Credito… socialista
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Il vice Primo Ministro di Polonia Gede, nel corso delle cerimonie ufficiali tenute a celebrazione dell’VIII anniversario della firma del Trattato di amicizia con la U.R.S.S., ha pronunciato un discorso nel corso del quale ha creduto suo dovere gettare le fondamenta della teoria sulle differenze (sentite un po’) tra il credito praticato dal capitalismo e il credito… socialista. Il credito, il commercio del denaro, detto pure con termine scortese strozzinaggio, è dunque una categoria eterna, immutabile, indistruttibile della produzione di beni economici, sia che essa si svolga nei rapporti schiavistici oppure capitalistici oppure socialistici? Neppure il proletariato organizzato in classe dominante potrà dunque cancellare la figura sociale del creditore (che può essere benissimo impersonato da un Ente statale, come ci insegnano i vari E.R.P., M.S.A., ecc.) dalla compagine sociale? A stare a sentire il vice Primo Ministro polacco Gede e l’Unità (30-4-1953) che orgogliosamente ne pubblica il detto, neppure il socialismo potrà liberarci dal pagamento di interessi, dalle cambiali, dalle tratte, dagli assegni bancari!…
Il discorso del vice Primo Ministro è un esempio non raro di esaltazione del nazionalismo economico. Col cuore gonfio di sacro orgoglio patriottico Gede annunciava che, grazie agli aiuti sovietici (vedremo poi fino a che punto disinteressati) la Polonia per la prima volta nella sua esistenza statale possiede una industria automobilistica. Il Salone automobilistico di Torino non avrà certamente tremato nelle fondamenta al solenne annunzio, ma il fatto rimane: anche la Polonia avrà la sua industria nazionale delle automobili. Non diversamente si costruisce l’indipendenza nazionale. Non basta. La Polonia si sta incamminando verso il riscatto della soggezione all’estero per quanto riguarda l’industria pesante. Tra breve il complesso siderurgico di Nowa Huta, la nuova città che sorge presso Cracovia, produrrà le prime centomila tonnellate di acciaio. Le aziende che esportano prodotti siderurgici in Polonia sono avvisate; proseguendo il piano sessennale di sviluppo dell’industria polacca, i loro mercati di sbocco sono in pericolo, non importa se poi i partiti comunisti locali sputeranno fiamme e fuoco per ottenere l’allargamento delle esportazioni. Non manca, nel programma produttivo del governo polacco, una iniziativa di chiaro carattere affaristico, voluto evidentemente dalle bande di speculatori che si arricchiscono, sotto tutte le latitudini, sulle costruzioni di «pubblica utilità». Si tratta della Metropolitana di Varsavia. Il tunnel sotterraneo, come tutte le «opere del regime» destinate a nutrire insaziabili schiere di profittatori colpendo contemporaneamente l’ingenua meraviglia delle masse, avrà il suo lato sensazionale; passerà sotto la Vistola. Preparatevi a vedere le fotografie su l’Unità della Metropolitana-subfluviale.
Abbiamo detto: un programma economico nazionalista. Potremmo dilungarci su tale argomento, facendo risaltare che il vantato internazionalismo che impronterebbe i rapporti tra i cosiddetti paesi di nuova democrazia e l’U.R.S.S., si addimostrа, sul piano economico-produttivo, una mera lustra propagandistica, dato che, lungi dall’inserirsi in un piano di produzione supernazionale, che è la premessa indispensabile della produzione socialista, i singoli Stati satelliti della Russia lavorano affannosamente a creare aziende nazionali: la «propria» industria automobilistica, la «propria» industria siderurgica, la propria industria idroelettrica e via dicendo. È chiaro che l’industrializzazione delle zone orientali dell’Europa non solo acutizza la lotta per i mercati accumulando le cause del conflitto mondiale, ma crea le premesse degli stessi conflitti intestini nel blocco russo, siccome il caso della Jugoslavia insegna. Poiché non si può ammettere che il Governo di Mosca non scorga i pericoli connessi agli inevitabili scontri dei nazionalismi economici dei satelliti (che già negli anni scorsi hanno portato ai processi e alle esecuzioni capitali di Rajk in Ungheria, di Kostov in Bulgaria, di Slansky e compagni in Cecoslovacchia) si deve concludere che la Russia stessa sia materialmente interessata nei piani produttivi dei suoi satelliti. Né si tratta di una mera illazione fondata su un ragionamento che, avendo le leggi economiche capitalistiche uguale applicazione dappertutto, non sarebbe arbitrario. Esistono le prove di fatto.
