[RG-8] Riuscitissima riunione a Genova dell’organizzazione del nostro Partito
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Non certamente inferiore nel successo alle precedenti riunioni inter-regionali (preferiamo non chiamarle nazionali, anche per la partecipazione di elementi esteri) e alle due recenti e plenarie di Milano e Forlì, è stata quella tenuta a Genova nei giorni 25 e 26 aprile, organizzata dalla sezione e dalla federazione locale con impegno, attività e risultati ottimi.
Le delegazioni locali presenti con indicazione del numero dei delegati erano le seguenti: Genova 6, Ventimiglia 3, Oneglia 2, Arenzano 1, Riva Trigoso 1, Pieve 1, Torino 6, Asti 4, Casale 1, Milano 6, Treviso 1, Palmanova 1, Trieste 4, Ravenna 1, Cervia 2, Forlì 2, Firenze 6, Piombino 1 (rappr. anche Portoferraio), Roma 3, Napoli 5, Torre Annunziata 3, Gravina 1, Cosenza 1, Messina 1, Carrara 2. Per impossibilità di venire avevano aderito Parma e Bologna. Degli esteri presenti: Marsiglia 2, aderenti Winterthur, Bruxelles.
Presenziavano altri compagni di Genova e dei centri vicini oltre le delegazioni, e alcuni provati simpatizzanti e lettori della nostra stampa, in quanto sicuri antipatizzanti di qualunque altra corrente.
Le due giornate si svolsero secondo la formula originale già stabilita con partecipazione unanime fatta di compostezza e profondità di lavoro e di serio entusiasmo. Il superamento di ogni solita formula ipocrita sugli ingredienti di base e direzione, nella inscindibile organicità impersonale del partito, lascia dietro di sé ormai dimenticato il funerale di terza classe fatto a tutti i delusi azzeccagarbugli che in innumeri edizioni infestano il movimento rivoluzionario, e che non hanno più l’ambito borghese onore di essere attaccati, dato che ben altri e laboriosi compiti ci chiamano.
Nella riunione della sera del sabato 25 il centro esecutivo svolse la normale relazione sull’organizzazione, le sue condizioni e il suo lavoro rilevando i sicuri e notevoli sviluppi del chiaro orientamento dei gruppi, il graduale e serio proselitismo, l’interessamento sempre più marcato di autentici proletari e di giovani, l’assoluta assenza di screzi e dissensi di qualsiasi natura, il successo ormai pieno del riordinamento selettivo eseguito oltre un anno addietro col solo fine di rafforzare e migliorare il partito al di sopra di ogni scoria.
Dopo aver fornito chiarimenti a molti compagni su detto tema il relatore si occupò della stampa di partito rilevando il successo della edizione «Dialogato con Stalin» di cui si farà presto una ristampa, e si diffuse sull’aspetto finanziario del nostro lavoro nei vari campi. Seguirono varie richieste e proposte e si convenne tra l’altro di far al più presto uscire un fascicolo della rivista del partito con le modalità del caso atte a premunirci da apocrifi, e da confusione con pubblicazioni intrinsecamente deteriori.
Per l’ordine degli argomenti facciamo cenno di altra riunione della serata del 26 in cui, dopo breve rapporto di un compagno francese, si esaminò la situazione dei nostri rapporti coi gruppi di Francia e si tracciò al riguardo un piano di comune lavoro.
Il rapporto sul tema: Economia e crisi dell’occidente
Il compagno relatore premise che questa riunione avrebbe impostato una fase dedicata ai problemi dell’America e dei paesi capitalisti occidentali in genere dopo che un lavoro notevole precedente ha cristallizzato in linee sufficienti a una definizione generale il nostro modo di considerare la Russia e la sua economia sociale, e posto in evidenza il concetto marxista delle doppie rivoluzioni innestate l’una sull’altra, o rivoluzioni impure, (dando al termine una portata non morale ma solo storica). Il Dialogato ed altri testi hanno abbastanza sistemata tale parte, dobbiamo ora studiare una rivoluzione pura ossia soltanto anticapitalista e proletaria, di cui la storia ha forse un esempio solo: la Comune di Parigi, tanto grande quanto sconfitta. Dichiarare dunque perché affermiamo possibile ed inevitabile la rivoluzione anticapitalista negli Stati Uniti e nei paesi oggi a questi connessi.
