Partito Comunista Internazionale

Misteri del capitalismo di Stato

Categorie: State Capitalism, Tariffs, USSR

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Il cavallo di battaglia dello stalinismo, e non solo dello stalinismo dato che ad intorcarlo non si rifiutano né trotzkisti né altri esponenti dell’angoscia esistenzialistica applicata al comunismo, è costituito – chi non lo sa?! – dalla noiosa quanto idiota rappresentazione di una Russia priva di una classe borghese statisticamente rilevabile. Solo i funzionari del catasto, per i quali la proprietà che non risulti registrata nelle sacre scartoffie non esiste, o i notai, dovrebbero soddisfarsi delle rifriggiture di rancide teoriuzze, che Marx doveva liquidare coprendo di ridicolo chi – un secolo fa – battezzava per «socialismo» le gestioni statali del Re di Prussia! Purtroppo, a ritenersi arcisoddisfatti sono molti che si reputano marxisti. Sono per lo più teoricastri che fanno scoperte del genere: «In Russia non esiste mercantilismo, poiché non esiste compravendita del salario, dato che la mano d’opera non è “libera”». Quasi che in America o in Italia, ove esistono campi di lavoro forzato o l’istituzione del soggiorno obbligato, i salariati potrebbero scegliere tra il vendere la propria forza di lavoro al capitalista e, poniamo, ritornare all’economia naturale in qualche isola inesplorata del Pacifico.

Altra cretinata. Recentemente, la stampa stalinista si inebriava della dimostrazione della assenza nell’economia russa delle forme aziendali proprie delle anonime, o società per azioni, traendo la solita conclusione: niente azionisti, niente capitalismo. Altra gente, non meno fessa, sostiene la stessa cosa, giungendo però alla conclusione esilarante che siamo in Russia alla presenza di una «nuova formazione» del capitalismo. Già, perché gli azionisti, i consigli di Amministrazione, i bilanci pubblicati sulla stampa, forse che li troviamo in Russia? Infatti non se ne trovano tracce. Potremmo obiettare, senza tema di smentita, che il capitalismo senza società per azioni era conosciuto molto bene dal solito Marx, il solito secolo fa, dato che le anonime si svilupparono proprio sotto i suoi occhi, come sa chiunque abbia dato una scorsa non dico al «Capitale», ma al più pedestre manuale di storia della economia politica. Potremmo mostrare che Marx già prima che sorgessero le società per azioni aveva scoperto le leggi di movimento del capitalismo. Se l’assenza di forme giuridiche di proprietà in Russia (dove peraltro il credito si vale di titoli di Stato e di moneta fiduciaria) mettono nell’imbarazzo i cattivi lettori di Marx, affare loro. Noi ci vediamo chiaramente, benché non sia possibile scorgere le persone degli affaristi sfruttatori.

Non occorre andare a sfidare la polizia segreta di Russia per raccogliere campioni di affaristi e di speculatori della più pura acqua borghese, i quali operano essendo privi della proprietà del capitale che maneggiano, non proprietari, non iscritti al catasto. Essi esistono ed agiscono segretamente – fino a quando qualche scandalo non li tiri fuori dall’ombra – nella nostra Italia, la terra ove tanti imbecilli negano l’esistenza del capitalismo di Stato.

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È dei giorni scorsi lo scandalo finanziario che ha avuto come protagonista una intraprendente signora, al secolo Ebe Roisecco. Costei è riuscita ad arraffare decine e decine di milioni, si dice addirittura un miliardo, con l’ausilio di operazioni finanziarie quanto mai semplici, veramente alla portata di un ragazzetto, se i ragazzetti avessero libero ingresso nelle banche e nei ministeri. Di che si tratta? Bisogna sapere che esiste in Italia, come in Russia o in America, una importante istituzione riguardante il commercio con l’estero, e cioè il regime dei contingentamenti delle merci da esportare o da importare e delle licenze. Nei trattati commerciali internazionali i Governi fissano i limiti del volume delle esportazioni-importazioni, per cui i traffici da e per l’estero sono soggetti alle licenze ministeriali. Le licenze sono di per sé una merce, e attorno ad esse fiorisce già un vasto affarismo, cui sono interessati procaccianti, speculatori, spedizionieri, ecc. Ma le grosse operazioni generatrici di profitti fantastici, si avvalgono di altro meccanismo. Ad esempio, della licenza in temporanea.

