Partito Comunista Internazionale

Confindustria, CGIL e siderurgia

Categorie: CGIL, Italy, Nationalization, Steel production

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Nel penultimo numero abbiamo pubblicata una documentata critica del progetto di legge per la nazionalizzazione dell’industria siderurgica e meccanica presentato dalla opposizione social-comunista in Parlamento. Ne mettevamo in risalto il movente demagogico e l’assoluta mancanza di contenuto «socialista», provando come, a termini del progetto, il passaggio della proprietà e della gestione delle industrie siderurgiche e meccaniche nelle mani dello Stato conserverebbe intatti il carattere e il funzionamento di azienda capitalista alla vagheggiata impresa di Stato. I nostri argomenti erano raggruppati in due ordini:

  1. La Costituzione del Consiglio di Amministrazione della proposta Azienda di Stato lascia inalterato il controllo del Governo, cioè del comitato di interessi della borghesia sull’importante ramo della produzione che si pretende demagogicamente di sottrarre con la nazionalizzazione allo sfruttamento capitalista. Infatti, il progetto prevede che su 22 membri del Consiglio solo 6 dovrebbero essere rappresentati da delegati dei Sindacati, essendo i rimanenti esponenti dei Ministeri dell’Industria e Commercio, del Tesoro, delle Finanze, della Marina Mercantile, delle organizzazioni padronali (3) degli agricoltori (1) degli artigiani (1) e via di seguito. Tutte le nomine dovrebbero essere approvate dal Capo dello Stato e dal presidente del Consiglio: oltre a trovarsi in minoranza, gli «esponenti degli operai» ammesso che si trattasse di autentici lottatori, e non di volgari opportunisti, dovrebbero ottenere dunque il nullaosta del Governo, del Governo dei capitalisti. Non basta. Altro mezzo molto efficace di controllo sarebbe esercitato dal Governo mediante il sovvenzionamento dell’impresa. Come, dunque, il popolo, il famoso popolo, riuscirebbe a controllare la siderurgia nazionalizzata?
  2. Il carattere capitalistico dell’azienda nazionale della Siderurgia invocata dai parlamentari social-comunisti e dalla F.I.O.M., risulta, molto meglio che sul terreno delle istituzioni, su quello dei compiti. Come sarebbe gestita la massa di impianti e di mano d’opera, una volta passata sotto il controllo diretto e la proprietà dello Stato? Già provammo che non si farebbe nulla di diverso da quello che fa qualunque impresa privata, un qualunque consiglio di Amministrazione di una qualunque società per azioni. Il progetto parla chiaro: aumento della produzione, ammodernamento degli impianti, diminuzione dei costi di produzione (art. 5). Mettemmo in risalto la stridente contraddizione che esiste tra la richiesta frenetica di rinnovamento dell’industria nazionale, patriotticamente sognata dallo stalinismo, e la pretesa di difendere il posto di lavoro agli operai. È nota la concatenazione delle cause: rinnovamento degli impianti, cioè nuovi investimenti, producono (altrimenti non varrebbero la spesa) maggiore produttività degli impianti, cioè sostituzione della macchina all’uomo. Altra via per arrivare alla sospirata meta della diminuzione dei costi di produzione non esiste, economicamente parlando. Per questa ragione (imprescindibile nel regime capitalistico delle aziende e dei bilanci aziendali) gli operai delle società siderurgiche stanno vivendo ore di angoscia. I vecchi impianti vengono smontati; al loro posto, o in altre aziende consociate nella Finsider (Cornigliano, Piombino, Bagnoli) ne sorgono di nuovi ad alto potere produttivo che rendono superflua parte della mano d’opera. 

