Partito Comunista Internazionale

Il terrore bianco in Jugoslavia

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Le cause economiche e politiche

BELGRADO, settembre.

Il proletariato del regno dei serbi, croati e sloveni è oggi in lotta con quella giovane borghesia jugoslava, priva di pregiudizi democratici e di scrupoli di coscienza, che la vittoria delle potenze dell’Intesa portò al governo del più grande Stato dei Balcani. Questa borghesia, la cui attività prima della guerra era subordinata alla volontà e alle necessità imperialistiche del capitalismo austro-ungarico, si è legata, dopo la vittoria, mani e piedi al capitalismo reazionario delle potenze occidentali. Gli sconvolgimenti sociali però, che hanno fatto seguito alla così detta vittoria dell’esercito serbo e che hanno scosso fin dalle fondamenta l’organismo politico ed economico della dinastia dei Karageorgevic, erano tutt’altro che favorevoli alla ripresa di questa borghesia assetata di denaro e di dominio.

La Jugoslavia è un paese eminentemente agricolo. La poca industria che prima della guerra esisteva nelle province che ora formano il nuovo assetto politico degli slavi meridionali, era quasi tutta nelle mani dei capitalisti tedeschi. La borghesia jugoslava ha voluto ed ha ottenuto, in nome della nazionalizzazione dell’industria, la cacciata degli industriali stranieri. Con questi sparì presto anche la necessità della nazionalizzazione: ma sparì pure l’industria. La patriottarda borghesia jugoslava, si dimostrò ben tosto incapace tanto per ciò che concerne la direzione amministrativa come pure per quanto riguarda la direzione tecnica dell’industria. La produzione si arrestò ed oggi di quella poca industria che esisteva prima della guerra, non rimane che il ricordo. Le officine che non sono ancora del tutto chiuse, danno una produzione minima e scadente. Le industrie statali, che furono amministrate e dirette prima della guerra da impiegati tecnici austro-ungarici, sono state oggi consegnate nelle mani di uomini inetti, protetti dal Governo di Belgrado, i quali, oltre che rovinare l’industria con l’inettitudine, l’hanno rovinata ancor più con la corruzione. Il danno fatto all’industria da questi amministratori corrotti, che obbedivano agli interessi privati, con i sequestri che ponevano su tutte le industrie che non erano nel raggio d’azione degli interessi dei loro corruttori, è semplicemente enorme e incalcolabile. Un paio di mesi fa il Governo ha permesso di togliere tutti i sequestri industriali; ha però anche stabilito che le amministrazioni e le direzioni di quelle industrie non possano né debbano chiedere alcun compenso per i danni sofferti. In questo modo il Governo riconobbe tutte le corruzioni ma non ebbe il coraggio di far pagare ai corruttori i danni.

L’inettitudine della borghesia jugoslava, la quale non è riuscita ad organizzare né il lavoro né l’industria, gettò il proletariato nella disoccupazione e nella miseria. Il proletariato soffrì, dato che non aveva da parte dello Stato alcun sussidio. Soffrì però anche per un altro fatto.

Abbiamo detto che la Jugoslavia è un paese agricolo. La vita è però qui lo stesso molto cara. E questo per il fatto che lo Stato vive quasi esclusivamente con gli introiti del dazio d’importazione ed esportazione. La Jugoslavia spende molti denari. Vi basti il fatto che essa spende oltre metà di tutti gli introiti per mantenere un esercito di 250.000 uomini, di 60.000 gendarmi e di molte decine di migliaia di agenti di polizia. La politica di esportazione è data però anche rovinata da parte di bagarini che sono in pari tempo quasi tutti uomini di politica, deputati o anche ministri. Le cause e i danni che i bagarini hanno procurato a questa nazione sono tanti e così grandi che la sola parola “bagarino” è riguardata come la più pesante delle offese. Il popolo poi ha immortalato questa parola in molte canzoni nazionali.

Si comprende bene dunque che la vita del proletariato deve essere in queste condizioni più che misera. E furono la disoccupazione, la miseria e l’oppressione borghese che spinsero queste masse, prive di tutto, nelle file del Partito comunista. L’affluenza di queste masse nel P.C. fu così grande, che il nostro divenne in breve un vero partito di grandi masse popolari. Ciò è stato dimostrato specialmente nelle elezioni comunali che diedero ai comunisti le amministrazioni di tutte le più grandi città jugoslave. Fino a queste elezioni la borghesia si curò poco del movimento comunista. Le elezioni amministrative le aprirono gli occhi. Essa avrebbe voluto a tutta prima annullare tutte le elezioni e togliere agli operai ed ai contadini il diritto di voto. Ebbe però paura, perché aveva tutto l’interesse di dimostrare anche all’estero di essere uno Stato democratico. Essa ha trovato però la possibilità e la giustificazione per togliere ai comunisti il Comune di Zagabria e di Belgrado.