Si sa che lo Stato impone dazi protettivi sulle merci provenienti dall’estero. Chi però possiede la licenza in temporanea per la importazione di una qualsiasi merce straniera viene esonerato dall’obbligo di fare fronte ai dazi e agli altri gravami fiscali. Ciò perché la merce straniera è considerata temporaneamente importata, e cioè solo per il tempo necessario a trasformarla o ad usarla nella fabbricazione di una altra merce, destinata all’esportazione. Esempio: un importatore di zucchero che opera sotto la protezione della licenza in temporanea può fare entrare in Italia una partita di zucchero versando all’Ufficio Cambi solo il controvalore in lire dell’importo dello zucchero al prezzo praticato sul mercato d’origine, poniamo a L. 100. Se costui, venendo meno all’obbligo di riesportare lo zucchero sotto forma di ingrediente, poniamo, della marmellata o del cioccolato o del latte in polvere, riesce a rivenderlo sul mercato nazionale ove per i dazi e gli altri aggravi fiscali il prezzo dello zucchero raggiunge le 250 lire, egli avrà realizzato un utile gigantesco. Se si considera che le partite di zucchero importate raggiungono il volume di migliaia di tonnellate, si comprende come gli utili debbano arrivare alle stelle, sulla scala di miliardi di lire. Altro che dividendo pagato su pacchetti azionari!…

Si dirà che non a tutti è concesso di poter finanziare la importazione di 3.000 oppure 4.500 tonnellate di zucchero o di farina. Anche ottenendo l’esonero da dazi, a siffatte operazioni occorrono finanziamenti di centinaia di milioni. Orbene, la dinamica signora di cui ci stiamo occupando, i milioni non li possedeva affatto. Pare che, per le operazioni del genere che abbiamo illustrato, ella si servisse di crediti ingenti ottenuti da terze persone o da Aziende di credito, cui corrispondeva interessi altissimi rilasciando effetti cambiari.

I dati sono tratti da l’Unità cioè proprio dal giornale che dovrebbe guardarsi come dalla peste dal pubblicare cose simili. Perché da esse emerge chiaramente come sia possibile nell’ambito dell’economia capitalistica funzionare da sfruttatore senza possedere alcun titolo di proprietà sul capitale gestito, che può appartenere benissimo, come succede in Italia, allo Stato, tramite il controllo che esso esercita sulle banche. Ed essendo provato che si svolge una inequivocabile economia di sfruttamento e di speculazione affaristica senza che siano statisticamente esistenti le personificazioni dello sfruttamento, le persone fisiche e i nomi degli sfruttatori, non si dimostra con ciò che non basta addurre la mancanza (che poi è non-visibilità) di una classe proprietaria o di azionisti in Russia per dimostrare che entro i confini di questa esiste il «socialismo» o una forma «nuova» di capitalismo? In Russia esistono tutte le condizioni dell’affarismo speculatore, tipico del capitalismo, e cioè il danaro, il commercio, il regime delle licenze. Se domandate ad uno stalinista perché mai, date le condizioni e le premesse di ordine economico e tecnico, in Russia non allignerebbe l’affarismo, egli vi risponderà parlandovi dell’«Uomo nuovo sovietico», cioè di una nuova forma della zoologia naturalmente refrattaria alle tentazioni della speculazione, dell’affarismo, del peculato, sensibile solo al comandamento innato del «giusto» guadagno! La credenza dello stalinista non è meno ingenua della tronfia disquisizione del teorico da baraccone che verrà a parlarvi della famosa burocrazia statale russa come di una «nuova» forma della classe borghese. Ma l’origine è la stessa: l’idealismo, cioè la tendenza a spiegare la società partendo dalla Volontà e dalla Coscienza. Chi indaga materialisticamente i fatti sociali e spiega la sovrastruttura sociale, politica, culturale, ecc. con le determinanti della base produttiva, non si lascia far fesso dalle serenate dell’opportunismo, non si ferma al dilemma capitalismo privato-capitalismo di Stato, ma va al fondo delle cose. Riduce il capitalismo alla sua essenza: il salariato; e con esso è in grado di spiegare la lotta di classe, lo sfruttamento, l’affarismo, la corruzione, la prostituzione, la delinquenza, tutte le contraddizioni e le infamie del capitalismo. Dove esiste salariato, cioè compravendita della forza di lavoro, ivi esiste il capitalismo, cui nulla toglie o aggiunge la gestione statale della produzione.

Per chi non è accecato da pregiudizi volontaristici, i misteri del capitalismo russo si svelano, non già viaggiando in Russia, e nemmeno in Italia, ma stando sdraiati sulla poltrona di casa a leggere banali quotidiani. Ma andatelo a dire ai geni incompresi costruttori di teorie (prefabbricate)!…