I vecchi impianti offendono la coscienza patriottica del P.C.I. e della F.I.O.M., sempre pronti a sbandierare gli ultramoderni ritrovati della tecnica russa, e a gridare, per ingraziarsi le simpatie elettorali degli esportatori, contro gli alti costi di produzione delle merci italiane. Si vuole quindi che lo Stato intervenga con il suo potere di irregimentazione e il suo denaro a somministrare una cura ricostituente alla siderurgia nazionale, la quale, nonostante i piagnistei, gode già i favori dello Stato tramite l’I.R.I.. Si chiedono nuovi investimenti, impianti più potenti, abbassamento dei costi di produzione: le stesse cose cioè che la Finsider, mediante il piano Sinigaglia, sta perseguendo ed attuando. Aggiungendosi poi che il progetto social-comunista prevede il riscatto dei titoli degli azionisti mediante trasformazione delle azioni presenti sul mercato in obbligazioni garantite dallo Stato, e generatrici di un interesse al 5%, non si capisce in che la siderurgia nazionalizzata si diversificherebbe dalla siderurgia para-statale, semi-nazionalizzata quale esiste oggi. Tuttavia, la F.I.O.M. e la Finsider fanno mostra di combattersi.

Recentemente sono comparsi due documenti ufficiali, emanati dalle «parti in lotta», i quali stanno a provare appunto la perfetta concordanza di concezioni sui compiti dell’azienda, sia essa vista sotto la veste giuridica privatistica, sia sotto quella statalista, fra i pretesi rappresentanti della classe operaia, annidati negli apparati dei Sindacati e dei Partiti pseudo socialisti, e i dichiarati esponenti del Capitale in una controversia politica, che serve unicamente la conservazione del capitalismo.

Chiaro appare il parere espresso dalla Finsider per bocca del suo presidente ing. Sinigaglia. Questi, alla fine di marzo, esaminava la situazione e le prospettive dell’industria siderurgica in una intervista al giornale economico milanese 24 Ore. Veramente, le dichiarazioni del Sinigaglia miravano a controbattere certe accuse di monopolismo mosse all’industria italiana da una rivista americana (da quale pulpito veniva la predica!), ma contengono prese di posizioni che hanno una diretta attinenza ai termini della polemica (sterile polemica) suscitata dalla C.G.I.L. sul tema doloroso dei licenziamenti nelle industrie siderurgiche.

Non potendo esaminare passo per passo l’intervista del magnate della Finsider, ci limiteremo a stralciare il punto più importante per gli operai: quello riguardante i licenziamenti. Affrontando tale punto, scabroso, l’ing. Sinigaglia, come ogni industriale degno di questo nome, si rifaceva al problema dei prezzi. Negato che i prezzi siderurgici italiani siano circa il doppio di quelli esteri, egli ammetteva che la differenza si aggira fra il 20 e il 30%. Poi passava ad esaminare le cause di questo notevole scarto, che raggruppava sotto quattro voci. Quali? Risparmiamo al lettore le solite lamentele sulla intensità della pressione fiscale, sui costi del rottame che in Italia sarebbe il quadruplo di quello registrato in Inghilterra e il triplo di quello registrato in Germania (a questo punto l’intervistato coglieva l’occasione per additare la creazione di impianti a ciclo integrale, di cui gli operai stanno appunto pagando le spese sotto forma di licenziamenti e miseria, come una condizione necessaria per ovviare in parte al maggiore costo del rottame). Sorvoliamo pure sull’altro «fattore di svantaggio» che contribuirebbe a tenere alti i costi di produzione, e cioè l’alto costo del denaro.

Soffermandosi invece sul capoverso che l’ing. Sinigaglia intitolava schiettamente: «Il gravame della mano d’opera». Il passaggio contiene chiaramente esposta la spiegazione del fenomeno dei licenziamenti: «Si pensi che, con un impianto moderno, si possono ora produrre fino a 200 tonnellate-anno di acciaio per unità lavorativa (e in America, anzi, il livello è ancora più alto), mentre in Italia siamo ancora ad un rendimento di 80-90 tonnellate-anno per operaio. Tale enorme differenza è dovuta in parte alla arretratezza degli impianti (il che tormenta i sonni dei nazionalisti alla Di Vittorio) e in parte all’eccesso della mano d’opera, nonché all’ovvia necessità, d’ordine politico-sociale, di graduarne nel tempo gli alleggerimenti (leggi: licenziamenti) connessi col ridimensionamento dei vecchi impianti e con la creazione di impianti moderni, i quali ultimi, peraltro, assorbono (ricordate che è il presidente della Finsider che parla) un numero notevole di lavoratori (il che, secondo la nuda realtà, è falso; diciamo noi)».