In un’introduzione fu ricordata la sistematica delle riunioni precedenti. Non essendo la nostra scuola o accademia, ma fucina rivoluzionaria, gli argomenti non vennero toccati in un prestabilito ordine di stampo ideologico. Ma, come sarà meglio ripetuto in pubblicazioni di testi estesi, sono nelle varie occasioni stati elaborati i punti: Teoria generale sociale e storica – Economia capitalista – Integrale programma socialista – Cicli della rivoluzione proletaria – Storia del movimento comunista – Odierna economia russa – Economia di occidente – Condizioni per la ripresa rivoluzionaria – Misure immediate postrivoluzionarie in occidente – Compiti attuali diretti del movimento.
Nella prima parte, svolta nella mattinata della domenica, fu ricapitolata in un vasto giro la teoria delle rivoluzioni plurime che numerose presenta la storia. La posizione marxista non può essere intesa se non si stabilisce una distinzione scolpita a grandi tratti tra le varie «aree» e i vari «periodi» della rivoluzione del proletariato, in cui sono diversi i tipi e gli aspetti della grande antitesi: proletariato contro borghesia. Diversi ma ben definiti e non suscettibili di sorgere a piacere di critici e politici equivoci; diversi ma ben stabiliti sulla linea dei principii originali e invarianti del comunismo, a partire dal Manifesto.
La critica e la battaglia cominciano ad avere per obiettivo l’area inglese. In essa è del secolo XVII la scomparsa di ogni potere ed economia feudale con la rivoluzione di Cromwell e restano due soli attori: proprietari e industriali da un lato, e operai dall’altro. Qui con valore universale si imposta la scoperta delle leggi della produzione capitalista che preparano non una evoluzione ma una serie di crisi e una catastrofe finale, e permettono di fondere in un solo getto il programma comunista, e per sempre. Tale dato esiste fin dal 1840, data in cui si attua la sostituzione del comunismo scientifico ai primi utopici socialismi.
La seconda area da considerare è quella Europea occidentale, con la serie di abbattimenti del feudalesimo precapitalista, che si apre in Francia nel 1789, ma per comprendere Germania, Italia, e minori paesi, continua fino al 1871. Con tale data e in tale area si pone fine alle lotte in cui il proletariato sostenne la borghesia – e ben doveva sostenerla, anche in quanto ve lo conduceva un partito marxista – e si completava la sistemazione degli stati nazionali e l’avvento di piene forme di proprietà e di produzione capitaliste. Ogni volta in tale fase il proletariato tenta di spingere la lotta oltre in un abbattimento della borghesia, che si getta a sterminare spietatamente l’alleato di prima. Per un momento vince la Comune, poi soccombe alla alleanza di borghesia francese e tedesca; si apre la grande era della autonoma lotta della classe operaia.
Una terza area, quella nordamericana, non ha un’origine da vittoria contro regime feudale, ma parte dallo svolto della guerra civile del 1866, con la quale si afferma il modo di produzione industriale europeo contro un tentativo di economia da «terre libere» con forme rurali e schiaviste di lavoro. Tale area si salda con quella di Europa, come questa si è saldata con quella inglese, e forma la grande area che possiamo dire euramericana in cui la posizione ininterrotta della nostra scuola dei marxisti radicali (soli marxisti) stabilisce che è controrivoluzionario chiunque, in guerra, in pace, in qualunque forma di politica borghese, attua collaborazione della classe proletaria, con lo Stato nazionale o con gruppi e opposizioni non classiste.
