrano nella portata della nostra dittatura.
«La seconda funzione di questa dittatura è di proteggere il nostro paese da attività sovversive e possibili aggressioni del nemico esterno. Se qualcosa di simile avviene, è compito di questa dittatura risolvere la contraddizione esterna tra noi e il nemico. Lo scopo di questa dittatura è di proteggere tutto il nostro popolo così che esso possa lavorare in pace e fare della Cina un paese socialista con un’industria, un’agricoltura, una scienza e una cultura moderna».
Ricapitolando, la dittatura democratica, ecc., ha da svolgere due funzioni: risolvere le contraddizioni tra lo Stato popolare e il nemico interno (capitalisti burocratici e agrari) e la contraddizione tra lo stesso e il nemico esterno (imperialisti americani e governo di Ciang Kai-Scek). Positivamente, lo scopo della dittatura è di proteggere tutto il popolo intento alla «costruzione del socialismo». Ma da quali classi è composto il tanto decantato popolo? La formula spacciata dal PCC è risaputa da decenni: proletariato, contadini, borghesia «nazionale» ed intellettuali; che all’interno del «popolo», di questo popolo quadriclassista, esistano delle contraddizioni è ammesso dai teorici del PCC. Nel suo discorso, Mao afferma: «Nel popolo le contraddizioni sono sempre esistite». E chi gli potrebbe dar torto, visto che il famoso «popolo» altro non è che un modo diverso di chiamare la società borghese partorita dalla rivoluzione antifeudale? Veramente una descrizione della società borghese non può dirsi completa se si omette di citare la classe dei proprietari fondiari. Va detto però che Mao-Tse-Tung non la perde di vista, soltanto che la pone, in compagnia dei capitalisti «burocratici», nel campo avverso a quello in cui milita la borghesia, sia pure «nazionale».
Ma torniamo alle «contraddizioni dentro il popolo». Con la stessa decisione con cui commina morte civile e morte fisica ai controrivoluzionari nemici del popolo, Mao afferma che le contraddizioni dentro il popolo sono «NON-ANTAGONISTICHE». E, in quanto tali, la loro risoluzione non richiede l’intervento della dittatura e del terrore.
Dice Mao-Tse-Tung: «Le contraddizioni tra noi e i nostri avversari sono antagonistiche. Nelle file del popolo le contraddizioni tra i lavoratori non sono antagonistiche, mentre quelle tra gli sfruttatori e le classi sfruttate hanno, a parte il loro aspetto antagonistico, anche un aspetto non antagonistico. Nel popolo le contraddizioni sono sempre esistite. Ma il loro contenuto è diverso in ogni periodo della rivoluzione e durante l’edificazione del socialismo. Nelle condizioni esistenti in Cina attualmente, quelle che chiamiamo contraddizioni nel popolo comprendono: le contraddizioni tra gli operai, quelle tra i contadini, quelle tra gli intellettuali, quelle tra gli operai e i contadini da una parte e gli intellettuali dall’altra, quelle tra gli operai e gli altri lavoratori da una parte e la borghesia dall’altra, quelle entro la borghesia nazionale, e così via».
Fermiamoci un momento. Verrebbe proprio la voglia di dire, con facile scherzo, che nulla è più contraddittorio e confuso del modo in cui Mao tratta le… contraddizioni sociali cinesi. Infatti, sotto la stessa denominazione di «contraddizione» vengono elencati i contrasti tra classe e classe e i contrasti di categoria entro le varie classi — purché i traduttori occidentali (abbiamo il testo del discorso nella versione pubblicata dal socialista «Mondo Operaio», n. 5, giugno 1957) non abbiano fatto un solo fascio degli ideogrammi! O forse, ipotesi più fondata, la confusione deriva dal classismo «sui generis» professato da Mao-Tse-Tung.
(continua al prossimo numero)