Partito Comunista Internazionale

Come Sacco e Vanzetti vennero condannati alla sedia elettrica

Categorie: Sacco e Vanzetti, USA

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Il compagno Candido Mollar ci invia la seguente lettera:

Saint Louis, settembre.

Nel senso strettamente giuridico è permesso in un processo che funzionino magistrati i quali con l’accusa o la difesa abbiano legami di sangue, di interesse o di parte? No! Ma nei processi di carattere politico questi legami esistono pur troppo, giacché i magistrati sempre sono di parte borghese. Ma come nel caso Sacco e Vanzetti i magistrati proclamarono con più acre voluttà di voler servir bene i loro padroni. Il processo Sacco e Vanzetti è il processo del partito preso.

Essi erano già condannati prima che l’infame pretesto del truce delitto fosse avvenuto; se non fosse venuto questo pretesto un altro se ne sarebbe inventato. In poche parole: essi sono anarchici e devono morire.

Con dei procuratori come Katzmann e dei giudici come Thayer e i caporioni dei trust degli Stati Uniti possono dormire fra due guanciali.

Ma esiste una bestia nera che si chiama proletariato il quale può dare del filo da torcere ai signori della giustizia a buon mercato.

Chi sono Sacco e Vanzetti?

Due modesti, ottimi, fieri lavoratori, ciò che nella terra della libertà non costituisce affatto una patente di onesti cittadini.

Peggio: essi sono intelligenti e sono italiani. Peggio ancora: essi sono anarchici.

Essi hanno dedicato le loro migliori energie alla causa proletaria rivelandosi tenaci e provetti organizzatori. Essi infine appartengono a quella classe di persone qualificate indesiderabili da Uncle Sam: i radicali. E per i radicali, oggi, nella terra generosa di Lincoln incombe minacciosa l’ombra della sedia elettrica.

La trama

Quante oscure condanne capitali si pronunciano in questa Repubblica, inchiodando alla gogna dell’ignominia e dell’obbrobrio onesti ed integerrimi lavoratori perché anarchici, radicali, indesiderabili?

Nel caso Sacco e Vanzetti si tentò come il solito il processo speditivo, senza rumore, atto a lasciare l’impressione di avere sbarazzato il mondo da due feroci delinquenti.

Un atroce delitto, a scopo di rapina, viene perpetrato nelle vicinanze di Boston. Due uomini restano uccisi ed i banditi fuggono con un bottino di parecchie migliaia di dollari.

I delinquenti irreperibili. La polizia scoppia dalla bile.

Ma ecco che prevale la usuale mentalità questuriesca.

La polizia scornata? Mai più! Il complotto è fatto. Il capro o i capri espiatori ci vogliono. I cinquantamila dollari di taglia sugli assassini saranno l’esca promettente per i futuri spergiuri.

Inoltre i trust saranno prodighi. Coraggio!

Ma chi si arresta? Ecco due organizzatori, due anarchici, due stranieri contro i quali si aspettava un pretesto per schiacciarli. È fatto: questi due disgraziati rispondono ai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.

Un pugno di coraggiosi

Essi finirono sulla sedia elettrica come comuni delinquenti. I giudici speravano anche questa volta di procedere velocemente e di far lavorare presto il boia. Ma un pugno di uomini valorosi insorsero gagliardi contro questo nuovo delitto legale. Ciò che soprattutto diede forza a questi uomini è la profonda convinzione dell’innocenza dei due infelici compagni; convinzione basata su dati e cose inoppugnabili. Lottarono contro ostacoli dapprima parsi insormontabili. Si organizzarono in Comitato di difesa pro Sacco-Vanzetti.

Fondarono un giornale quindicinale, l’Agitazione, dedicato esclusivamente a difendere e proclamare l’innocenza dei due infelici compagni, innocenza che in seguito doveva apparire limpida come acqua di roccia.

Parlarono, scrissero, tempestarono di lettere giornali, associazioni, privati, compagni, amici; picchiarono a destra e a sinistra con una insistenza incredibile, con una tenacia ed un ardire che solo si possono attingere nella fede illimitata di una attività frenetica nel difendere una causa giusta e santa quale quella di salvare dalla morte e dall’obbrobrio due ottimi compagni, due integerrimi cittadini e di proclamare quali essi sono – innocenti alla luce del sole e di fronte all’umanità ignara del grande delitto che stava per compiersi. Dapprima solo i compagni di fede degli accusati risposero al grido di allarme.

