Il Partito Comunista e la questione meridionale Pt.3
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III. Il pensiero comunista
Alle masse lavoratrici del Mezzogiorno, ai piccoli proprietari che col sudore hanno fissato da sé il proprio cantuccio di terra, ai mezzadri, ai coloni, ai piccoli affittuari, che in complesso costituiscono la immensa maggioranza della popolazione del Mezzogiorno e di molte altre zone d’Italia, il Partito comunista dovrebbe dunque senz’altro presentarsi con l’integrale programma comunista della socializzazione della terra?
Neppure per sogno. Il Partito comunista è sul terreno del marxismo, il quale ignora i miracoli, specialmente in materia economica; e pensare alla immediata socializzazione della terra nel Mezzogiorno sarebbe la cosa più miracolosa e utopistica che si possa immaginare. Ad essa si oppongono anzitutto le condizioni soggettive psicologiche della massa contadina, la quale presentemente non ha alcuna simpatia verso le organizzazioni di lavoro collettivo che sono il presupposto necessario della socializzazione; non ha simpatie, e non ha neppure capacità di intendere, e non può averne, perché manca nel Mezzogiorno la base economica su cui soltanto può svilupparsi la consuetudine e l’inclinazione al lavoro in comune, cioè la grande azienda agraria unitaria. Il contadino, sia nel Mezzogiorno che nelle altre regioni italiane su accennate, tende ad acquistare in libera proprietà personale la terra che gli abbisogna; e ogni tentativo di attraversare questa sua aspirazione, di imporgli un regime di proprietà e di lavoro collettivi che egli non intende e non ama, è destinato a spingerlo alla più aspra resistenza, e su questo terreno ad alimentare ogni tendenza reazionaria o controrivoluzionaria. Quando i socialdemocratici, per lusingare le tendenze collettiviste della massa operaia delle città, gridano che essi vogliono socializzare la terra, e che un programma che mantenesse la proprietà privata dei contadini sarebbe antisocialista e conservatore, o non si accorgono di fare essi stessi la più smaccata opera effettivamente antirivoluzionaria, gettando i piccoli contadini-proprietari o semi-proprietari del Mezzogiorno in braccio alla reazione feudale degli agrari, o accorgendosene vi insistono per puro spirito demagogico lontano da ogni probità politica.
Nell’attuale momento storico, il proletariato industriale deve anzitutto impadronirsi del potere politico, per espropriare le aziende già suscettibili di essere socializzate, che sono appunto le grandi aziende industriali sindacate e monopolistiche, e far cessare subito lo sfruttamento capitalista in questo terreno sul quale riposano le sue condizioni di vita e di lavoro. Quanto alla campagna, il proletariato non ha alcun bisogno immediato della sua socializzazione, fatta eccezione per quelle zone agricole già industrializzate e coltivate a regime di grande azienda, e di lavoro collettivo salariato, dove le condizioni soggettive ed oggettive sono identiche a quelle della grande industria urbana, e dove perciò la socializzazione è possibile e quindi necessaria. Quanto al resto della questione agrario-meridionale, esso, una volta giunto al potere, avrà interesse diretto e immediato soltanto: 1) a che la produzione agricola aumenti, per migliorare il tenore di vita materiale degli operai industriali; 2) a che la parte di tale produzione che sopravanza dal consumo dei contadini produttori sia assicurata allo Stato proletario per il rifornimento delle città. Che tale aumento ed accaparramento di produzione agricola si verifichi in regime di proprietà e soprattutto di lavorazione collettiva o privata è, per il proletariato, in tutto il periodo di transizione, della dittatura, cosa secondaria, non essenziale. Pertanto, se le masse lavoratrici delle campagne vogliono come effettivamente vogliono restare e specialmente diventare proprietarie della terra che coltivano, non vi è alcuna ragione perché il P. C. si opponga a questa aspirazione.
Tanto più che per la socializzazione generale della terra mancano nel Mezzogiorno non solo le premesse soggettive, psicologiche, ma anche, e specialmente, le premesse oggettive, materiali. Come è stato rilevato, tra gli altri recentemente dal compagno Bordiga (v. suoi articoli su «Gli elementi marxisti del problema agrario» comparsi su Il Comunista), da noi esiste la grande proprietà terriera, accumulamento di grandi quantità di terreno, per lo più frazionato e composto di porzioni separate e spesso distanti l’una dalle altre, nelle mani di un singolo proprietario; ma non esiste che in minima proporzione la grande azienda agraria. Sotto tale riguardo noi ci troviamo più vicini alle condizioni in cui al momento dell’instaurazione della dittatura si trovava la Russia, anziché a quelle dell’Ungheria. Anche nelle grandi tenute meridionali a superficie continua, il sistema di coltivazione è generalmente quello della piccola azienda individuale, famigliare.