Non può applicarsi ugual norma e dottrina nell’area dell’Europa est, ossia Russia e alcuni paesi limitrofi e balcanici. In Russia e nel sud-est di Europa sussistono le forme sociali e politiche feudali fin dopo il 1871. Ma da tale data vi sono in questi paesi con vario sviluppo anche partiti operai e gruppi marxisti. Il tema di doppia rivoluzione, che non può più porsi nell’area ad occidente (che tuttavia prima del 1871 lo aveva ben conosciuto e soprattutto nel classico esempio Germania 1848, risolto con la formula rivoluzione permanente dalla teoria marxista, finito per allora con doppia sconfitta, in guerra civile) si impone storicamente e si risolve senza esitare con la dichiarazione di aiuto e perfino di gestione proletaria di una rivoluzione capitalista.
Al 1917 questa area dà una doppia vittoria in guerra civile, e questa ripiega in una mezza vittoria-mezza sconfitta nel campo sociale. Le forze proletarie sono giustamente state date, e giustamente si è tentato di andare in fondo: ma la rivoluzione diveniva permanente solo se dilagava nell’area occidentale. La colpa se non fosse assurdo parlare di colpe, è di noi soltanto, comunisti di occidente. Oggi non resta che la sola rivoluzione capitalista, la cui fase positiva storicamente e socialmente sta, nella Russia vera e propria e nei paesi europei limitrofi, per chiudersi.
Alla grande area euramericana che merita e attende una pura rivoluzione comunista, si contrappone oggi una grande area eurasiatica che svolge due rivoluzioni in un processo colossale, ma a cui il marxismo non nega il compito grandioso e rivoluzionariamente positivo di sostituire a regimi feudali e patriarcali un mercantilismo internazionale con le forme industriali di produzione, pur sapendo che si appoggia così un vivo trapasso inseparabile dall’avvento di forme nazionali, borghesi, piccolo borghesi, romantiche: tutti valichi e premesse per il socialismo proletario mondiale.
Il marxismo rivoluzionario deve a questi moti piena solidarietà, ed in loco il proletariato deve ad essi appoggio e alleanza, anche in quanto essi contrastano la pressione imperialista con moti di indipendenza di razza e xenofobi, poiché sono forze che rompono la cerchia della supercentrale capitalista, e se la crisi non azzanna questa alla gola e la forza proletaria di occidente non le colpisce al cuore, la vittoria mondiale non è possibile. Ma certa è la sconfitta se postulati che scimmiottano questi si trapiantano nella società e nella politica di occidente, come turpemente i partiti stalinisti consumano. Se in Russia e in Asia un tale movimento è l’agente di una rivoluzione sola e non di due, in zona nostra esso è il vile agente di una sola controrivoluzione, due non essendo più possibili.
In tutto questo sviluppo il relatore ebbe a toccare temi diversi trattati più volte dalla nostra stampa, e tra l’altro a ricollegarsi, sottolineandolo, al tema di Forlì. Le misure immediate che una rivoluzione operaia attuerebbe in occidente non sono socialismo, ma in campo economico «riforme». Trotsky rinfacciò a Kautsky l’antitesi: voi opportunisti volete riforme prima e rivoluzione dopo, e salvate il capitalismo. Noi vogliamo rivoluzione politica prima, conquista totale del potere; solo dopo riforme sociali, in quanto non si passa in un giorno al socialismo. I doppi opportunisti di oggi non solo vogliono le loro riforme di struttura e non la rivoluzione, ma le loro riforme sono «tecnicamente» opposte a quelle che faremo noi dopo preso il potere. Tendono assolutamente e relativamente a fare i soli interessi del capitale.
Nella seconda parte – nel pomeriggio – il relatore, usando statistiche sia pure di tipo popolare ma provenienti dai nostri avversari, col proposito di una apologia della attuale società americana, e della sua pretesa possibilità di evolversi senza saltare, procurò di allineare i dati e le leggi di questa piena economia capitalista, in tutto paralleli a quelli in base ai quali il marxismo, studiando il capitalismo della prima zona britannica, eresse la dottrina delle crisi, dell’inesorabile disquilibrio, della sopravveniente catastrofe. Non ne furono dati né anticipati i tempi, ma dato ed anticipato il decorso, e se questo si segnerà a cinquantine anziché a decine di anni, ciò varrà tanto meglio a farne compito della specie e della classe rinnovantesi in generazioni, non di pensatori, di profeti e di genii, e tantomeno di decorati e pomposi capi.