L’instancabile attività del Comitato di difesa, in accordo coi compagni delle redazioni dei giornali sovversivi, iniziarono una vigorosa campagna pro Sacco-Vanzetti; campagna che, in breve riflettendosi nei più lontani centri, spronò i migliori compagni ad occuparsi seriamente dei due infelici in imminente pericolo. Si fece una energica propaganda tra l’elemento cosmopolita ed in pochi mesi il grido straziante dell’innocenza uscente dalle tetre carceri di Dedham Mass. fu raccolto e sentito profondamente dalla massa proletaria di tutte le lingue e di tutti i credi politici, da tutte le coscienze abitanti nella sterminata regione degli Stati dell’Unione. Se ne parlò in famiglia, ai clubs, nei comizi. Giornali di tutti gli idiomi se ne occuparono. Gli echi di questo caso strepitoso varcarono gli oceani; il caso Sacco-Vanzetti divenne internazionale e l’innocenza dei due cari compagni fu proclamata di fronte al mondo intero. Mai cause individuali più sante e più giuste spinsero il proletariato a lottare con maggior vigore. Fra la disoccupazione imperante si fecero prodigi nel raccogliere fondi. Si comprese l’eccezionale importanza di questo mastodontico processo: divenne generale la convinzione dell’orribile infamia che si stava maturando e gli occhi del proletariato si fissarono ansiosi come ai tempi del celebre caso Ettor-Giovannitti sugli eventi che si stavano compiendo nel vecchio e reazionario Stato del Massachusetts.

Preparazione machiavellica

Viste le responsabilità a cui andavano incontro; visto che ormai era impossibile ritornare indietro, i carnefici prepararono un audace criminoso piano di battaglia, non sempre limitato nell’orbita della legalità, anche la più larvata. Dollari furono sparsi a decine di migliaia; chi conosce questo popolo e la sua psicologia, sa quale influenza nefasta determini sulla mentalità di un individuo un buon rotolo di biglietti di banca, e l’impunità della legge promessa ai dai suoi stessi esecutori. Così i testimoni per l’accusa – ai pochini – furono trovati. Fecero di più; quando la corruzione non raggiunse lo scopo si adottò la minaccia e si fecero balenare le prospettive delle più nere rappresaglie.

La cittadina dove doveva svolgersi il processo fu messa, virtualmente, in istato d’assedio. I cittadini erano sbigottiti; gli uomini tra i quali doveva essere scelta la giuria dei dodici furono tradotti in Corte manu militari.

Le arti più infami di quei vecchi incartapecoriti tra gli scabrosi meandri dei labirinti giudiziari furono messe in azione e la rete machiavellica fu tesa. Tutto fu ordinato, catalogato, preparato meccanicamente con una precisione infernale.

I carnefici compresero subito che era in giuoco la loro fama di buoni psicologi e di consumati magistrati. Di più; prima di noi essi compresero l’enorme importanza di questo processo eccezionale; la necessità della condanna capitale e l’immenso beneficio di un simile precedente per la classe capitalistica; precedente lasciatosi sfuggire per forza di cose nello strepitoso caso Ettor-Giovannitti. Assurdità incredibile; le teste di due innocenti quale prezzo dell’ambizione di magistrati e poliziotti.

La farsa infame

In queste condizioni di cose si iniziò il processo. Durò quarantaquattro giorni. Durante lo svolgimento, l’arte satanica degli accusatori si manifestò biliosa ed accanita.

Si approfittò largamente della difficoltà degli accusati nell’esprimersi in lingua inglese; si approfittò del loro abbattimento fisico, sottoponendoli ad un fuoco di fila di interrogatori e di contro-interrogatori durati persino da sei a sette ore consecutive, nella speranza che per la stanchezza, sfuggisse agli imputati – in una lingua che non è la loro – una mezza frase a cui l’accusa travisandola le desse un’importanza enorme.

Migliaia di persone – tutt’altro che amici nostri – che credevano o che mettevano in dubbio la colpabilità degli accusati, furono indignate, nauseate da tale atroce farsa che minacciava di travolgere nel ridicolo il sacro tempio di Temi.

Intanto si delinea un altro piano infame: quello di prolungare le sedute all’infinito, affinché vengano a mancare i fondi alla difesa, consistenti in un milione di lire circa, raccolte dal «Sacco-Vanzetti Defense Committee».

La difesa incalza. Il castello dell’accusa pur costruito con cura meticolosa tende a sfasciarsi miserevolmente. L’accusa trema pur sapendo la condanna inevitabile. Contro un treno, su cui viaggiano dei testimoni chiamati dal Collegio di difesa, vengono sparate delle fucilate.