Per comodità di discussione, sarà meglio interrompere la citazione, e passare all’esame del memoriale che in data 29 marzo 1953 (Unità dello stesso giorno) la segreteria della C.G.I.L. inviava a De Gasperi e Campilli. Ci siamo impegnati a dimostrare che le richieste dei sindacati stalinisti in merito alla crisi siderurgica coincidono a puntino con le pretese degli industriali. Ed allora facciamo parlare le scartoffie firmate da lor signori.

Sfrondando il memoriale della solita zavorra di parole, atte a commuovere e null’affatto a realizzare alcunché di concreto, le richieste della C.G.I.L., in ordine alla «salvezza delle aziende minacciate e per la soluzione del problema siderurgico», si riducevano alle seguenti: 1) piano a lungo periodo per lo sviluppo della produzione siderurgica attraverso l’effettuazione di investimenti organici, in primo luogo nelle aziende sotto il controllo statale. 2) un piano di finanziamento del mercato di sbocco all’interno dei prodotti siderurgici e meccanici, potenziando ed ampliando gli strumenti di finanziamento ai fini dell’industrializzazione del Mezzogiorno e della meccanizzazione dell’agricoltura. 3) Riorganizzazione del settore siderurgico e meccanico controllato dallo Stato, unificandone la direzione industriale. 4) Protezione dell’industria nazionale contro i tentativi di penetrazione commerciale dei monopoli stranieri.

Tutto qui, almeno per quello che riguarda l’assoluta concordanza fra le rivendicazioni della C.G.I.L. e quelle dei famosi «gruppi monopolistici», cui Di Vittorio minaccia (a vuoto) di tagliare la testa. Infatti, il primo punto concorda appieno col programma della Finsider. Il piano Sinigaglia (di cui migliaia di operai stanno pagando le conseguenze) non si prefigge, forse, e non ha di già attuato in parte un programma organico di investimenti, miranti all’ammodernamento degli impianti? D’altra parte, la distinzione che nel campo siderurgico la C.G.I.L. istituisce fra aziende private e aziende «sotto controllo statale» è pura demagogia, dato che, come abbiamo dimostrato altra volta, lo Stato controlla attualmente, attraverso l’I.R.I., la quasi totalità dell’industria siderurgica, sicché chiedere al governo di sovvenzionare le «aziende siderurgiche sotto controllo statale» equivale a invocare lo stanziamento di fondi statali a favore della Finsider, e cioè dei signori azionisti che la F.I.O.M. dice di voler cancellare dalla faccia della terra.

Per quanto riguarda il secondo punto, in cui si chiede al Governo di facilitare il finanziamento del mercato di sbocco interno dei prodotti siderurgici, abbiamo già sentito le doglianze dell’ing. Sinigaglia: fate lavorare la zecca per noi, e in compenso sarà possibile abbassare i prezzi (eterna canzone), per cui i cafoni del Mezzogiorno saranno messi in grado di acquistare i prodotti della meccanica. Quel che vuole il presidente del massimo trust siderurgico italiano è insieme l’oggetto dei patriottici desideri del segretario della C.G.I.L. e membro della Direzione del P.C.I.: Fateci la carità, voi del Governo, di permetterci di abbassare i prezzi dei prodotti meccanici, e noi ci impegnamo a trasformare il Mezzogiorno in una sorta di bacino della Ruhr. Oh, come canta bene la sirena confederale… e come le sue note armonizzano con quelle uscite dalle gole dei nostri capitalisti. Che sarà, un effetto di contatti telefonici?

