Inchieste sui braccianti
Categorie: Agrarian Question, Italy
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L’Istituto Doxa ha svolto la solita inchiesta «col metodo del campione» sulle condizioni di vita di alcune categorie agricole. Si sa che cosa sono queste inchieste: sommarie nel metodo di rilevazione, cervellotiche nella scelta delle domande; bisogna prenderle con beneficio d’inventario, cioè ritenendo sempre un tantino più nera la situazione reale rispetto a quella rappresentata. Ragione di più per tenerne conto: il quadro che ne risulta, fatta la debita tara, basta largamente a condannare un regime.
L’inchiesta si riferisce ai braccianti settentrionali e meridionali; fa un solo fascio di condizioni molto diverse. Prendiamola per quel che è. Una precedente rilevazione aveva dato, per i braccianti agricoli, un reddito annuo medio per famiglia di 340.000 lire contro 592.000 del reddito annuo familiare sul totale della popolazione. I risultati dell’inchiesta odierna (dicembre 1952) sono ben lontani da quell’ottimistica (e pure spaventosa) cifra: infatti, tenendo conto dei salari medi, del medio numero delle giornate di lavoro, dei proventi di altri membri della famiglia, le entrate di puro lavoro della famiglia bracciantile media (insistiamo che si tratta di un personaggio fittizio, cioè appunto medio) risultano dell’ordine di 180-200 mila lire all’anno; aggiungete regalie e retribuzioni in natura (comprese le nerbate del padrone o le cariche della Celere?) e sarete molto al di sotto delle cifre 1948. Si aggiunga che la media dei giorni di lavoro effettivo compiuto nell’anno è di 204 giorni (ma il 22% ha risposto di aver lavorato fra 151 e 200 giorni, e il 14% da 71 a 100!).
Ancor più significative sono le risposte generiche a domande altrettanto generiche: traspare un fondo di disperazione. «Non mangiamo abbastanza», «non riesco a trovare lavoro», «poca paga e molto lavoro», «ho molti bambini», «non si può vivere», «si guadagna poco e si muore di fame», sono un continuo e angoscioso leit-motiv. Richiesti quale pensino che sarebbe il guadagno mensile giusto per una famiglia come la loro, il 26% rispose: 30 mila, solo il 20% 40 mila; e sembra di vederli toccare il cielo col dito. Richiesti se sperano di divenire proprietari di un terreno in un futuro non troppo lontano, il 44% ha risposto: «Impossibile; ridicolo; non può succedere». Il 43% emigrerebbe, se appena fosse possibile.
La riforma agraria? Meno male, il 23% risponde che non è una cosa seria, che è un imbroglio; il 12 per cento non ne ha mai sentito parlare; le risposte negative o evasive superano le positive (d’altronde caute). Lasciamo stare le domande e le risposte «politiche»: non ci fidiamo. Ma ci sembra caratteristica la cautela dell’intervistato: nelle risposte si avvertono la diffidenza, il sospetto, la paura. «Nessuno può aiutarci», «non so», «nessuna risposta», altro motivo ricorrente.
In tutto questo, nulla di nuovo; lo sapevamo da un pezzo. Ma è interessante che ce lo dicano, con molti riguardi e smussando gli spigoli, proprio gli organismi «ufficiali» o quasi. Il che non impedirà loro di riempirci le tasche con la retorica della «vigoria» e «sanità» contadina. Sfido, è la sorda sopportazione dello sfruttamento. Per ora; domani, i braccianti che «non sanno» e dichiarano che la situazione è «irrimediabile» e «nessuno può aiutarci», sapranno dimostrare anche agli statistici (per i quali, tuttavia, non sarà un «campione» probante) che conoscono la loro strada.