Semplicità del caso!

Cento testimoni parlano con fervore delle doti adamantine e delle virtù esemplari degli imputati.

Altri testimoni – tra i quali il regio console di Boston – depongono che il giorno e l’ora del delitto Sacco si trovava in loro compagnia a Boston, e perciò lontano dal luogo del misfatto. Testimoni ancor più degni di fede affermano che all’ora del delitto, Vanzetti ha venduto loro del pesce in un luogo assai lontano da dove è stato perpetrato il crimine.

L’accusa non dispone che di pochi testimoni che si esprimono tra i ma… ed i se… in modo compassionevole. Il pubblico è contento, poiché l’innocenza dei due accusati risulta limpida, a luce meridiana.

Poscia l’accusa porta il processo sul terreno spiccatamente politico, ritenendo gli imputati esseri pericolosi alla società e descrivendo la dottrina anarchica a foschi colori, insistendo soprattutto sul fatto che Sacco e Vanzetti si rifiutavano di partecipare al massacro mondiale rifugiandosi nel Messico.

I nostri due compagni si difendono con vibrate dichiarazioni di fede. Al quarantaquattresimo giorno la giuria dei dodici si ritira per deliberare. La fiducia nel pubblico è grande; anzi vi è la certezza dell’assoluzione. La giuria è rientrata. Nel silenzio sepolcrale dell’aula risuona la mostruosa sentenza: Sacco e Vanzetti sono condannati alla sedia elettrica perché trovati colpevoli.

La moglie di Sacco, alle ferali parole, rimane come fulminata; poi si slancia contro la gabbia ed abbraccia disperatamente le sbarre, chiamando il compagno della sua vita coi più dolci nomi.

Sacco ha un potente scatto di ribellione: diritto il busto, eretta la testa leonina, il braccio proteso e l’indice puntato come una freccia contro i carnefici grida: «Avete ammazzato due innocenti!».

Vanzetti riceve la botta in pieno petto da uomo forte. Rimase impassibile. Non un muscolo della sua faccia maschia denota l’inenarabile dolore del suo animo generoso.

Egli si limita a guardare i magistrati col suo sguardo sereno, profondo e tagliente che scandaglia le coscienze: lo sguardo che fa allibire i carnefici di tutti i tempi.

Con rinnovato ardore

La sentenza infame ci ha sbigottiti ma non domati. Anzi più nuove energie rinascono in noi ora che più che mai i due disgraziati compagni necessitano del nostro aiuto nell’ora decisiva. L’esecuzione della sentenza è stata rimandata a novembre.

Ebbene, prima che giunga la data fatale noi dobbiamo salvare i nostri due compagni.

Il Sacco-Vanzetti Defense Committee moltiplica giornalmente la sua ammirevole attività. Il Collegio di difesa lavora attivamente per ottenere un nuovo processo che probabilmente si inizierà ai primi di novembre.

Il proletariato cosciente degli Stati Uniti compie una intensa propaganda e si dedica con ardore alla raccolta di fondi.

Il silenzio non è più possibile per nessuno su questa mostruosa faccenda. Tutte le coscienze si ribellano, e non solo le proletarie.

Uomini e giornali della borghesia insorgono ora anch’essi.

Sappia la borghesia sabauda che un loro rappresentante, in una città di uno Stato estero, non è stato ritenuto degno di fede nella sua testimonianza in tribunale in una causa capitale di un connazionale; sappia essa che se non interviene con energia nel caso Sacco-Vanzetti, la sua protezione dei connazionali all’estero non sarà che un’atroce ironia.

Noi domandiamo ai compagni d’Italia di occuparsi di Sacco e Vanzetti con eguale ardore come noi ci occupiamo e seguiamo con ansia le vicende dei nostri prigionieri politici in Italia.

Per mezzo della vostra stampa, dei vostri uomini più in vista fate pressione sul Governo affinché intervenga una buona volta.

Invitate il Comitato italiano pro Sacco-Vanzetti a moltiplicare la sua attività.

Più di un milione di lire sono state spese per questa causa, e se è necessario un altro milione si spenderà; ma ricordatevi che buona parte di questo denaro sarebbe stato destinato alla stampa sovversiva in Italia ed alle vittime della reazione italiana. Rammentate che vi è chi gioisce che questo denaro sia destinato ad altri scopi.

Raccogliete il nostro grido d’allarme. Salviamo Sacco e Vanzetti e avremo vinto una grande battaglia.