Il Partito Comunista e la questione meridionale Pt.2
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II. Industria ed agricoltura
Tutte queste soluzioni del problema meridionale partono dalla premessa della conservazione della proprietà privata e della società di classi: apertamente quello dei liberisti e dei popolari, copertamente ma non meno effettivamente quello dei social-democratici. Ed appunto in ciò sta l’errore comune ad essi tutti, che li rende illusori od utopistici.
Il capitalista tende per sua natura a sviluppare la produzione industriale a preferenza d’ogni altra, e a mettere quindi la produzione agraria in una condizione di sempre crescente inferiorità relativa di fronte all’industria. Ciò vale tanto per i paesi ad economia generale progredita, quanto per quelli economicamente arretrati: dappertutto, tanto in America e in Inghilterra quanto in Russia o in Italia, la redditività delle aziende agricole e il loro grado di sviluppo tecnico sono ben lontani dal tenere il passo con quelli dell’industria. L’invertimento di tale relazione verificatosi durante e dopo la guerra per effetto degli alti prezzi raggiunti dalle derrate agricole non prova nulla contro la nostra tesi: esso è soltanto uno dei sintomi di disgregamento del sistema economico capitalista. Se per dannata ipotesi il capitalismo dovesse risorgere dalle attuali rovine, ricomparirebbe inevitabilmente l’immensa superiorità redditizia dell’azienda industriale. Questa superiorità ha raggiunto enormi proporzioni soprattutto da quando il capitalismo è diventato monopolista, ingrossando in maniera inaudita i profitti delle grandi imprese industriali monopolistiche.
Il capitale finanziario e la sua politica imperialista di sfruttamento dei paesi coloniali e semi-coloniali, con l’accaparramento privilegiato delle sorgenti di materie prime, dai centri coloniali e semi-coloniali di produzione agraria getta sul mercato materie prime e prodotti agricoli ai bassi prezzi permessi dallo sfruttamento senza limiti della mano d’opera coloniale, mentre con la creazione dei trusts e cartelli tiene elevati i prezzi dei prodotti industriali, sia di consumo che di uso agricolo.
Gli elevati profitti in tal modo conseguiti dal capitale investito nelle intraprese industriali attraggono a queste, mediante la fusione del capitale industriale col capitale bancario, la maggior parte dei capitali disponibili in ciascun paese; altre ingenti quantità di capitale sono assorbite dalla esportazione di denaro all’estero sotto forma di prestiti statali, ecc.; altre ancora dalle enormi spese militari rese necessarie dalla politica imperialista. Per elevare la produttività dell’agricoltura non restano nel caso migliore che le briciole.
Tutto ciò si esemplifica nella maniera più evidente appunto nel Mezzogiorno d’Italia. Il risorgimento economico e culturale del Mezzogiorno dipende da un grande elevamento della produttività e della redditività del terreno. Ma per ottenerlo, occorrerebbe una profonda trasformazione della tecnica agraria mediante vasti lavori di bonifica, di viabilità, di elettrificazione, di trasformazione dei prodotti agricoli, ecc. Ma per fare tutto ciò occorrerebbe un grandioso sforzo finanziario, l’impiego di fortissimi capitali, che, data la natura specifica della produzione agraria, per molti anni non darebbero profitto. È possibile illudersi che lo Stato capitalista italiano sia mai per accingersi seriamente, e non già solo nei discorsi di ministri o di candidati, a una intrapresa così colossale? Credat judaeus Apella… A tale rivoluzione tecnica sarebbe interessato soltanto un regime che mirasse a soddisfare i bisogni della massa popolare, e quindi ad accrescere in tutti i modi la quantità disponibile di generi di prima necessità, che sono appunto quelli di cui nello stato odierno dell’economia mondiale si soffre maggior penuria. Non vi è, non vi sarà mai interessato, un regime capitalista.