Se non fu possibile al relatore dare totale sviluppo ad un simile tema, che comportò la ripetuta definizione caratteristica di tutte le categorie e le «grandezze» basi dell’economia marxista, anche per il limite di tempo e della fatica che costa a chi espone e a chi ascolta una trattazione che non si arrotola nella banalità della parola senza contenuto e della solleticazione retorica, meno ancora è possibile dare in breve sintesi il costrutto.
Le pretese che in America non tenda ad esservi più che una classe media con esclusi gli estremi della gran ricchezza e gran miseria, l’aumentato tenore di vita del lavoratore, la distribuzione di parte dei frutti dell’azienda oltre che ai sottoscrittori di azioni anche ai salariati, furono dimostrate – anche con suggestive citazioni del testo di Marx specie nel II e III tomo del Capitale – del tutto impotenti a sfuggire alla tenaglia delle deduzioni rivoluzionarie.
I salti più impressionanti dei dati statistici di epoche critiche: 1848, 1914, 1929, 1932, 1952, riguardano l’erompere della «produttività del lavoro». Con lo stesso tempo di lavoro si trasformano masse sempre più immense di materie. Dunque poco capitale variabile (salari) molto capitale costante, alta composizione organica del capitale; non altro a noi occorre.
La grossolanità degli errori teorici di Stalin dimostrata nel Dialogato stette nell’abbandonare la certezza della discesa del tasso di profitto, su cui si incardina la dimostrazione della inevitabilità delle crisi di sovraproduzione e poi di sottoproduzione, della insostenibilità finale del modo di produzione mercantile ed aziendale capitalista. La produttività aumenta, ossia aumenta il dominio del lavoro vivo sul lavoro cristallizzato morto, in potenza, ma in effetti il capitale, o lavoro morto, in virtù delle forme giuridiche e statali soffoca quello vivo nei limiti disumani del salariato e del mercato. E tutto avviene nel 1953 e di là dell’Atlantico come vide la nostra teoria rivoluzionaria di qua di esso e più di un secolo prima.
Il saggio del salario ed il tenore della vita o massa di consumo permessa al lavoratore sono in aumento. Ma è il ritmo del loro aumento che non segue che molto distante quello dell’aumento di produttività. Quale la retrograda distanza delle forze del capitale, non personali e non umane? Aumenti con gli effetti della scienza, della tecnica e soprattutto della vastità delle aziende concentrate la potenza produttiva del lavoro. Resti lo stesso il tempo del lavoro, aumenti il salario sia pure al punto che l’aumento in cifra monetaria resista allo svalutarsi del denaro e consenta maggiori acquisti di merci. Ma non diminuisca il tempo del lavoro, che da sessant’anni è fermo su otto ore, piuttosto aumenti a dismisura la massa dei prodotti, che il capitale e lo Stato tengono fermi in pugno, avendo tutti privati di diritto al prodotto, e tutti ridotti alla miseria che vale, non poco consumo, ma nessuna disposizione di prodotto e di riserva. Miseria vale marxisticamente pauperismo nel senso di non possesso di mezzi di produzione e di scorte di merci, non nel senso di bassa possibilità di consumi.
Con la vendita di merci a rate ai salariati li avete spinti sotto lo zero della miseria in quanto sono debitori di consumi già fatti. Se tutto il vostro sistema come noi dimostriamo salta, la massa di operai ad alto tenore di vita piomba di colpo allo zero economico e di consumo, alla vera inedia. Altri gruppi di pretese classi medie della vostra prosperity truffaldina, come nel venerdì nero del 1929, scendono a far parte dell’esercito e dei senza riserva.