In breve tempo, dopo le elezioni comunali, vennero le elezioni generali per la Costituente. Il Partito comunista entrò in lotta senza soverchie illusioni e senza prospettare alle masse la realizzazione di un programma minimo. Nondimeno esso si ebbe oltre 200.000 voti e 58 deputati. Fu questo risultato elettorale che spaventò la borghesia ancor più. Vinta nelle elezioni amministrative ed in quelle politiche, corse ai ripari. Il risultato elettorale impaurì tanto la borghesia, che questa trascurò completamente la produzione, dandosi corpo ed anima alla lotta a fondo, senza quartiere, contro i comunisti. Pure la borghesia estera fu colpita sgradevolmente dalle vittorie comuniste. L’Intesa, o meglio la Francia, direttamente interessata nelle faccende jugoslave, ridusse ogni ulteriore credito. Il dinaro cominciò a precipitare fino a giungere al livello delle più svalutate monete.

Nonostante le alte imposte, la continua emissione di moneta cartacea ed i guadagni ottenuti col ritiro delle banconote austro-ungariche, lo Stato jugoslavo presenta nel suo annuale “budget” un enorme deficit. Questo deficit viene coperto con i prestiti della Banca Nazionale, la quale emette continuamente nuove banconote. E non bastando questa misura a compensare la forte svalutazione del dinaro, è necessario ricorrere a nuovi prestiti. Ma, disgraziatamente per la borghesia, questi prestiti non danno che delle delusioni. L’ultimo prestito fallì per volontà dei capitalisti jugoslavi, i quali si rifiutarono di concorrervi, affermando che la attuale situazione interna della Jugoslavia non dava alcuna garanzia per il collocamento dei loro capitali. Così si dovette ricorrere a prestiti all’estero, con un identico risultato. Le borghesie estere dissero chiaramente che per ottenere il loro credito, lo Stato jugoslavo doveva dimostrare di essere veramente padrone in casa propria, stroncando completamente il movimento comunista.

Il Governo di Drašković capì il latino e si pose subito all’opera. Poco dopo le elezioni scoppiò il grande sciopero minerario, al quale parteciparono circa 27.000 minatori della Slovenia, della Bosnia-Erzegovina e della Croazia. Lo sciopero era causato da motivi economici, ma venne considerato dal Governo, per i suoi fini, sciopero politico. Per cui venne strozzato con tutti i mezzi più barbari dalla forza armata dello Stato. Prendendo come pretesto questo sciopero, il ministro Drašković emanò il giorno 20 dicembre 1920 il famigerato decreto (“obznana”), col quale si scioglie il Partito comunista, i suoi sindacati, si proibivano tutte le sue pubblicazioni, si procedeva al sequestro di tutti i suoi beni e alla chiusura di tutte le Case del popolo.

Il Partito comunista, per quanto numericamente forte, non fu in grado di rispondere a questa dichiarazione di guerra aperta con un’azione di masse che valesse a neutralizzare, almeno, le conseguenze sull’applicazione del decreto. La sua organizzazione non era adatta a resistere ad un’azione armata della borghesia; e la causa di ciò va ricercata nel fatto che, dal giugno 1920, cioè dal Congresso di Vukovar, che deliberò la costituzione del Partito comunista (fino allora Partito socialista), fino alla pubblicazione del decreto Drašković, il Partito comunista era occupato nella lotta per la conquista dei sindacati socialdemocratici e nelle faccende elettorali, sì da trascurare ogni preparazione tecnica.

Quando, dopo il decreto Drašković, e ad onta di questo, il Partito comunista riuscì a riorganizzare le sue file, su nuove basi questa volta, si ebbero gli attentati contro il reggente e contro Drašković. Questi due attentati giunsero, per il Governo, come tanta manna dal cielo: buon pretesto per infierire contro i comunisti che, ad onta dell'”obznana”, facevano ancor sempre tremare i capitalisti e latifondisti. Il Governo si fece in quattro per convincere la popolazione, e specialmente i deputati, che gli attentati erano stati ordinati ed eseguiti da appartenenti al Partito comunista. Fu allora che il Governo presentò alla Costituente la legge con la quale si mettono fuori legge tutti i comunisti: legge che venne approvata due mesi fa da una esigua maggioranza e che nega al proletariato tutte le libertà sancite dalla costituzione.

Assieme alla legge venne pure approvato il prestito all’estero, ammontante a 500 milioni di franchi in oro, nella speranza che questa volta l’Intesa avrà fiducia nel pugno di ferro del forte Governo jugoslavo: il sangue del proletariato dovrebbe, ancora una volta, assicurare il benessere alla borghesia jugoslava. Queste sono le cause vere del terrore che regna nella Jugoslavia e delle cui conseguenze ci occuperemo prossimamente.