Sull’elettore una lacrima
Categorie: Electoralism, Italy
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Non parliamo delle complicazioni tecniche della prossima competizione schedaiola. Hanno, certo, la loro parte, poiché è difficile pensare come l’elettore comune se la sbrigherà, essendo chiamato a votare contemporaneamente con due sistemi diversi, per partiti collegati in una e divisi nell’altra, per candidati che qui si abbracciano e là si fanno il broncio. Non parliamo neppure della fungaia di partiti, movimenti e contrassegni, nella quale sarà condannato a trovare la strada. Vogliamo alludere all’atmosfera generale in cui i capocomici del mondo borghese hanno voluto che le elezioni avvenissero.
In realtà, l’elettore che si fosse addormentato quindici giorni fa e solo ora si risvegliasse, avrebbe forse l’impressione di atterrare dal mondo della luna; ma chi non ha dormito ha sopportato un bombardamento propagandistico tale da stordirlo forse più di chi semplicemente dormiva. Fino a pochi giorni fa, sulla scena internazionale, gli schieramenti di guerra si fronteggiavano con l’arme al piede: di qui il bene, di là il male (a seconda della prospettiva di chi guardava); di qui capitalismo, di là socialismo (per chi ci credeva), e la convivenza pacifica fra i due era bensì auspicata come un pio desiderio, ma era sempre ribadita la necessità di crociate liberatrici o da questo o da quello dei contendenti. La scena, in piccolo, alla buona, si ripeteva in campo interno, essendo ormai riconosciuto da tutti che i fronti interni sono come le piccole onde di una tempesta esterna, e meccanicamente la riflettono: anche sul fronte interno, dunque, avversari irriducibili si fronteggiavano, e dalla sconfitta dell’uno o dell’altro (sconfitta incruenta, schedaiola) pareva che dipendessero i destini dei singoli e dell’universo.
Adesso? Adesso, precipitosamente, i contendenti-crociati di Oriente e di Occidente si scambiano cortesie, prigionieri e, fra poco, anche merci; il cielo è tutto un volo di colombe; la convivenza pacifica non è più soltanto possibile, come avrebbe detto il defunto Generalissimo, ma necessaria; gli americani non sono più seminatori di bacilli in Corea; i governanti russi non sono più, a detta dei giornalisti in viaggio d’istruzione a Mosca, quei mostri che la stampa ufficiale americana dipingeva, ed è un frettoloso correre al tavolo delle trattative, un gareggiare in zelo cristiano e in pia fratellanza. I candidati in giro d’affari sulle piazze d’Italia rischiano, per forza d’inerzia, di lanciare contumelie e strali ad «avversari» che qualora la situazione evolvesse proprio così, ridiventerebbero, finite le elezioni, amici e colleghi di gabinetto. Davvero, l’elettore in cabina suderà otto camicie per orientarsi, in questo ginepraio: e non è detto che prima del 3 giugno la scena non sia di nuovo cambiata.
Egli non ha capito che, fra capitalisti, pace e guerra sono ugualmente possibili giacché tutte due sono «affari», e tutto sta a stabilire, volta per volta, quale rende di più; che i due «contendenti» sono non i crociati di due mondi diversi, ma i concorrenti alla fetta maggiore dello stesso mondo, ugualmente imperialisti e rapinatori; che, per il fatto stesso di prospettare la loro coesistenza pacifica, si confessano appartenenti alla stessa classe, giacché se due classi opposte rappresentassero, non accetterebbero di convivere in pace ma tenderebbero a distruggersi a vicenda; che, a loro volta, i partitoni «nazionali» sono sempre e organicamente pronti a ridarsi la mano, oggi o domani, come ieri. Egli non l’ha capito, altrimenti non correrebbe all’urna, ma a mezzi più persuasivi di affermazione.
L’elettore andrà a sbrogliare la sua matassa, né possiamo illuderci di togliergli la benda dagli occhi. La sbrogli o no, questa volta come tutte le altre volte il suo voto obbedirà non ai dettami misteriosi della coscienza o della «volontà popolare», ma all’attrazione di giganteschi campi magnetici internazionali su pagliuzze di ferro inconsapevoli, sballottate di qua e di là nel gorgo dell’imperialismo. E la scena, dopo sudate otto camicie, sarà esattamente la stessa di prima.