Quale l’istanza socialista o comunista? Forse: aumentate il salario, diminuite il profitto e il sopralavoro (che ha funzione sociale da quando il capitalismo ha socializzato mercato e lavoro!), fateci accedere a più vasti consumi, e a più vasto assorbimento dei vostri prodotti di divertimento e di coltura, al tossico che propina scuola, arte, radio, televisione, pubblicità? Giammai. L’istanza è: liberate il lavoro vivo dal peso sinistro di quello morto, mettete il tempo di lavoro in rapporto alla sua potenza produttiva, date la libertà del materiale tempo, la sola che abbia un senso, nel rispetto (come in una splendida citazione finale di Marx) nella necessità inevitabile che lega la umana specie in una lotta incessante, anche futura, contro le condizioni naturali avverse.
Non riforma ma istanza rivoluzionaria formidabile è la fredda richiesta: diminuite il giornaliero tempo di lavoro!
Poiché l’analisi delle cifre dimostra che tale tempo sarebbe oggi calcolabile a pochissime ore giornaliere, ne segue che l’impalcatura sociale americana, tipo oggi classico del capitalismo di sempre, si fonda non su una libertà di corpi e di spiriti, ma su un doppio dispotismo, e dittatura del capitale: il dispotismo aziendale che riduce il lavoratore ad uno schiavo automa ed anche con finte misure di favore gli estorce tempi ulteriori di impegno, il dispotismo sul consumatore, che idiotizza l’operaio a chiedere quei consumi e esaltare quei bisogni che lo rendono una cattiva copia del suo sfruttatore e lo legano al carro sinistro del capitale.
Se davvero una libbra di pane in dieci anni è scesa a rappresentare 6 minuti di lavoro al posto di 12 – se anche è esagerato che negli altri paesi succubi occorre 4 volte più di un tale tempo, e in Russia è ancora nove volte di più, ciò mostra solo l’urgenza che la rivoluzione sociale uccida il capitalismo di America, che di una triplicata potenza lascia un decimo solo ad un distorto e schiavizzante aumento di tenore di vita.
Perché, dopo molti altri raffronti anche con l’industria in Italia, si chiese il relatore, non corrisponde a questo vulcanico sottofondo di crisi un potente movimento di classe, di partito, che di tale istanza integrale faccia la sua bandiera? La colpa totale va al movimento della terza ondata opportunista che tra le due guerre barattò e sabotò tutte le nostre armi teoriche e tecniche. Va nella sporca surrogazione con richieste di un capitalismo addomesticato, tollerabile, popolare! La colpa dunque è di quei russi, stalinisti, cominformisti, che della crisi sociale americana parlano a vanvera.
Come una diversione economica è il tiranneggiare i mercati mondiali e lo sfruttare i paesi satelliti nel gioco dell’imperialismo, che a New York ha la massima centrale, così un ostacolo è il premere di resistenze, di conflitti dei popoli colorati, sono le pretese della neo impalcatura capitalista Russa – fino ad oggi imperialismo improprio in quanto non influisce su veri mercati di oltremare e oltreoceani – di assidersi al banchetto dello sfruttamento sul lavoro universale degli uomini.
Il polipo russo, pauroso agente controrivoluzionario e conservatore nella politica interna di tutti i paesi capitalistici, disfattista della guerra civile proletaria; suo malgrado, e fino a che non lo comprino – operazione possibile e dilatoria, non risolvente e definitiva – a dollari contanti, nel campo internazionale con cannoni, aeroplani e bombe, sabotando le valvole di sicurezza del sinistro mondo occidentale, senza volerlo lavora per la rivoluzione.
Prima o insieme alla terza guerra mondiale, la crisi del sistema di produzione e di consumo americano verrà, e la guerra potrà venire tra America e Russia, come su un altro, alla Stalin, fronte imperialista di rottura. Ma noi vediamo quella crisi sia come inevitabile che come indispensabile per una grande ondata storica della rivoluzione comunista, e colla unità di misura del decennio calcoliamo il tempo di attesa.
La complessa esposizione fu seguita con attenzione e partecipazione massima degli astanti e si chiuse con la certezza unanime che su tale, non brillante, non facile, non rapida via, noi e noi soli seguiamo il filo, talvolta evanescente ed inafferrabile, che conduce verso l’incendio della rivoluzione e la grandiosità del comunismo.