Per scarsa che sia la produzione mondiale dei generi di consumo di prima necessità, i baroni della finanza ne troveranno sempre a dovizia per sé, coi loro denari; essi, che pure sono i padroni dello Stato e di tutti i suoi organismi, economici e politici, non hanno alcun interesse diretto ad aumentare la produzione agraria. Il loro interesse si volge dove vi è speranza di immediato e largo profitto: e quindi i loro capitali si impiegheranno sempre nelle industrie monopolistiche protette, e disertano i lontani e incerti profitti di una trasformazione agraria su larga scala. Da un lato le grandi industrie privilegiate, come la siderurgia, l’industria cotoniera, quella dello zucchero, della carta, delle costruzioni navali ecc., cioè guadagni favolosi fatti durante la guerra e nell’immediato dopoguerra, con quelli tutt’altro che trascurabili che ad onta di tutti i piagnistei industriali continuano a fare attualmente, e con quelli ancor maggiori che sperano di fare in avvenire quando avranno totalmente fiaccato la resistenza della classe lavoratrice e potranno sfruttarla sans merci e avranno completato nazionalmente e internazionalmente il sistema dei monopoli; dall’altra i prestiti pubblici con i loro elevati e sicuri interessi assorbiranno il meglio del capitale italiano e di quello estero disposto ad impiegarsi in Italia, e per la redenzione economica del Mezzogiorno non rimarranno che le briciole, destinate più che altro a sfamare la clientela politica meridionale del grande capitalismo, e a turlupinare la piccola e media borghesia agricola del Mezzogiorno col miraggio di lavori pubblici ridicolmente insufficienti.
E non solo il capitalismo, nella sua odierna fase monopolista e imperialista, ostacola indirettamente il risanamento economico del Mezzogiorno sottraendogli i capitali, ma lo impedisce anche direttamente, adoperandolo come territorio coloniale di sfruttamento. Per esempio, è noto che il Mezzogiorno in generale si presta poco alle coltivazioni erbacee, e benissimo invece a quella degli alberi da frutto, e che un notevole incremento di reddito i coltivatori meridionali lo otterrebbero se fosse esercitata su larga scala l’industria delle marmellate. Ma tale industria è ostacolata dal fatto che il sindacato dei produttori italiani di zucchero, mediante il monopolio della produzione zuccheriera indigena e l’esclusione della straniera per effetto dell’elevatissima protezione doganale, tengono sul mercato italiano enormemente alto il prezzo dello zucchero. Avviene quindi che le frutta del Mezzogiorno vanno fresche all’estero, in Inghilterra, in America, ecc., per ritornare poi in Italia… sotto forma di marmellate! I profitti della trasformazione industriale, anziché al coltivatore meridionale, si ripartiscono così tra i grandi capitalisti esteri e, con la protezione zuccheriera, italiani. Così pure per la trasformazione dell’arretrata tecnica agricola del Mezzogiorno occorrerebbe introdurre su larga scala l’uso di strumenti meccanici ed elettrici. Ma a ciò si oppone il fatto che similmente il trust siderurgico italiano mediante le tariffe doganali protettive tiene altissimi i prezzi dei prodotti siderurgici di prima e di seconda lavorazione, e per conseguenza anche dei prodotti metallurgici (binari, locomotive e locomobili, aratri meccanici ed elettrici, ecc. ecc.). E gli esempi di tal genere si potrebbero moltiplicare.
Pertanto, nell’attuale regime capitalista mondiale, la questione meridionale rimarrà sempre tale, insoluta e insolubile. Come abbiamo già accennato, la teoria secondo cui sarebbe possibile risolverla mediante un regime di libertà economica è utopistica, come quella che vorrebbe far retrocedere il capitalismo moderno, caratterizzato appunto dalla concentrazione della produzione, dalla monopolizzazione e regolarizzazione di essa per opera di un piccolo nucleo di grandi signori della finanza internazionale, ad una fase inferiore già fortunatamente superata, cioè a quella della libera concorrenza, della completa anarchia e dello sparpagliamento della produzione. Non è possibile risolvere la questione meridionale, questione soprattutto di miglioramenti tecnici e di aumento della produttività del suolo, finché la vita economica mondiale è regolata dall’avidità di profitti del capitalismo privato. Essa troverà la sua logica e definitiva soluzione soltanto mediante un regime interessato all’aumento della produzione e non del profitto, cioè nel comunismo.