Il proprietario assenteista, o il suo fattore, o un appaltatore di terreni in grande (gabellotto come direbbero in Sicilia), affittano o subaffittano in piccole parcelle, in poderi, la tenuta a singole famiglie di contadini, verso la corresponsione da parte di esse di un determinato canone di fitto.
Ma ciascuna di queste famiglie agricole poi coltiva il podere affittato isolatamente, senza alcun rapporto con le altre famiglie agricole che similmente hanno in affitto altre porzioni della stessa tenuta. Cosicché l’assetto economico del Mezzogiorno risulta costituito da una infinità di piccole aziende autonome, viventi e operanti ciascuna per sé. Chiunque abbia la minima infarinatura di marxismo sa che tale tipo di economia non è suscettibile di socializzazione. Verso di essa, lo Stato proletario, mentre procede integralmente alla socializzazione della grande industria e in genere di tutte le grandi intraprese, industriali, commerciali, finanziarie, e anche agricole, a carattere capitalista e a lavoro salariato, si comporta nella stessa guisa che verso gli artigiani o i piccoli industriali delle città: ne rispetta l’esistenza autonoma, attendendo che la naturale legge della concentrazione, favorita naturalmente dai provvedimenti dello Stato socialista, crei anche qui la base materiale della socializzazione.
Con quanto testé si è detto circa la vera natura dei rapporti economici esistenti nell’agricoltura meridionale si taglia corto ad un altro sofisma dilatorio dei socialdemocratici nostrani: cioè l’affermazione che la ripartizione delle terre in libera proprietà ai contadini sarebbe un regresso tecnico, in quanto segnerebbe un ritorno dalla «grande alla piccola proprietà». Naturalmente, i nostri Mazzoni non mancano, a sostegno di tale tesi, di ricorrere all’autorità di Marx, il quale, messo bellamente in soffitta quando sembra preconizzare una qualsiasi azione rivoluzionaria, è però subito tirato in ballo non appena un lato della sua dottrina, isolato dal resto e stortamente interpretato, possa offrire o sembrar di offrire qualche appiglio ad allontanare il calice amaro della rivoluzione. Infatti, è bensì notoriamente vero che il marxismo addita nella concentrazione un momento progressivo dell’evoluzione, cui è interessato anche il proletariato (con quanta serietà ed onestà scientifica e politica i socialdemocratici invochino quest’argomento è dimostrato dal fatto che essi d’altra parte sbraitano come tutti i reazionari piccoli-borghesi contro i trusts, i monopoli, la protezione doganale, vale a dire contro queste che sono a un tempo le manifestazioni e le vie maestre appunto di quella tale concentrazione) ma si tratta della concentrazione del capitale e della produzione, non già della nuda proprietà della terra. È bensì verissimo che la grande azienda agraria, vasta di superficie e soprattutto di capitali, d’impianti tecnici ed amministrativi, fornita di numerosi lavoratori sulla base della specializzazione e della divisione del lavoro, è una forma economica assai superiore a quella costituita dalla piccola azienda famigliare del contadino meridionale; e a nessuno di noi comunisti verrebbe certamente in mente di chiedere il frazionamento di grandi aziende del tipo predetto per ridurle a frammentari poderi contadineschi. Senonché, grandi aziende di quel tipo progredito non esistono quasi affatto nel Mezzogiorno, e sono molto scarse anche nel resto d’Italia. Un rivolgimento, che espropriasse delle loro terre i grandi proprietari fannulloni ed assenteisti del Mezzogiorno e le assegnasse in libero godimento a coloro che attualmente le lavorano effettivamente – fittavoli, coloni, mezzadri, ecc. – non muterebbe in nulla il sistema attuale di coltivazione, e non rappresenterebbe quindi alcun regresso tecnico. Anzi, può prevedersi un progresso: 1.) perché potrebbero capitalizzarsi e impiegarsi nel risanamento tecnico della terra meridionale tutti quei capitali che, come rendita fondiaria, attualmente sono consumati improduttivamente dai grandi proprietari nei godimenti della città; 2.) perché il contadino, trasformato da fittavolo a colono o mezzadro, sempre più o meno incerto di conservare la terra che coltiva, e perciò interessato a sfruttarla ad oltranza finché ce l’ha, e in ogni modo non spinto da alcun suo interesse a miglioramenti duraturi a lunga scadenza, in possessore definitivo e indipendente della sua terra avrebbe interesse diretto e potente a non esaurirla e a migliorarla.
GIOVANNI SANNA