Il terzo punto, poi, è un autentico esempio di come si sfondino le porte aperte, dato che tutti i cani delle strade d’Italia sanno fin dalla nascita che al mondo non esiste paese in cui l’industria, specie quella siderurgica, sia più unificata, coccolata e imbeccata dallo Stato, che in Italia. Basti dire che la Finsider, alias I.R.I., alias lo Stato di Roma, controlla più del 50 per cento della produzione siderurgica (la percentuale aumenta se si aggiunge la produzione della Cogne). Che vuole la C.G.I.L.? Che anche le aziende siderurgiche ora fuori dal cartello statale vi entrino? È proprio quello che sta facendo la Finsider, che costringe alla chiusura aziende anche importanti, e si avvia al raggiungimento del controllo totale della siderurgia. In quanto al quarto punto (difesa dell’industria nazionale contro le invadenze della concorrenza straniera) ci sarebbe da ridire, se non si trattasse di combattere contro le manovre di istupidimento delle masse condotte dalla C.G.I.L. e dal P.C.I. Dire al capitalista di difendersi dalla concorrenza straniera o locale importa poco, è come supplicare un lupo di mantenersi i denti in buono stato. Se poi il capitalista, o un Consiglio di Amministrazione, è tanto fesso da farsi fregare, e i sindacalisti e i parlamentari dei partiti che si dicono del proletariato gli insegnano il modo migliore di fregare il concorrente anziché farsi fregare, che significa ciò, se non che i capi del proletariato hanno reso un ottimo servizio al capitalismo? Eppure, nei manifesti elettorali, il P.C.I. e la C.G.I.L. si producono alle folle sotto le vesti di feroci nemici dello sfruttamento capitalista, e di paladini del socialismo…

Un punto controverso, una zona di conflitto, esiste pur tuttavia fra padronato siderurgico e burocrazie confederali: lo scottante problema dei licenziamenti. L’ing. Sinigaglia, e con lui si intende indicare il padronato e la Confindustria, non ha peli sulla lingua. Concludendo la sua dichiarazione sui problemi della mano d’opera, egli così si esprimeva: «È opportuno sottolineare che i licenziamenti di operai non sono dovuti né al Piano Finsider né al Piano Schuman, ma semplicemente alla urgente necessità di abbassare i costi di produzione dell’acciaio per consentire una vita più sana all’industria meccanica, alla quale è interessato un numero di operai enormemente maggiore di quello addetto alla siderurgia». Più che giusto! Dire che i licenziamenti non sono dovuti né al Piano Finsider né al Piano Schuman, ma solo alle conseguenze degli investimenti e dell’installazione di nuovo macchinario, equivale a dire la verità, e al capitalismo, che non può esistere senza rivoluzionare continuamente, senza fare investimenti, cioè senza sostituire ai vecchi impianti altri più produttivi. Signor Sinigaglia, certamente siete un nemico del socialismo; ma, bisogna riconoscervi il merito di parlar franco. Così facendo, dimostrate chiaramente quel che siete: uno strumento per tradurre in ordini spietati le feroci esigenze del Capitale. Non così fanno purtroppo i presunti capi della lotta contro il capitalismo, i napoleoni delle Direzioni dei partiti pseudo-proletari e delle Confederazioni opportuniste, i quali, mentre si inchinano reverentemente agli appetiti del Capitale e chiedono investimenti su investimenti, aumenti di produzione su aumenti di produzione, ammodernamenti su ammodernamenti, hanno poi la suprema faccia tosta di presentarsi come difensori degli interessi degli operai. Sono i nemici occulti del socialismo, come voi, egregio ingegnere, siete, insieme con i vostri pari, i nemici palesi…