Il vice Primo Ministro Gede teneva a rilevare nel corso del suo discorso, che il fabbisogno di materie prime dell’industria polacca (minerali di ferro e metalli non ferrosi, leghe di ferro, materie prime chimiche, prodotti petroliferi) viene coperto, anche per le conseguenze del blocco economico decretato dagli Stati Uniti, dalle esportazioni russe. Ad una successiva precisazione il carattere di «aiuto» delle merci russe appariva inequivocabilmente. La parola «aiuto» nella lingua capitalista ha più di un significato dato che l’obolo concesso ad un mendicante e la partita di merci assegnate ad un’azienda si definiscono con lo stesso termine. Il Ministro Gede traduceva in termini di moneta gli «aiuti» russi alla Polonia: 2 miliardi e 200 milioni di rubli rimborsabili sotto forma di merci. «Il tasso dei crediti è minimo – si scusava Gede – e le condizioni di pagamento sono fissate sotto forma di convenienti forniture di merci facenti parte dell’assortimento commerciale normale». In altri termini, il Governo «socialista» di Mosca, tramite normali giri di banche, concede un prestito di 2200 milioni di rubli al Governo polacco aggiudicandosi un interesse che secondo Gede, sarebbe minimo. Non è detto però a quanto si cifra il tasso di interesse. Resta assodato che il Governo russo esporta dei capitali e che si trova nella posizione di creditore nei confronti del «popolo fratello» di Polonia. L’industrializzazione che tanto inorgoglisce il partito e il governo comunista polacco, altro che atto di solidarietà, è un affare, un volgare affare capitalistico, un’operazione finanziaria della Russia «Paese del socialismo». Il fatto che gli interessi, oltre le quote di ammortamento, saranno corrisposti alla Russia sotto forma di merci, non cambia nulla, essendo l’interscambio delle merci un fatto di ordinaria amministrazione nel commercio estero dei paesi capitalistici.
È chiara dunque la ragione dell’impossibilità di un piano di produzione che sia pure lontanamente rassomigli al socialismo. La Polonia deve avere la sua industria nazionale perché ciò è imposto dal bisogno dell’economia russa di espandersi, di conquistare mercati di sbocco, di collocare capitali. D’altra parte, il Governo satellite di Varsavia si adegua alle esigenze russe non solo per puro spirito di servilismo (benché le armate russe siano un efficace argomento contro le loro eventuali resistenze) essendo anche esso interessato alle gigantesche operazioni finanziarie. Per meglio dire vi sono interessate le anonime bande di sfruttatori di cui esso è espressione e strumento. A giustificazione, l’ineffabile Gede sfornava le sue «scoperte» tra le differenze «dell’aiuto economico all’interno dei due sistemi capitalista e socialista». La sua ardimentosa critica non andava oltre la distinzione che «mentre i creditori capitalisti impongono ai loro debitori, nello spirito dei propri interessi egoistici merci spesso inutili, a condizioni economiche e politiche umilianti, il credito sovietico ha per scopo un aiuto fraterno destinato ad assicurare ai paesi debitori un pieno sviluppo economico».
La differenza tra capitalismo e socialismo sarebbe dunque la stessa che passa tra uno strozzino che presta al 70 per cento e l’«onesto» risparmiatore che vi concede in prestito il «frutto dei sudati risparmi» solo al 20 per cento! Dal che si vede che il «socialismo» dei partiti stalinisti è solo un capitalismo «onesto», cioè una coglionatura.