Torniamo all’argomento. I licenziamenti che fanno respirare meglio le aziende in fase di riordinazione, immergono migliaia di famiglie proletarie nella disperazione. Quale prova più eloquente che il capitalismo e proletariato sono termini inconciliabili, per cui il progresso dell’uno significa ribadimento della schiavitù dell’altro? Pure, i burocrati della C.G.I.L. pretendono di accordare gli opposti interessi, di favorire nel caso specifico il progresso tecnico ed industriale della siderurgia e di allontanare dal proletariato lo spettro del licenziamento e della fame. Ebbene, cosa propongono allo scopo? Una misura tipica del protezionismo statale capitalista. Si legge infatti nel progetto di legge per la nazionalizzazione della siderurgia – che discende dalle stesse premesse tenute presenti nella stesura del memoriale della C.G.I.L. – un articolo (n. 15) in cui è prevista la costituzione di un fondo di dotazione della proposta Azienda Nazionale siderurgica di 100 milioni di lire. Egualmente invocando la revoca o la sospensione dei licenziamenti in corso, il memoriale della C.G.I.L. chiede «adeguate misure finanziarie». Tutto ciò significa che la C.G.I.L. propone di addossare allo Stato la spesa di quella massa di salari che il rinnovamento tecnico della siderurgia rende superflua. Non occorre essere indovini per supporre che la Finsider, se il Governo acconsentisse alla transazione, non avrebbe alcuna necessità di operare i licenziamenti odierni, visto che a fornire il denaro per i salari della mano d’opera esuberante provvederebbero i contribuenti.

La posizione della C.G.I.L. è dunque quella tipica dell’opportunismo. Essa tende a creare una zona di intesa fra interessi del Capitale e del lavoro salariato (impossibile su scala sociale) nell’ambito dell’azienda. La C.G.I.L. chiede di collaborare con la Finsider per costringere lo Stato ad aprire la borsa in nome dell’egoistico interesse dell’azienda. Infatti, dato che lo Stato non può stampare carta moneta a volontà, le sovvenzioni alla Finsider necessariamente comporterebbero il disinvestimento dei capitali statali da altri rami della produzione sovvenzionata (cantieristica, idrocarburi, Cassa del Mezzogiorno, ecc.), per cui la revoca dei licenziamenti all’Ilva o alla Terni sarebbe pagata dalla classe operaia con le riduzioni di lavoro e i licenziamenti in altri rami della produzione. È questo, che vuole la C.G.I.L.? Non è detto apertamente, e si capisce il perché, ma lo si desume dalle richieste confederali. Così, la lotta sordida delle categorie prende il posto della lotta di classe, l’opportunismo aziendista soffoca il classismo rivoluzionario, la nazionalizzazione rafforza le aziende e alimenta l’aristocrazia operaia.

Che bisogna dunque volere? La volta scorsa promettemmo di esporre la tesi nostra, ma, essendo necessario anzitutto sapere che cosa bisogna non volere e non fare, abbiamo preferito dedicare un altro articolo alla parte critica e negativa della discussione. Bisogna anzitutto che gli operai si convincano della verità incontrovertibile che la nazionalizzazione delle imprese non elimina, in quanto conserva le aziende e la contabilità aziendale fondata sull’entrata e sulla uscita espressa in denaro, il carattere capitalistico della produzione. Bisogna anzitutto che gli operai comprendano come la politica economica dei falsi partiti socialisti collimi coi canoni fondamentali dell’economia capitalista. Del resto, noi non possediamo la ricetta per sanare i mali del capitalismo: se essa esistesse, come pretendono i sindacalisti alla Di Vittorio, a che varrebbe auspicarne la morte? La mossa iniziale della distruzione del capitalismo non può giocarsi sul terreno delle riforme economiche, ma su quello dell’insurrezione armata contro il potere dello Stato politico borghese. La volta prossima sarà quella buona, speriamo, per anticipare gli effetti che il colossale rivolgimento nell’organizzazione della produzione e della distribuzione dei beni economici provocherà nel campo siderurgico.